lunedì 10 maggio 2021
Parla il magistrato in forza alla procura di Avellino.
Il beato Rosario Livatino

Il beato Rosario Livatino - Fotogramma

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«La Provvidenza con la beatificazione di Rosario Livatino in un momento come questo lancia segnali inequivocabili. Si pensi alla crisi di credibilità che vive la magistratura, o a una tendenza schizofrenica diffusa che tende a separare la vita e la fede del laico cristiano che in lui erano tutt’uno». Nelle parole di Domenico Airoma, procuratore della Repubblica di Avellino e vicepresidente del centro studi Livatino, c’è l’attualità illuminata da Un giudice come Dio comanda. Si intitola così la biografia del magistrato siciliano che Airoma ha curato per Il Timone (128 pagine, 14 euro), insieme ad Alfredo Mantovano e Mauro Ronco, presidente quest’ultimo del centro studi. «È un giudice amante della verità, messosi al suo servizio, senza pretendere di impersonarla. Che non riteneva nessun criminale estraneo a un destino comune di umanità». Airoma, in particolare, con Mantovano, ha curato il capitolo che si occupa della santità di Livatino.

Sono tanti i magistrati assassinati dalla mafia, perché proprio lui?
Ho avuto la fortuna di conoscere Falcone e anche Borsellino, il quale era un gran credente. Livatino in comune con loro aveva la meticolosità nella raccolta delle prove e la totale dedizione al lavoro. Beveva solo un bicchiere di latte a pranzo, si ricorda. A sostegno delle sue virtù eroiche pesa un fattore ambientale: l’essersi prodigato senza neanche avere una scorta, e senza l’ausilio di una legislazione antimafia, venuta dopo. Incurante anche del fatto che nello stesso edificio in cui viveva, ad Agrigento, abitasse il capo della stidda locale. Ma decisivo per la sua santità è l’odium fidei di cui fu vittima. Descrisse il fare giustizia come atto di dedizione di se a Dio, lui non “fa” il giudice ma “è” giudice, per vocazione assegnatagli da Dio. Di questo, della sua totale estraneità ad appartenenze di alcun tipo, tranne che alla verità, si accorsero i suoi assassini, lo colpirono per questo.

In che modo si rapportava con gli imputati?
Ne riconosceva la comune umanità. Sosteneva che per un magistrato decidere significa sempre optare fra più alternative e soluzioni. Ma - diceva - per poter decidere occorre una luce, che non possiamo darci da soli.

È a questo livello che possiamo individuare gli errori e gli eccessi di certo modo di interpretare l’amministrazione della giustizia, oggi?
Senza generalizzare, il rischio è quello evidenziato da papa Francesco quando ricevette in udienza il nostro centro studi: quello di sentirsi super-uomo. Livatino fu invece uomo, pienamente uomo, nella convinzione che la vita non la crea e non la decide lui. Sarebbe davvero sbagliato, ora, fare di lui un’icona dell’antimafia. Anti-mafia possiamo esserlo tutti, ma lui è molto di più. Il suo obiettivo non è mai combattere un fenomeno, non lo considerava il suo compito, che era quello di accertare i fatti e le responsabilità personali.

Che cosa comporta, questo, nella sua personalissima biografia?
Comporta che partecipò in tutto a due sole conferenze e che non ci sia traccia di un filmato che lo ritragga. È il quadro di una totale distanza dal potere e dal protagonismo che ce lo rende totalmente antitetico non solo al “modello Palamara”, ma anche a quella tendenza diffusa di certa magistratura che pretende di creare diritto, invece di limitarsi ad applicare le leggi. Si pensi alla legislazione in materia di bioetica, fine vita, diritto di famiglia. Il compito di fare le leggi tocca al legislatore, e questo Livatino, nel suo guardare a una "luce" senza pretendere di essere lui la luce, lo sapeva bene.

Lei, da poco ad Avellino, si è trovato di fronte a un caso che ha lasciato attonita la città e l’intero Paese. Un padre ucciso in casa con 14 coltellate dal fidanzato della figlia, che risulta essere complice di un disegno criminoso che era anche più ampio. Che cosa le ha suggerito, Livatino, nel suo delicato compito?
So che cosa rispose a un commissario di polizia che, accorso per l’omicidio di un mafioso, aveva commentato: «Uno di meno!». Gli rispose che davanti alla morte il credente prega e chi non ha fede tace. Diceva Terenzio, «Homo sum, humani nihil a me alienum puto», niente di ciò che è umano mi è estraneo. Anche al più efferato dei criminali Livatino si sentiva legato da un comune destino.

Colpisce che anche nel caso di Livatino, come per padre Puglisi, sia accaduto che alcuni fra i carnefici nel tempo abbiano maturato un profondo cambiamento, come non di rado accade per i martiri.
Se Puglisi sorrise al suo carnefice dicendogli «Me l’aspettavo!», effetto analogo possono aver suscitato, nel tempo, in chi le ha ascoltate, le ultime parole di Livatino, riferite proprio da chi l’ha ucciso: «Picciotti, che vi ho fatto?». Questo ricorda a noi magistrati che a nessuno può essere precluso per sempre un percorso di recupero, come prevede la Costituzione, dopo che il sangue innocente è stato versato e i colpevoli condannati.

Il vescovo di Avellino ha chiesto a tutti un esame di coscienza.
Condivido in toto quel messaggio. Senza evocare responsabilità collettive a sminuire quelle personali, gravissime, dobbiamo tutti interrogarci se non siano questi casi il portato estremo di una società che tutti abbiamo contribuito a creare. Una società in cui ogni desiderio si trasforma in diritto può portare a ritenere un ostacolo da eliminare chiunque si frapponga alla sua realizzazione. Questo caso che lascia sgomenta un’intera collettività deve farci riflettere.


E lei, biografo di Livatino, che riflessioni trae?
Non vanno lasciate sole le famiglie. Bisogna tornare a valorizzare quelli che la dottrina sociale chiama corpi intermedi (parrocchie, associazioni culturali, sportive) senza abbandonare i nostri adolescenti alla realtà virtuale in cui sono immersi. I genitori da soli, senza averne colpa, possono non accorgersi di quel che sta accadendo ai loro figli. Bisogna farsi aiutare, e chi è in grado di farlo deve offrire disponibilità a uno sguardo "esterno" in grado di intravedere ciò che a volte in famiglia non emerge.

(ha collaborato Marco Ingino)

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