sabato 21 settembre 2013
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Ha il volto della Sardegna la porta di ingresso scelta dal Papa per la sua prima visita (Lampedusa a parte) in una diocesi italiana. Monsignor Arrigo Miglio ne è profondamente convinto. «Francesco – dice l’arcivescovo di Cagliari – vuole conoscere l’Italia partendo dalle situazioni di maggiore povertà. E noi, anche se nell’isola ci sono zone molto ricche, siamo complessivamente una "periferia". Gli diciamo grazie. Ci sentiamo amati per primi e vogliamo essere sempre più fedeli al suo magistero». Nelle parole del presule ci sono già tutti i principali motivi della visita odierna. Motivi che parlando con Avvenire l’arcivescovo analizza più nel dettaglio.Come definirebbe in sintesi la presenza di Francesco a Cagliari?Non è solo un viaggio di devozione. Certamente c’è un legame storico tra il santuario di Bonaria e il nome della città di Buenos Aires. Ma quando abbiamo definito il programma della visita, è stato il Santo Padre per primo a sottolineare i problemi del mondo del lavoro e dei giovani. Infatti i due incontri principali, oltre alla celebrazione della Messa, saranno questi. La nostra isola, infatti, ha grandi risorse naturali e di capitale umano, ma in questo momento sta soffrendo un livello di disoccupazione spaventoso. L’emigrazione giovanile è una vera e propria emorragia che ci impoverisce ulteriormente. E a questo vanno aggiunti la denatalità (in vent’anni da regione più fertile, siamo diventati la regione con meno nascite in Italia) e mali sociali come la droga e la delinquenza.Eppure nell’immaginario collettivo la Sardegna è una specie di paradiso turistico.Ultimamente, però, l’aumentato costo dei trasporti ha messo in crisi anche questo settore. Perché, se imbarcare una macchina costa a una famiglia di quattro persone quello che costa tutto il periodo delle ferie da un’altra parte, è finita. E lo stesso problema ce l’hanno anche gli imprenditori e le aziende per il trasporto delle merci. Vi aspettate un aiuto dalla visita del Papa anche sotto questo profilo?Francesco è il quarto Papa che viene nel giro di 40 anni. Vorremmo che questo fosse anche un segnale per le autorità centrali del Paese. La Chiesa ha attenzione per la Sardegna. Allo stesso modo auspichiamo che facciano tutte le altre istanze politiche e sociali. A tal proposito è rimasta viva la memoria dell’appello di Benedetto XVI affinché i cattolici si impegnino in politica. È ipotizzabile che Francesco lo ripeta?Le parole di Benedetto XVI a Cagliari nel 2008 hanno lasciato un segno guidando la riflessione delle nostre Chiese e spingendo molti ad impegnarsi in prima persona. Papa Francesco in un certo senso ha già ripetuto questo appello lunedì scorso. Di certo la sua attenzione ai giovani, al lavoro, alla povertà e alle istanze sociali sono già un messaggio "politico". Mi auguro, dunque, che questa visita aiuti la politica regionale a essere un laboratorio rispetto al resto del Paese. Laboratorio nel senso di mettere al primo posto i problemi oggettivi e il bene comune e non le beghe di parte.I vescovi sardi hanno incontrato il Papa a maggio per la visita ad limina. Come guarda il Papa alla realtà regionale?Ci ha ascoltato tantissimo, intervenendo alla fine con domande che erano il segno di una vicinanza paterna. Francesco ha cercato di rendersi conto della situazione per studiare il tipo di aiuto che ci può dare.In sostanza che cosa suggerisce la Chiesa alla politica e alla società civile per il rilancio della Sardegna?Rilancio dell’occupazione valorizzando le risorse naturali e paesaggistiche, formazione dei giovani, soluzioni efficaci per il problema dei trasporti, misure a favore della famiglia. Anche la creazione di zone franche nell’isola può essere di aiuto. Come ad esempio la riconversione di alcune industrie che non hanno più mercato (penso alla zona delle miniere) e all’utilizzo degli antichi percorsi turistici e culturali. E a fronte di questa situazione quali sono le priorità pastorali delle Chiese di Sardegna?Purtroppo, per quanto riguarda i venti della secolarizzazione, non siamo un’isola. Occorre perciò rinnovare e potenziare l’iniziazione cristiana in modo che diventi un cammino di formazione di cristiani solidi. E d’altro canto bisogna continuare a purificare la religiosità popolare, ancora molto forte da noi, affinché sia occasione di crescita nella fede.
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