martedì 6 gennaio 2009
Nel Paese al 90% di religione musulmana il Natale si è celebrato all’insegna della convivenza rispettosa. E con le celebrazioni speciali aumentano i pellegrini da tutto il mondo. A Maalula, che conserva un’antichissima chiesa e il monastero di San Sergio, giungono visitatori di entrambe le religioni: «Si studia la lingua di Gesù»
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A Natale la Siria, Paese al 90% di religione islamica, ha vissuto con ancora maggiore intensità l’esperienza del dialogo tra le culture, sull’e­sempio della conversione di san Paolo. « Questo Natale – spiega monsignor Antoine Audo, vesco­vo caldeo di Aleppo – è stato al­l’insegna della convivenza che qui è facilitata anche dal rispetto reciproco tra musulmani e cri­stiani » . Nel Paese la celebrazione della Natività è preparata solenne­mente in tutte le parrocchie cri­stiane. Agli aspetti liturgici e del­la festa partecipano in particola­re i giovani, mentre le organizza­zioni di carità raddoppiano gli aiuti per i più poveri, gli anziani e le famiglie disagiate, con l’invio di generi di prima necessità. L’at­tenzione riguarda in particolare il milione e mezzo di rifugiati ira­cheni, di cui almeno 40mila sono cristiani. Di questi, circa 15mila vivono tra Damasco e Aleppo. Non mancano le decorazioni lu­minose sulle facciate delle Chie­se cattoliche e ortodosse e nelle case dove abitano i fedeli. Un col­po d’occhio certo non frequente in altri Stati a maggioranza mu­sulmana. Ma nelle città il gover­no siriano non contribuisce agli ornamenti natalizi. La Costitu­zione del Paese, infatti, prevede una sorta di ' neutralità confes­sionale', anche se decorazioni e celebrazioni non sono soggette a limitazioni o restrizioni da parte delle autorità civili. Radio e tv si­riane trasmettono ogni anno va­ri servizi sulle celebrazioni nata­lizie. E grazie all’Anno Paolino cresce nel Paese anche la presen­za dei turisti, molti dei quali ita­liani. Tra le mete di pellegrinaggio, il piccolo villaggio di Maalula, 2mi­la abitanti, 60 chilometri a nord di Damasco sulla strada per A­leppo, 1.400 metri sopra il livello del mare. Nel monastero di San Sergio, dove vive un’antica co­munità di religiosi melchiti – cat­tolici di rito greco – incontriamo padre Faez Fregiat, che ci parla della chiesa del convento, « tra le più antiche, come è stato scienti­ficamente provato » . « Nella strut­tura vi è legno di cedro esamina­to al carbonio 14 in Germania. Ci hanno detto che risulta vecchio di 1800 anni » . Maalula è famosa per l’uso del­l’aramaico, la lingua di Gesù, e il monastero di San Sergio è visita­to anche da parte di musulmani. « Vengono, ma non pregano in Chiesa. In questo periodo abbia­mo fedeli islamici dall’Iran » . Nel convento, i religiosi melchiti si impegnano perché i giovani con­tinuino a parlare e scrivere in a­ramaico. « Traduciamo dall’arabo – spiega padre Fregiat –. C’è anche un istituto fondato dal governo si­riano per studiare l’antica lingua». Damasco in questo periodo, rac­conta il Gran Muftì di Siria, Ah­mad Badr al- Din Hassoun, « ha rappresentato la capitale della cultura araba, ma nello stesso tempo è la capitale dell’Anno Pao­lino. Sarei molto lieto – confida l’alto esponente musulmano – se il Papa accettasse il nostro invito a visitare la Siria, sperando di a­vere in questo modo un ruolo che ci permetta di piantare il fiore del­la pace nel Medio Oriente » . Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, guida una comunità nel deserto siriano. È il monastero di Mar Mu­sa el- Habaschi, 80 chilometri a sud di Damasco. Collegato alle antiche vie di pellegrinaggio ver­so Gerusalemme, il monastero venne fondato da una comunità di monaci bizantini del VI secolo. La comunità di Mar Musa prega e lavora per testimoniare, in terra musulmana, la possibilità di una vita quotidiana comune tra cri­stianesimo e islam, a partire dal­l’Anno Paolino. « A me pare che nella Siria di og­gi, la Chiesa che è plurale, che è una Chiesa di una ricchezza ecu­menica straordinaria, possa – nel­la sua pluralità – essere una Chie­sa di armonie e anche una Chie­sa innamorata dei non cristiani per mostrare questo Cristo che a­ma ciascuno e tutti. La Siria – sot­tolinea padre Dall’Oglio – è un e­sempio per il dialogo tra le reli­gioni che non deve diventare un’eccezione. Bisogna quindi fa­re attenzione nella compagine in­ternazionale a non entrare in lo­giche di conflitto che possono rendere questo secolo veramen­te drammatico e tragico » . Un equilibrio difeso da padre An­tonio Musleh, religioso melchita, parroco di San Giovanni Dama­sceno a Damasco . « In Siria – rac­conta – vi sono diversi elementi da considerare. Il primo sta nella natura delle persone: la nostra gente ha una natura pacifica ed ha vissuto così per 14 secoli » . Og­gi, grazie ai mezzi di comunica­zione, il fondamentalismo è co­nosciuto in tutto il mondo: ma se in Siria c’è ancora equilibrio – non ha dubbi padre Musleh – è grazie al governo e al presidente che cer­cano di mantenere tale equilibrio fra le comunità religiose » . «Grazie al Signore – prosegue Mu­sleh – in Siria i cristiani stanno ab­bastanza bene. Posso dire che il Paese sia un modello per la con­vivenza di tutte le comunità reli­giose, anche per i non cristiani, i musulmani e, prima che lascias­sero il Paese, anche gli ebrei » . Il religioso melchita spiega il pro­cesso di integrazione con i cri­stiani in fuga dall’Iraq che arriva­no in Siria. « Bisogna distinguere, nota, tra due gruppi. Quelli venuti avendo come progetto vivere e ri­manere in Siria. Questi cristiani cercano di integrarsi lavorando o cercando un lavoro, una casa. Poi ci sono i cristiani che sono venu­ti solo con l’idea di avere un visto per andare in Occidente, credo che questi ultimi possano creare qualche problema di coabitazio­ne » . Ma padre Faez Fregiat, del con­vento di Maalula, teme « lo svi­luppo del fanatismo islamico» nei Paesi vicini alla Siria. « In Egitto i fratelli copti hanno molta diffi­coltà. A Damasco – ricorda –, il governo non ammette il fanati­smo che è nemico anche dell’I­slam» .
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