venerdì 2 ottobre 2009
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«Siate testimoni di miseri­cordia. Gli uomini di tut­to il mondo implorano la misericordia di Dio». Con i mille sacerdoti venuti ad Ars da tutti i Pae­si in occasione del ritiro dell’anno sacerdotale, il cardinale Christoph Schönborn sceglie le parole di Gio­vanni Paolo II, pronunciate in Po­lonia nel 2002. Parole forti, quasi, dice Schönborn, «un testamento» lasciato ai sacerdoti. Parole che scuotono nella basilica di Ars que­sta schiera di preti – bianchi, neri, vietnamiti, indiani, o venuti fin qui da lontane isole del Pacifico – che nel piccolo Paese francese medita­no su «La gioia di essere preti». Un titolo controcorrente, nello scenario di crisi delle vocazioni e secolariz­zazione che il sacerdozio affronta almeno in Europa. Scenario che l’ar­civescovo di Vienna non nasconde: «Ci sono diocesi in questa Francia – dice – in cui il sacerdote più giova­ne è il vescovo». Eppure. Eppure ad Ars, nella me­moria del santo curato che dell’an­no sacerdotale è il centro, sono ben visibili un fermento e una vitalità che meravigliano l’osservatore. So­no i sei preti cinesi, giovanissimi, che ti dicono delle speranze per la loro Chiesa; sono i monaci ragazzi che la mattina presto camminano per le strade col breviario aperto in mano. Schönborn parla come a dei fratel­li. Concede anche ricordi persona­li, quasi delle confessioni. Come quando, per dire della essenzialità della preghiera, ricorda i suoi anni di giovane domenicano: «La crisi post conciliare fu per noi giovani preti, negli anni ’60, come un’onda di tsunami. Ci convincemmo che solo l’azione contava, per rinnova­re la Chiesa. Io presi troppo alla let­tera questa idea, e smisi di pregare. All’inizio mi parve un sollievo: l’Uf­ficio, prima del Concilio, era così lungo. Ma a poco a poco la vita reli­giosa mi parve perdere di senso, le cose spirituali impallidire. Dopo un anno, la mia vocazione vacillava. È stata, la crisi della preghiera, il dram­ma della mia generazione di preti. Quegli anni ora sono passati. Ma il sacerdote non deve mai perdere l’a­bitudine del pregare». «Lo so – con­tinua Schönborn – dobbiamo tutti lottare col tempo, il tempo che man­ca, e che occorre trovare nella gior­nata. Ma pensate a quanto tempo ci tolgono la tv, e Internet; e quanto vuoto interiore alla fine ci lasciano. Guardate: piuttosto che stare ore da soli su un computer, facciamo una partita a carte con gli amici. Fa mol­to bene, è un bel modo di stare in­sieme », sorride il cardinale. Stare insieme, non essere soli. È un argomento su cui Schönborn torna. Esorta i sacerdoti ad avere degli a­mici con cui condividere le fatiche. « Una sfida del sacerdozio nel XXI secolo – dice – sarà, credo, ritrovare delle forme di vita in comune, o co­munque di prossimità». Ma la solitudine non mina solo i pre­ti. A Vienna «più della metà delle persone vive sola » . E ben sembra conoscere, l’arcivescovo, la grande solitudine della sua città: piena di vecchi e con così pochi bambini. Eppure. Eppure gli uomini hanno ancora bisogno dei preti. «Non cer­cano in noi dei manager, né dei grandi predicatori. Semplicemente, cercano degli uomini di Dio. Il cu­rato d’Ars era un uomo semplice. Ma i suoi parrocchiani dicevano: ba­stava stargli accanto, per sentirsi uo­mini migliori». Già, il curato d’Ars, povero prete in un villaggio di 230 anime dopo la tempesta della Rivoluzione, All’al­ba in confessionale, per tutto il gior­no tra la gente con la sua tonaca li­sa. Testimone di misericordia. Schönborn ai mille, che ascoltano silenziosi: «Solo alla luce della mi­sericordia di Dio possiamo guarda­re in faccia la nostra miseria. Se non c’è una percezione della misericor­dia di Dio, gli uomini non soppor­tano la verità. In un mondo senza misericordia tutti tendono ad auto­giustificarsi, e ad accusare gli altri. E quando ci si accorge della nostra miseria, siamo tentati dello scorag­giamento e della disperazione». Al sacramento della misericordia, la confessione, il cardinale dedica un ampio insegnamento (ne scriviamo a parte, ndr ). Ma ai sacerdoti ricor­da ancora il cuore del loro stesso mi­nistero. «Senza l’Eucarestia, la no­stra vita di sacerdoti mancherebbe del suo centro», dice. Quel sacrifi­cio, esorta, da celebrare nel silenzio interiore. « Io stesso, lo confesso, spesso arrivo in sacrestia in ritardo, preso dai pensieri. Soffermiamoci a pregare almeno mentre vestiamo i paramenti. Come disse Gogol, «in quel momento il sacerdote indossa delle vesti, per distinguersi da se stesso». Per mostrare dunque d’es­sere, ora, « in persona Christi ». E, vi chiedo, lasciamo qualche istante di silenzio dopo la Comunione, nella Messa. Abbiamo cacciato il silenzio dalla liturgia. Quanto ne abbiamo in­vece bisogno». E Schönborn estrae un’altra immagine dai ricordi. «1961, avevo 16 anni. Andai con la parroc­chia in pellegrinaggio a san Giovan­ni Rotondo. Mi sentivo estraneo a tanta pietà popolare, mi turbava la folla che alle quattro del mattino già gridava chiamando quel frate. Poi, lo vidi celebrare la Messa. Mai vista, prima e dopo di allora, una Messa così. Ho avuto l’impressione di ve­dere la realtà del sacrificio di Cristo; come se il velo del Sacramento fos­se caduto. Poi, in sacrestia, a quel fra­te ho avuto il privilegio di baciare la mano». I mille ascoltano intensamente. Co­me un esercito rinnovato nella me­moria della sua origine, e di ciò a cui è chiamato. I giornalisti in confe­renza stampa insistono: e la crisi del­le vocazioni? E le ragioni del celiba­to? A loro Schönborn risponde: «Io credo che le vocazioni in realtà ci sia­no, e molte. Spesso non maturano a causa di un clima di indecisione che la società contagia ai giovani. Come per il matrimonio. Incontro uomini di 40 anni che entrano in seminario. Già a 20 anni lo avevano desiderato, ma nessuno li aveva aiutati a capire. Dio, credo, chiama sempre. Il pro­blema è saperlo ascoltare. Guardate poi in molti Movimenti e giovani co­munità cristiane, quante sono le vo­cazioni. Chiediamoci perché, lì, ci sono. Non facciamo come certi miei confratelli che anni fa si lamentava­no della mancanza di coraggio dei giovani, e non si rendevano conto che proprio il loro stile di vita seco­larizzato, la loro 'teologia orizzon­tale' non potevano che allontanar­li». E il celibato, Eminenza – incalza un giornalista – le ragioni del celibato? Schönborn: «Il sacerdote fa questa scelta volontariamente, in una pro­spettiva di disponibilità per Dio e per l’uomo. Sull’esempio di Cristo. Che ha scelto quella strada, donandosi interamente a Dio e alla sua missio­ne. Che questa scelta sia pos­sibile, lo vediamo nella vi­ta di molti preti». Ma, ed è ancora una con­fessione di Schönborn qui ad Ars, per i suoi preti l’ar­civescovo di Vienna pre­ga. «Ogni sera la mia ulti­ma preghiera è per loro. Poi, come naturalmente la preghiera si allarga a tutti quelli che sono in tribolazione. Penso ai carce­rati, alle donne maltrattate, ai bambini picchia­ti. Ai drogati, alle prostitute, ai di­sperati che non hanno più vo­glia di vivere. La preghiera si fa allora condivi­sione della sof­ferenza di Cristo al Getsemani. E solo immergendo il dolore degli uo­mini nell’abisso dell’amore di Cri­sto, la mia pre­ghiera della sera si fa finalmente preghiera di fidu­cia».
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