mercoledì 6 settembre 2017
Rodrigo Granda ex "ministro degli esteri" delle Forze armate rivoluzionarie: non ci pentiamo di aver preso le armi. Ora però è diverso, lavoriamo alla riconciliazione
L'ex capo delle Farc Granda: «Ci sono stati abusi, chiediamo perdono»

Il "quartier generale" delle 'nuove Farc' è stato allestito in un residence nell’occidente di Bogotà. Là, in questi giorni, si riuniscono i vertici. Ormai dirigenti politici a tutti gli effetti. Il 27 giugno, hanno consegnato l’ultima arma alle Nazioni Unite. Dopo cinque giorni di Congresso, venerdì scorso, l’organizzazione ha debuttato nella politica legale con il nome Fuerza alternativa revolucionaria del común. La sigla, dunque, è ancora una volta Farc. Un segno di continuità. Ad esprimere la voglia di rinnovamento – nella mente dei creatori – il simbolo: una rosa rossa con una stella al centro.

«Questo fiore ha un significato di amicizia e invita alla riconciliazione nazionale», «non ci muove nessuna sete di rivincita. Ci siamo lasciati l’odio alle spalle», spiega colui che per 28 an- ni è stato Ricardo Téllez, ex esponente del Segretariado – massimo organo direttivo delle Farc – e della delegazione che ha negoziato l’accordo di pace con il governo. L’uomo che apre la porta, con indosso un maglione di lana e grandi occhiali da bibliotecario, è di nuovo Rodrigo Granda, l’ex militante comunista che, nel 1989, è passato dalla politica alla lotta armata. E ora compie la strada inversa.

«Né io, né alcun esponente delle Farc porta o porteremo più armi», sottolinea. In effetti, gli unici armati nell’edificio sono i numerosi agenti di un’unità creata ad hoc per proteggere gli ex guerriglieri. Nessuno, in primis il governo, può permettere che si ripeta il dramma dell’Unión Patriótica negli anni Ottanta, quando la pace fallì a causa dell’assassinio sistematico di almeno 3mila ex combattenti smobilitati. Le misure di sicurezza sono, dunque, imponenti. L’indirizzo dell’appuntamento arriva all’ultimo momento. Alla reception si dà il nome e si viene 'scortati' fino all’appartamento indicato. «Sono felice di fare questo lavoro – racconta uno degli agenti –. Pensavo che il conflitto sarebbe durato per sempre. Non mi sembra vero di poter contribuire alla sua fine».

Il giovane saluta cordialmente il 'camarada Ricardo', poi sparisce. «Non è facile riabituarsi a Rodrigo », scherza colui che un tempo era considerato 'il ministro degli Esteri' delle Farc. Ora è uno dei 15 esponenti del Consiglio direttivo del partito. «Prima eravamo un’organizzazione politico- militare: la politica, pertanto, ha sempre fatto parte del nostro Dna. Abbiamo intrapreso la 'resistenza armata' perché non avevamo scelta. Ora, però, la situazione è cambiata », afferma ritagliandosi a fatica un momento fra una riunione e l’altra: ci sono una serie di incombenze burocratiche per il debutto di Farc. «Abbiamo creato un partito legale, democratico e aperto. Vogliamo coagulare quante più persone possibile, senza alcuna preclusione, nella battaglia per la dignità della Colombia, contro la corruzione e la diseguaglianza. Ci proponiamo come alternativa per promuovere il progresso, lo sviluppo rurale, l’implementazione dell’accordo dell’Avana, la riconciliazione nazionale». 'Riconciliazione' è una parola che Rodrigo Granda pronuncia spesso.

Quando gli viene chiesto di spiegarla, l’ex comandante afferma: «Non ci pentiamo di aver preso le armi nel 1964. La guerra ci è stata imposta». Dalla firma della pace, però, «le Farc non hanno più nemici, solo avversari politici». «A quanti, per oltre mezzo secolo, ci hanno fatto una guerra feroce per sterminarci fisicamente, militarmente e politicamente, chiediamo di mettere da parte l’odio. Eliminiamo le armi dalla politica. Smettiamo di alimentare la vendetta. Proviamo a convivere con gli stessi diritti e doveri in questa patria chiamata Colombia. È uno sforzo che esige grande coraggio. E richiederà decenni. Da qualcosa, però, dobbiamo pur cominciare. Perciò abbiamo riconosciuto le nostre responsabilità nei confronti delle comunità vittime di abusi da parte della guerriglia. Non era nostra intenzione arrecare loro dolore, non l’abbiamo fatto con premeditazione.

Non possiamo, però, negare che ci siano stati episodi deplorevoli. Di questo abbiamo chiesto perdono e siamo disposti a continuare a farlo ». In tale ottica di 'cura' dalle ferite della violenza, il messaggio di papa Francesco – che oggi arriva a Bogotà – ha un’importanza fondamentale. «Noi ringraziamo infinitamente sua santità per ogni parola pronunciata e ogni gesto compiuto per mettere fine alla violenza in Colombia. Il suo esempio ci invita a percorrere strade di riconciliazione. Tutta la nazione – dall’élite ai settori popolari – deve seguirlo se vogliamo costruire una pace autentica», conclude Granda. Nel congedarsi, abbassa la voce e aggiunge: «Ammiro molto il coraggio del Papa nel difendere i più deboli. Una cosa, però, ci farebbe litigare: una partita tra il San Lorenzo e l’Atlético Nacional di Medellín, la mia squadra!».

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