martedì 20 gennaio 2015

Nel 1968, anno in cui fu pubblicata l’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae” (firmata il 25 luglio), il mondo stava attraversando profonde trasformazioni e la scienza stava cominciando a “mettere le mani” sui meccanismi della procreazione. Papa Montini volle rispondere alle nuove sfide nella consapevolezza che la questione non riguardava solo il “costume” ma tirava in ballo il futuro dei popoli. Nel 1963 Giovanni XXIII aveva istituito una Commissione che si occupasse delle “nuove questioni riguardanti la vita coniugale, e in particolare una retta regolazione della natalità”: Paolo VI raccolse i risultati del lavoro di quegli esperti e diede le sue risposte definitive a queste “gravi questioni” proprio nell’Humane vitae, un documento di 31 paragrafi, divisi in tre parti (I. Aspetti nuovi del problema e competenza del magistero; II. Principi dottrinali; III. Direttive pastorali. Qui il testo: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_25071968_humanae-vitae_it.html). Un’enciclica sociale? Sarebbe sbagliato ridurre l’Humanae vitae a un documento magisteriale sulla morale sessuale coniugale, perché essa di fatto ha una profonda preoccupazione sociale. La riflessione di Paolo VI, infatti, si apre con un riferimento al problema dello sviluppo demografico, delle mutate condizioni sociali, culturali ed economiche, del nuovo ruolo delle donne e dello sviluppo delle scienze nel campo del dominio dei processi naturali. In questo contesto, spiega Montini, nel comune sentire sorge una domanda cruciale: ci si chiede “se, dato l’accresciuto senso di responsabilità dell’uomo moderno, non sia venuto per lui il momento di affidare alla sua ragione e alla sua volontà, più che ai ritmi biologici del suo organismo, il compito di trasmettere la vita”. E proprio in questa tendenza il Papa ravvisa uno dei rischi maggiori. L’ingerenza delle autorità. L’uso dei metodi di regolazione artificiale della natalità, infatti, apre orizzonti che valicano il semplice ambito delle scelte personali: si pensi, dice Montini, “all’arma pericolosa che si verrebbe a mettere tra le mani di autorità pubbliche, incuranti delle esigenze morali. Chi potrà rimproverare a un governo di applicare alla soluzione dei problemi della collettività ciò che fosse riconosciuto lecito ai coniugi per la soluzione di un problema familiare?”. A questa tendenza il Papa oppone la visione cristiana: “Il problema della natalità, come ogni altro problema riguardante la vita umana, va considerato, al di là delle prospettive parziali - siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico - nella luce di una visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna”. Ogni atto sessuale deve essere diretto alla procreazione? In questa visione globale dell’uomo Paolo VI rilegge la vita coniugale proponendo una visione ben più aperta e ampia rispetto alle letture riduttive che spesso sono state date alla morale sessuale cattolica. La più comune è quella di affermare che la Chiesa condanna qualsiasi atto sessuale non diretto alla procreazione. Tale visione non corrisponde a quanto affermato dall’Humanae vitae che, se da un lato chiede l’apertura alla vita, dall’altro sottolinea anche che l’aspetto procreativo va di pari passo con l’aspetto unitivo: l’atto sessuale, cioè non è solo un modo per far figli ma anche per esprimere quell’unione tra sposi che per i cristiani ha valore sacramentale. In quest’orizzonte quindi si inserisce l’invito di Paolo VI a una paternità responsabile (vedi scheda) e l’invito a regolare le nascite mettendosi in ascolto e rispettando i ritmi naturali. Naturale sì, artificiale no. Paolo VI è consapevole dell’obiezione che può essere fatta: perché rimandare una nascita sfruttando i periodi infecondi è lecito, mentre usare i metodi artificiali non lo è? “Nel primo caso – risponde il Papa – i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali”. Ecco perché vanno assolutamente esclusi “come via lecita per la regolazione delle nascite”, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, ma anche la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. “È altresì esclusa – aggiunge il Papa – ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione”. Il matrimonio: casa dell’amore, non solo doveri Un’altra riduzione spesso attribuita alla visione cristiana è quella di identificare il matrimonio come un legame basato sui doveri. Paolo VI spazza via questo errore mettendo in primo piano l’amore coniugale: esso è sacramentale, cioè immagine dell’amore di Dio, ma è anche “sensibile e spirituale”, è amore “totale” e “fedele”. Da queste caratteristiche, nota il Papa, “scaturisce una intima e duratura felicità”. Il matrimonio, quindi, con tutte le sue complesse dinamiche è soprattutto un cammino che porta ad essere felici, anche perché, sia nel rapporto tra coniugi che nella procreazione, esso è un dono.La parte pastorale. Il documento, infine, dà indicazioni concrete perché la visione cristiana aiuti lo sviluppo dei popoli di tutto il mondo. Per questo il Papa si rivolge “ai pubblici poteri”, “agli uomini di scienza”, “agli sposi cristiani”, “ai medici e al personale sanitario”, “ai sacerdoti” e “ai vescovi”.

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