giovedì 6 dicembre 2018
Per Sant'Ambrogio il suo successore alla guida della diocesi ambrosiana chiama a coltivare ragione e visioni di futuro per il bene comune
Discorso alla città. L'arcivescovo Mario Delpini nella Basilica di Sant'Ambrogio (Lapresse)

Discorso alla città. L'arcivescovo Mario Delpini nella Basilica di Sant'Ambrogio (Lapresse)

«La crisi demografica che sembra condannare la popolazione italiana a un inesorabile e insostenibile invecchiamento; la povertà di prospettive per i giovani che scoraggia progetti di futuro e induce molti a trasgressioni pericolose e a penose dipendenze; le difficoltà occupazionali nell’età adulta e nell’età giovanile e le problematiche del lavoro; la solitudine il più delle volte disabitata degli anziani». Sono queste le «problematiche emergenti e inevitabili» che l’arcivescovo di Milano Mario Delpini addita nel suo Discorso alla città per la festa del patrono Ambrogio. Sfide «complesse», quelle messe in risalto nel testo dal titolo Autorizzati a pensare. Visione e ragione per il bene comune. Sfide di fronte alle quali, scandisce il presule, «evitare di ridurci a cercare un capro espiatorio», come «talora» si fa con «il fenomeno delle migrazioni e la presenza di migranti, rifugiati e profughi», trattati da molti come fossero «l’unico problema urgente».

Queste sfide, piuttosto, richiedono una «ragione per il bene comune», come ricorda il sottotitolo del Discorso, e una «visione di futuro». Ecco, dunque, un duplice richiamo: all’Europa «dei popoli e dei valori» dove costruire «una convivenza pacifica e solidale»; e alla «Costituzione della Repubblica italiana» quale «punto di riferimento fondamentale per la convivenza dei cittadini e la visione dei rapporti internazionali» di cui dispone il nostro Paese per orientare il suo ruolo «nel cantiere europeo al quale rimettere mano».

IL VIDEO INTEGRALE DEL DISCORSO ALLA CITTA'

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In questo scenario si collocano le sfide identificate nel Discorso. E «la risorsa determinante» per affrontarle: la famiglia, il «fattore decisivo», la «cellula vivente», che «può tenere insieme le età della vita, la cura per il futuro, la pratica della solidarietà, la prossimità alle fragilità e rendere la città un luogo in cui sia desiderabile vivere, lavorare, studiare, diventare grandi, essere curati e assistiti». Certo, la famiglia non va lasciata sola. Perciò istituzioni e diocesi sono chiamate a cooperare. Sempre in questo scenario la comunità cristiana «desidera abitare la città per offrire il suo contributo e collaborare con tutte le istituzioni presenti nel comprendere il territorio, nell’interpretare il tempo, nel promuovere quell’ecologia globale che rende abitabile la terra per questa e per le future generazioni. In questo – sottolinea l’arcivescovo – faccio riferimento con affetto e gratitudine alle indicazioni di papa Francesco nella Laudato si’».

Vigilia della festa patronale. Era gremita, ieri sera, la Basilica di Sant’Ambrogio, per i primi Vespri, occasione nella quale l’arcivescovo di Milano offre il suo Discorso alla città e alla diocesi. Prima del rito Delpini ha incontrato i rappresentanti delle comunità cattoliche straniere. Quindi il Discorso nell’antica chiesa affollata di sindaci e amministratori pubblici. «Essere persone ragionevoli è un contributo indispensabile per il bene comune», afferma Delpini, chiamando quanti hanno a cuore la città e il Paese all’«esercizio pubblico dell’intelligenza».

In tempi di slogan e di fake, di politica urlata che ingigantisce e strumentalizza paure e rancori, si tratta di un «invito», l’arcivescovo ne è consapevole, «forse un po’ provocatorio». Ma quanto mai prezioso. E offerto con quella stessa «intelligenza benevola» auspicata nel Discorso. Ad aprirlo un passo della Lettera di Giacomo che «interpreta le dinamiche conflittuali della comunità come l’emergere di passioni che rendono stolti», mentre «la possibilità della pace è offerta da una sapienza che viene dall’alto, da un’intelligenza benevola, da un pensiero che si ispiri alla vicinanza di Dio. C’è dunque anche la possibilità di pensare, siamo autorizzati a pensare». All’inizio Delpini richiama alcuni ambiti della vita pubblica e del rapporto fra istituzioni e cittadini che, per reazione alle loro degenerazioni, alimentano «il desiderio di una ragionevolezza diffusa». E sono parole chiare, quelle del presule, ad esempio dove denuncia il consenso costruito sulla paura e i pregiudizi, mentre i problemi complessi chiedono senso critico e realismo.

Delpini cita il Paolo VI della Populorum progressio e il Benedetto XVI della Caritas in veritate, critica la ragione ridotta a calcolo utilitario, auspica il contributo delle università e delle istituzioni culturali, ricorda come il «pensare» è «dare forma a una visione di futuro» e «riconoscere le priorità da perseguire» insieme. Si tratta di «propiziare il pensare condiviso», ad esempio promuovendo l’educazione civica e la conoscenza della Costituzione (perché non aprire i Consigli comunali, suggerisce il presule, leggendo e commentando qualche articolo della prima parte?). Nei percorsi di «riscoperta e valorizzazione del bene comune» quale fattore di «rigenerazione della cittadinanza», risulta preziosa la «sapienza evangelica» che «ci spinge a non considerare mai l’uomo a servizio della legge e delle regole, ma, al contrario, a comprendere che una legge giusta è sempre in favore dell’uomo e della sua libertà».

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