venerdì 9 febbraio 2018
Il Papa: deve durare al massimo dieci minuti. Non show ma servizio alla Parola
Un parroco all'omelia (Siciliani)

Un parroco all'omelia (Siciliani)

L’ultima sollecitazione del Papa risale a mercoledì scorso. Nella parte finale della catechesi dedicata alla Liturgia della Parola, Francesco è stato chiaro: le omelie devono essere brevi, al massimo dieci minuti, e ben preparate. Cioè pochi concetti semplici espressi in maniera comprensibile a tutti e nessun cedimento al fascino dell’improvvisazione o alle logiche dell’intrattenimento. Perché se è vero che molti fedeli fanno dipendere la “riuscita” della Messa dalla qualità dell’omelia, è altrettanto certo che la parola del predicatore non deve diventare più importante della celebrazione stessa.

Di qui l’invito a una preparazione attenta, prendendosi tutto il tempo necessario, fondata su alcuni capisaldi imprescindibili, vale a dire la preghiera e lo studio della Parola, l’uno collegato all’altro, in modo da arrivare a una sintesi la più ricca e insieme gradevole possibile, armonica con il resto della liturgia. Detto in altro modo, no alle poche parole dette in tutta fretta, magari completamente slegate dalle Lettura del giorno ma pollice verso anche nei confronti degli show solitari e interminabili, in cui non di rado la Scrittura è sostituita dalle notizie lette sul giornale o sentite in tv. «Se l’omelia si prolunga troppo – recita in proposito l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium –, danneggia due caratteristiche della celebrazione liturgica: l’armonia tra le sue parti e il suo ritmo. Ciò richiede che la parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro».

Quando invece «la predicazione si realizza nel contesto della liturgia, viene incorporata come parte dell’offerta che si consegna al Padre e come mediazione della grazia che Cristo effonde nella celebrazione». Questo stesso contesto esige che l’omelia «orienti l’assemblea, ed anche il predicatore, verso una comunione con Cristo nell’Eucaristia che trasformi la vita».

Il bravo omileta quindi, più ancora che saper parlare bene, usando i tempi giusti, deve far gustare la Parola di Dio, alimentare la fede, preparare alla comunione sacramentale con Cristo. Perentorio in questo senso il “Direttorio” pubblicato nel 2015 dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, là dove spiega cosa «non dev’essere» l’omelia: non un sermone astratto, non un puro esercizio di esegesi biblica, non un insegnamento catechistico, non una testimonianza personale del predicatore. Tutti elementi, ovvio, che possono partecipare al confezionamento di una buona omelia, a patto che nessuno tiranneggi l’altro o lo cannibalizzi.

Si tratta semmai di calibrare bene i tempi e i contenuti, mettendo il predicatore nelle condizioni di offrire il meglio del suo talento, ricco o modesto che sia. Se infatti un sacerdote non è un abile oratore, non significa di per sé che non possa diventare un bravo omileta. Lo dice l’esperienza, lo conferma la Scrittura, lo ricordano i documenti. «Mosè – sottolinea in proposito il Direttorio – soffriva di una difficoltà del linguaggio, Geremia si considerava troppo giovane per predicare e Paolo, per sua ammissione, sperimentava tremore e trepidazione». Il segreto, meglio, l’essenziale è dunque altro. «Occorre che l’omileta ponga la parola di Dio al centro della propria vita spirituale, conosca bene il suo popolo, rifletta sugli avvenimenti del suo tempo, cerchi incessantemente di sviluppare quelle capacità che lo aiutino a predicare in maniera appropriata e soprattutto che, cosciente della propria povertà spirituale, invochi nella fede lo Spirito Santo quale principale artefice nel rendere docile ai divini misteri il cuore dei fedeli».

Un uomo di preghiera, un pastore attento al suo popolo, un servitore della Parola. Il bravo omileta è innanzitutto questo. Un innamorato di Cristo cui spetta «la bellissima e difficile missione di unire i cuori: quello del Signore e quelli del suo popolo ». ( Evangelii gaudium). Perché, come diceva don Primo Mazzolari, «ci vuole calore, ci vuole anima nel predicare. Il popolo ha bisogno di sapere che il sacerdote vive la verità che predica».

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