venerdì 24 agosto 2018
Nel suo intervento il gesuita che alcuni gruppi contestano per le posizioni sui cristiani lgbt ha parlato di accoglienza e della virtù della castità
Famiglie a Dublino

Famiglie a Dublino

Ha parlato di Vangelo, di accoglienza, di rispetto, di dolore, di preghiera, di castità. Sì anche di castità, ricordando che si tratta di virtù cristiana richiesta a tutti, etero o omosessuali. Nessuno escluso. Strana pretesa eh? Ma ha anche invitato a non giudicare una persona per il suo orientamento sessuale, perché si tratta di una specificità che – ha detto – nessuno ha scelto per moda o per divertimento. E una persona è molto, molto di più del proprio orientamento sessuale.

Chi immaginava proclami sull’amore libero e senza freni per far scattare la macchina social dell’indignazione sarà rimasto deluso. Ieri, a Dublino, padre James Martin ha fatto il suo onesto lavoro di pastore che si mette in cammino per andare a cercare la pecorella che si era smarrita.

Si è mostrato per quello che è, al di là delle invenzioni mediatiche e dei propositi eretici che gli vengono attribuiti. Davvero la fabbrica del fango produce effetti deleteri in chi viene accecato perché accetta di lasciarsene sommergere. Chi invece ha deciso di verificare di persona quanto ci fosse di vero e quanto di spazzatura nelle tante condanne preventive emesse in questi giorni dai soliti cavalieri della dottrina senza macchia e senza paura, ha avuto la piacevole sorpresa di scoprire un parroco che nella sua comunità di New York, quella di Sant’Ignazio, apre le braccia ai miseri, ai poveri, a chi stende la mano.

E come Gesù al centurione che chiede aiuto per il servo malato, oppure a Zaccheo che si arrampica all’albero pur di vedere il Maestro, padre Martin non chiede preventivamente l’orientamento sessuale, o quante volte ha peccato. Accoglie, ascolta, accompagna, mostra con i fatti la gioia del Vangelo.

Padre James Martin

Padre James Martin

Ieri, mentre parlava dal palco del grande auditorium stracolmo e attento, scorrevano alle sue spalle le immagini delle persone da lui sostenute e incoraggiate nella comunità affidatagli. Nessuna scena da gay pride, nessun tripudio alla deviazione, ma tanti volti sorridenti di gente semplice, normale. Certo, il fatto che il sacerdote gesuita sia convinto dell’opportunità di definire quelle persone “cristiani lgbt”, può far storcere il naso a chi coglie in quella sigla la volontà di affermare stili di vita contrari al Vangelo.

Ma evidentemente ci sono anche persone che si riconoscono nell’acronimo tanto temuto, ma poi vanno a Messa, si confessano, pregano, cercano sinceramente la strada della fede. E, come il Papa ha scritto con chiarezza in Amoris laetitia e ha ribadito in tanti interventi, la Chiesa ha il dovere di aiutare tutte le persone, al di là del loro orientamento sessuale, a cercare questa strada. Si tratta di un impegno pastorale da cui nessuno, tanto meno le comunità parrocchiali, possono sentirsi escluse. Accogliere nel rispetto e nella misericordia è un dovere evangelico. Punto.

Tutte le altre fantasie a proposito di sdoganamento della cultura lgbt sono deduzioni malevole che l’intervento di padre Martin di ieri, come del resto il suo libro, concorrono a smentire. Il discorso del gesuita è stato giocato sul piano pastorale, con un dettaglio fin troppo minuzioso sulle modalità di ascolto e di accompagnamento delle persone lgbt e sulla necessità del loro coinvolgimento nelle attività parrocchiali. Nessun accenno alla volontà di rivoluzionare la dottrina, nessun appello a favore delle nozze gay. Ma tante parole di misericordia per chi ha sofferto a causa dello stigma dell’omosessualità. E anche per i loro genitori. Perché anche l’omosessualità, con buona pace di coloro che volevano escludere padre Martin dall’Incontro mondiale, è una realtà che deve fare i conti con le dinamiche della famiglia.

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