giovedì 8 ottobre 2015
«Fare bene il bene»: una massima che sintetizza la vita del beato Vincenzo Romano, nato a Torre del Greco, cittadina alla periferia di Napoli, il 3 giugno del 1751. Oggi presso la basilica di Santa Croce nella città natale del parroco beato, dove sono conservate le sue reliquie, il cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, presiederà l’Eucaristia per annunciare la conclusione del processo diocesano per un altro presunto miracolo: la guarigione di un papà di dieci figli. Ci saranno i familiari nella basilica dove il “prete lavoratore”, come lo chiamava la popolazione per il suo infaticabile impegno a favore dei marittimi e dei bisognosi di ogni sorta, svolse per trent’anni il suo ministero di parroco. Una santità che scaturisce dal dialogo con la sua terra «che egli assorbe, rieduca, evangelizza, santifica », spiega don Giosuè Lombardo, parroco della basilica, luogo di culto del beato. La testimonianza di “don Vincenzo” (proclamato beato il 17 novembre 1963), oggi protettore del clero di Napoli, sembra quella comune ad un qualsiasi sacerdote che cura le anime dal 1799 al 1831 (anno in cui muore). «E, invece, il beato – spiega don Lombardo – è un grande precursore. Ne La Messa pratica, un suo libretto liturgico- pastorale, intuisce la necessità che l’assemblea dei fedeli preghi bene, insieme e coordinando pensieri e voci a quelli del celebrante, necessità che è riconosciuta oggi dalla dottrina della Chiesa e promossa dai movimenti liturgici». Avrà cura particolarmente anche della evangelizzazione di strada: sarà ideatore della “sciabica” (dal nome della rete a strascico usata dai pescatori)  che consisteva nell’andare con crocifisso e campanello incontro alle persone, predicare e poi accompagnarli nella chiesa più vicina. Ma anche della carità sociale assistendo i pescatori di corallo in difficoltà che a Torre del Greco erano e sono tuttora numerosi.  Due i miracoli per sua intercessione riconosciuti per la beatificazione: la guarigione 'inspiegabile scientificamente' di Maria Carmela Restucci (1891) e di suor Maria Carmela Cozzolino (1940). Ora, dopo così tanti anni, si attende il riconoscimento del “miracolo” per la canonizzazione. Conclusa la fase diocesana la documentazione sulla guarigione sarà trasmessa alla Congregazione delle cause dei santi, per gli accertamenti e le valutazioni da presentare poi al giudizio conclusivo del Papa. «Probabilmente è passato tanto tempo – continua don Lombardo – perché solo oggi sono maturi i tempi: Napoli, la Chiesa e il mondo intero hanno bisogno di una figura di santità come quella di “don Vincenzo”».
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