venerdì 8 febbraio 2019
La presidente Usmi, Yvonne Reungoat: reciprocità e rispetto per un rapporto sereno tra clero e suore. L'appello dell'Uisg
La madre generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Yvonne Reungoat: serve una formazione permanente per approfondire pensiero della Chiesa e scienze umane  / Foto Siciliani

La madre generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Yvonne Reungoat: serve una formazione permanente per approfondire pensiero della Chiesa e scienze umane / Foto Siciliani

«Chiediamo che ogni donna religiosa che sia stata vittima di abusi denunci quanto accaduto alla superiora della propria congregazione e alle autorità ecclesiali e civili competenti. Se la Uisg riceve una denuncia di abuso, sarà presente con l’ascolto e l’accompagnamento della persona perché abbia il coraggio di denunciare quanto vissuto alle organizzazioni competenti». Così si legge nella dichiarazione rilasciata lo scorso novembre dall’Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg) dal titolo «Contro ogni forma di abuso». «Condanniamo i fautori della cultura del silenzio e dell’omertà – recita ancora il comunicato – che si servono spesso del pretesto di “tutelare” la reputazione di un’istituzione o che definiscono tale atteggiamento “parte della propria cultura”. Sosteniamo una trasparente denuncia di abuso alle autorità civili e penali, sia all’interno delle congregazioni religiose che nelle parrocchie o diocesi, o in qualsiasi spazio pubblico».


No all’omertà. No alla tentazione di passare sotto silenzio episodi di violenza. No al maschilismo che, anche nella Chiesa, inquina i rapporti tra uomo e donna. Sì a una più diffusa pratica educativa, sì a un’educazione liberante all’affettività e alla sessualità che permette alla persona di far chiarezza sulla propria identità. Sì a una formazione permanente per un approfondimento continuo del pensiero della Chiesa e delle scienze umane in continua evoluzione. Ha le idee molto chiare, quando parla delle radici della violenza sessuale, Yvonne Reungoat, educatrice salesiana, madre generale – la prima non italiana – delle Figlie di Maria Ausiliatrice, presidente nazionale dell’Unione superiore maggiori (Usmi).

Papa Francesco ha detto che si deve fare di più, anche da parte della Chiesa, per prevenire la violenza contro le donne consacrate. Qual è l’aspetto più urgente da affrontare? È una questione delicata. Da una parte si deve apprezzare molto la chiarezza di papa Fran- cesco che non elude la questione ma la affronta con chiarezza ed esorta ad approfondirla. Un aspetto da affrontare è innanzi tutto il cambio di mentalità. Come fare? Dobbiamo far sentire la nostra voce di consacrate e cercare di intensificare la conoscenza reciproca tra clero e donne consacrate. Dobbiamo imparare a vivere la reciprocità dei rapporti tra uomini e donne, che è un’urgenza sia nella società sia nella Chiesa. Credo che ci sia da fare un approfondimento antropologico e teologico della relazione tra uomini e donne, tra clero e donne consacrate. Dobbiamo arrivare a una relazione libera e liberante tra le persone. Se c’è un’accettazione della propria identità si può vivere il dialogo e il rispetto su un piano di reciprocità.

Quindi chi si rifugia nella violenza è una persona in difficoltà con il proprio identità personale? Sì, la violenza è sempre segnale di malessere, di disagio. È un segno di frustrazione che porta a rivendicazioni violente e fa venire meno il rispetto reciproco. Questo vuol dire certamente la necessità di una formazione culturale contro la violenza.

Papa Francesco ha parlato spesso del persistere di una certa mentalità maschilista anche nei rapporto tra consacrate e clero. Come superare questo problema? Certamente la mentalità maschilista esiste nella Chiesa. E il maschilismo porta al clericalismo. Per lottare contro il maschilismo dobbiamo accettare le differenze, ma anche accettare di fare un cammino insieme, riflettendo e decidendo insieme. Invece, in tante occasioni, dobbiamo registrare la preponderanza delle scelte maschili. E il mondo femminile deve acconsentire perché in tante occasioni le religiose vivono il rapporto con il clero con un senso di inferiorità.

Crede che iniziative come quella del diaconato femminile potrebbero dare più autorevolezza alle donne nella Chiesa e prevenire in qualche modo questi episodi di violenza? Difficile dirlo. Può darsi di sì. Papa Francesco ci dice spesso però che l’importanza dell’impegno ecclesiale non è legata specificamente a un ministero ordinato. Pensarla diversamente vorrebbe dire ricadere nel clericalismo. Ci sono comunque tante possibilità di compiere un cammino ecclesiale con responsabilità importanti. Penso alle donne con posizioni dirigenziali nelle università pontificie o nei dicasteri vaticani. Bisogna comunque riconoscere il contributo che le donne consacrate possono dare alla Chiesa.

Lei ha mai raccolto lo sfogo di consorelle che erano rimaste vittime di esperienze negative nel rapporto con un sacerdote? Personalmente no. Non ho avuto finora denunce particolarmente gravi. Sappiamo che esistono. A questo proposito la posizione della Uisg è del tutto condivisibile.

Ecco, un documento come quello della Uisg, citato appunto da papa Francesco, può servire a cambiare questa mentalità negativa? L’obiettivo è quello di aiutare a fare chiarezza. Non è mai facile parlarne. Ma esprimersi con libertà di fronte a un abuso è fondamentale. Dobbiamo denunciare ma anche lasciarci toccare, purificare da questi fatti. La testimonianza della Chiesa dev’essere un segno per tutta la società. Mai occultare, mai accettare l’omertà con cui si vivono talvolta queste situazioni. E noi come Usmi cercheremo di prestare grande attenzioni a tutti questi segnali.

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