mercoledì 18 febbraio 2015
Introduzione Sono particolarmente contento di mettere in comune con voi qualche riflessione circa “il senso e il percorso” del Convegno ecclesiale nazionale che si svolgerà nel prossimo novembre a Firenze. È inutile dirvi che qui mi sento a casa. Trentasei anni trascorsi qui, sono davvero tanti! E lo sono ancora di più quado, com’è capitato a me, questo luogo non è stato vissuto come “posto di lavoro”. Qui mi sono formato e qui ho incontrato persone che hanno segnato fortemente la mia vita di uomo e di prete. Mi sento quindi a casa e, quando uno parte da casa per maturare e condividere alcune riflessioni, ha buone speranze di poter andare lontano e soprattutto ha buone probabilità di non perdersi. Ho visto, questo mio intervento, collocato all’interno di un ciclo di tre appuntamenti, che prevedono – oltre a quanto dirò io questa sera – la presenza di altri esperti qualificati, chiamati a soffermarsi su due importanti snodi di maturazione dell’«umano»: la famiglia – luogo in cui si sviluppano relazioni strutturanti la persona e la società – e la Bibbia, con il contributo che può offrire come fattore di umanizzazione. Su questo sfondo e per restare nel tema affidatomi, intendo articolare quanto sto per dirvi essenzialmente in tre punti: innanzitutto, un breve excursus di cosa sono stati i Convegni della Chiesa italiana a partire dal Concilio; quindi, l’originalità – la “pretesa”, se vogliamo – di Firenze; le cinque vie sulle quali camminare, non solo in vista di questo appuntamento, ma per quella riforma della Chiesa a cui Papa Francesco non si stanca di provocarci e che trova nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium la sua magna charta. I. I Convegni del post Concilio Per certi versi il cammino nel dopo Concilio delle Chiese che sono in Italia potrebbe essere accostato e raccontato proprio a partire dai Convegni Ecclesiali Nazionali. Più ancora, ripercorrendone le tappe – ritmate secondo un calendario decennale – non sarebbe difficile ricostruire la stessa storia della Conferenza Episcopale Italiana: basti dire che la prima riunione in quella che è ancor oggi la sede della CEI, fu dedicata proprio alla preparazione del primo Convegno ecclesiale. Di fatto, nei quattro Convegni ecclesiali e, specialmente, nella loro preparazione, la Conferenza ha espresso una serie di attenzioni prioritarie, di specificità che vanno lette sul chiaroscuro dei mutamenti avvenuti nel più vasto contesto della società italiana. Vanno perciò considerati come momenti di comune riflessione attorno a tematiche che si collocano sul versante del rapporto della fede con la storia e della Chiesa con il mondo. Sono diventati il “luogo” per fare il punto sul rapporto Chiesa e società e sullo stato della fede nel Paese. Sono sempre stati anche motivo per accogliere e far proprie le indicazioni del Papa e per rilanciare in questa luce anche il tema che ha scandito ogni decennio. Vediamoli brevemente insieme. I.1. Roma 1976, Evangelizzazione e promozione umana. Nell’individuare questo tema – sulla scorta di Evangelizzazione e sacramenti, principio ispiratore di quegli anni – il Consiglio Permanente sottolineava la connessione tra «evangelizzazione e liberazione integrale dell’uomo, preso atto dell’insistente magistero della Chiesa, accogliendo le molte istanze emergenti nel popolo di Dio». Ricordo che si era in un contesto sociale, politico ed ecclesiale molto complesso, segnato da forte domanda di partecipazione, da tensioni e dissenso, sullo sfondo di una cultura attraversata da un rapido cambiamento. Come scriveva nel 1974 Mons. Enrico Bartoletti, in veste di Segretario generale, il tema del Convegno «è conseguente ad alcune precise preoccupazioni dei Vescovi italiani: 1) essere presenti nel cuore dei problemi del nostro tempo; 2) cointeressare attivamente tutte le componenti della Chiesa; 3) corrispondere concretamente alle sollecitazioni della riflessione postconciliare di tutta la Chiesa». A bene vedere, sono punti che, a distanza di quarant’anni potremmo far nostri, guardando all’appuntamento di Firenze. I.2. Loreto 1985, Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini. Dagli anni di piombo negli anni Ottanta si era passati a una stagione espansiva, orientata ai consumi e all’affermazione di un individualismo spregiudicato, con il conseguente riflusso nel privato. Già l’Assemblea generale della Cei del 1983, nell’approvarne il tema generale nel contesto del piano dottrinale e pastorale Comunione e comunità, raccomandava che il Convegno potesse essere «vera esperienza dell’impegno missionario della comunione della Chiesa italiana». Preparato dal sussidio La forza della riconciliazione, Loreto fu fortemente marcato dal discorso che vi fece Giovanni Paolo II. I.3. Palermo 1995, Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia. Anche in questo caso, il tema si muoveva sullo sfondo degli Orientamenti pastorali per gli anni Novanta, dedicati a Evangelizzazione e testimonianza della carità. Come si evince dal comunicato finale dell’Assemblea generale della Cei del 1994, il Convegno intendeva essere «anzitutto, stimolo per le comunità ecclesiali perché acquistino più viva coscienza della novità che viene da Cristo risorto e della missionarietà che deve segnare il loro impegno alla soglia del terzo millennio». In tal senso, si poneva anche come «denuncia, provocazione e proposta nei riguardi della società in ordine al suo rinnovamento spirituale, culturale e sociale». Accanto alle “tre vie” proposte dagli Orientamenti pastorali –l’educazione dei giovani al Vangelo della carità, il servizio dei poveri in un contesto di solidarietà, la presenza responsabile dei cristiani nel sociale e nel politico – Palermo si proponeva di approfondire pure «i temi sempre più urgenti della famiglia e della comunicazione sociale».  I.4. Verona 2006, Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo. La tematica del Convegno richiamava la prospettiva degli orientamenti pastorali decennali e quindi il tema della comunicazione del Vangelo. Si voleva che la chiave della speranza potesse caratterizzare il circuito tematico del convegno, per evidenziare che il Vangelo è sì la risposta alle contraddizioni, ai bisogni e alle attese dell’uomo contemporaneo, ma soprattutto opera una radicale novità nel vissuto dei singoli e della società. Come ricorderete, in questa prospettiva il Convegno ebbe i lavori articolati nei cinque ambiti: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza. I.5. Gli Orientamenti pastorali per il decennio Gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, pubblicati nell’ottobre 2010, si collocano in stretta continuità con Verona, come si evince già dalla presentazione del testo: «La scelta di dedicare un’attenzione specifica al campo educativo affonda le radici nel IV Convegno ecclesiale nazionale (…) con il suo messaggio di speranza fondato sul “sì” di Dio all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto perché noi avessimo la vita». È così aperto il tema del Convegno ecclesiale di quest’anno: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. La questione essenziale è «non ridurre la fede cristiana a uno dei tanti fattori umani che innestano processi culturali e sociali, ma riconoscerla come la sorgente della vita nuova per ogni persona e per l’intera società. Il confronto culturale – per cui anche la scelta della sede nel capoluogo toscano risulta particolarmente significativa – intende rivendicare che l’originario umanesimo non solo non esclude la trascendenza, ma ha radici cristiane» (dal Comunicato finale, Ass. gen. maggio 2013). Non possiamo concludere questa rapida parabola storica senza chiederci quale sia il valore di tali convocazioni. Oggi, con un po’ di sana leggerezza, potremmo forse recuperare quanto nel 1977 – quindi a un anno dal primo Convegno – affermava l’allora presidente delle Acli Domenico Rosati: «L’impressione è che il convegno stia attualmente su un binario morto e che sulla linea principale transitino altri convogli». Più che nelle loro conclusioni o nella capacità di transitarne i contenuti nella vita ordinaria delle comunità, la validità di questi appuntamenti è quindi da ricercarsi nell’esperienza di incontro e confronto tra delegati di tutte le diocesi, nonché del variegato mondo cattolico. Ne è parte, dopotutto, anche il nostro ritrovarci di questa sera. II. La “pretesa” di Firenze Proprio tale consapevolezza vogliamo che ci aiuti a porre particolare attenzione al cammino di preparazione al Convegno Ecclesiale di novembre. A questo riguardo – prima ancora di entrare nel merito della Traccia – vale la pena lasciar risuonare un passaggio del discorso con cui lo scorso maggio Papa Francesco si è rivolto all’Assemblea generale della CEI. Sono un appello che non può restare disatteso. Eccolo: «Le difficili situazioni vissute da tanti nostri contemporanei, vi trovino attenti e partecipi, pronti a ridiscutere un modello di sviluppo che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forma di emarginazione e di esclusione. Il bisogno di un nuovo umanesimo è gridato da una società priva di speranza, scossa in tante sue certezze fondamentali, impoverita da una crisi che, più che economica, è culturale, morale e spirituale». In poche essenziali parole ci viene qui consegnato il contenuto dell’evangelizzazione in Italia, nella linea di quanto il Papa ha tracciato nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, la cui dichiarata intenzione è proprio quella di trovare «vie nuove al cammino della Chiesa nei prossimi anni» (EG 1). Lo scopo del nostro appuntamento fiorentino è significativamente lo stesso: fare il punto sul nostro cammino di fedeltà al rinnovamento promosso dal Concilio e aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo. Il percorso, oltre che di tali contenuti, si nutre di uno stile preciso – quello dell’annuncio, che è poi quello con il quale la Chiesa vive e testimonia – e di un metodo ecclesiale che per Papa Francesco è un metodo sinodale. Ne abbiamo fatto esperienza in occasione del Sinodo Straordinario sulla famiglia celebrato ad ottobre, prima tappa del percorso che porterà a quello che precederà di poco il Convegno di Firenze. Del resto, quante volte in questi due anni ci ha richiamato al confronto collegiale, condotto con franchezza e in spirito di comunione! Alla Conferenza Episcopale Italiana, nel discorso citato, il Papa aggiungeva in maniera esplicita: «Il discernimento comunitario sia l’anima del percorso di preparazione al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel prossimo anno: aiuti, per favore, a non fermarsi sul piano – pur nobile – delle idee, ma inforchi occhiali capaci di cogliere e comprendere la realtà e, quindi, strade per governarla, mirando a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini». Questa prospettiva ci è data in Gesù Cristo. Lo affermiamo con convinzione e, insieme, con l’umiltà di chi sa che in questo modo non intende cristallizzare una verità costruita a tavolino, né assumerla come se fosse un recinto che esclude o che si distanzia da quella portata avanti da altri. Piuttosto, se l’incontro con l’Uomo delle Beatitudini ci realizza in pienezza in tutti gli aspetti dell’umano, non potrà che porci anche in cammino con tutti, disponibili a confrontarci con gli umanesimi secolari, con visioni del mondo e dell’essere uomini diverse da quelle ispirate dal Vangelo e incarnate nella tradizione ecclesiale, per un dialogo che si rifiuta di considerare i diversi percorsi semplicemente incomunicabili tra loro. In Lui, in Gesù Cristo, riconosciamo i criteri veritativi, che non rimandano a un castello di idee e nemmeno a un modello storico da riproporre, bensì alla fedeltà di Dio a una storia che è storia di salvezza. Questa consapevolezza ci porta a superare ogni atteggiamento giudicante e gratuitamente presuntuoso, nella coscienza di quanto l’umanesimo, che ha al proprio centro Cristo Gesù, sia connotato dalla sua sovreccedenza escatologica. La fede in Lui interpella continuamente la vita personale e comunitaria per una verifica della bontà della strada che stiamo percorrendo. Perché sappiamo la possibilità di allontanarci, di percorrere altre strade, anche quando si ammantano di una veste sacrale. Questa sera, anche per limiti di tempo, più che soffermarci a dare un nome alle molteplici esperienze di umanesimo negato che rinveniamo nella società e nella cultura in cui siamo immersi, preferisco soffermarmi brevemente su quelle che ci riguardano direttamente e che, se vogliamo, Papa Francesco ha stigmatizzato rivolgendosi ai Superiori della Curia in occasione del Natale. Quel suo discorso franco ed esigente in realtà ci riguarda da vicino; è diagnosi di malattie che impoveriscono l’intero corpo ecclesiale. Il narcisismo come l’eccessiva operosità; la durezza di cuore, il funzionalismo, l’Alzheimer spirituale che fa perdere lo slancio gioioso dato dall’incontro personale con Cristo e concentra solo sul perimetro del presente; la vanagloria, la doppiezza di vita, il farsi seminatori di zizzania; il servilismo cortigiano interessato, il pessimismo sterile, il bisogno di accumulare per sentirsi più sicuri; la ricerca di consessi che diventano lobby chiuse e la brama del potere, che stravolge il servizio… Sono tutte forme che imputridiscono l’esperienza ecclesiale, le impediscono di esprimersi come un corpo vivo e in cammino, un vero mosaico chiamato a formare il volto di Cristo, come ci insegnano i Padri della Chiesa; nel contempo tali malattie rendono quanto meno zoppa agli occhi del mondo la proposta cristiana. A questo punto, ogni tentativo di riforma, per essere efficace, non potrà riguardare soltanto né primariamente le strutture; ci è necessario seguire una “terapia” che arrivi a lavorare in profondità, sugli atteggiamenti interiori del singolo come della comunità. E la “terapia” la Traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale la individua in cinque vie – già presenti nella trama dell’Evangelii gaudium – che ora sono affidate alla nostra riflessione per una nostra conversione pastorale che ci porti a incarnare quanto il Papa indica e si aspetta dalla Chiesa di oggi: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare. Sono la cartina al tornasole con cui riscontrare – e Firenze intende essere luogo deputato a questo – se come Chiesa italiana stiamo facendo nostro lo stile dell’Evangelii gaudium e il suo riferimento a Cristo per la realizzazione dell’uomo di oggi. In fondo, tanto gli Orientamenti pastorali del decennio centrati sull’educazione, quanto l’Esortazione apostolica e, quindi, lo stesso Convegno ecclesiale formano un unicum attorno a queste vie, che ci sono consegnate per aiutarci a passare da considerazioni di metodo e di contenuto a una verifica effettiva. III. Cinque vie Vi chiedo un surplus di attenzione, perché siamo giunti al cuore del nostro discorrere, che ora assume necessariamente un tono interrogativo e attende la riposta che ciascuno è chiamato a dare. III.1 Uscire Conosciamo tutti – se non altro perché siamo stati adolescenti – quell’andare senza meta e senza direzione che trasforma l’esistenza in un vagare un po’ alla cieca, sempre insoddisfatti e insieme persino incapaci di saperne giustificare le cause. A ben vedere, anche tanto attivismo che connota la vita di molti adulti – non esclusa quella delle nostre comunità – non si allontana da questa fotografia. L’uscire a cui guardiamo – e che rimanda a una precisa consegna di Papa Francesco – è tutt’altro. Chiede una Chiesa dal bagaglio leggero: quanta zavorra contribuisce a frenarne il passo e a chiudere la porta alla condivisione e alla reciprocità! Per questo l’Evangelii gaudium non esita a legare la riforma della Chiesa all’uscita missionaria. È solo in questo modo, infatti, che ci poniamo nella condizione di osservare da vicino la realtà, in un’esposizione che ci aiuta a riconoscere e accogliere quanto di buono il vento dello Spirito già ha seminato nei solchi della terra e a focalizzare il senso della nostra azione. Uscire, inoltre, è voce pro-attiva: si tratta di superare la tentazione di prestare attenzione alla complessità di questo tempo in maniera semplicemente reattiva, per assumere la responsabilità di riconsiderare le attività pastorali e il funzionamento delle strutture ecclesiali alla luce del bene dei fedeli e dell’intera società. «Ogni cristiano e ogni comunità – scrive Papa Francesco – discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (EG 20). Chiediamoci, dunque: quali sono i “luoghi” reali – gli organismi pastorali – in cui la partecipazione di tutti diventa effettiva e favorisce un autentico discernimento? Possiamo dire che siano tali, ad esempio, i nostri Consigli pastorali? III.2 Annunciare Dietro la parola “annuncio” non stentiamo a intravedere l’impegno di costante evangelizzazione che ha scandito i passi della nostra Chiesa nel dopo Concilio: dal suo binomio con la promozione umana a quello con la liturgia e quindi con la carità, passando per il rinnovamento della catechesi e dei percorsi di iniziazione e di educazione alla fede cristiana. Tutto ciò continua a costituire la ricchezza della nostra storia, pur con i limiti e le fatiche di cui facciamo esperienza nella nostra pastorale. Oggi il nostro annuncio riceve un ulteriore impulso dalla testimonianza di Papa Francesco: l’affetto e l’attenzione di cui la gente lo circonda esprime un bisogno diffuso di parole e di gesti che sappiano indirizzare lo sguardo e i desideri a Dio. In fondo, la nostra stagione ci consegna nuove opportunità proprio per l’annuncio, ma – in un certo senso – le condiziona a una forma e a uno stile testimoniali: non è più il tempo di chi parla per parlare… L’autenticità con cui si sta nella compagnia degli uomini – quindi il nostro vivere in prima persona il Vangelo – ne dice la credibilità. Del resto, non è forse stato così fin dall’inizio dell’esperienza cristiana? «Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale – sono ancora parole dell’Evangelii gaudium – tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale. Ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si convince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno…» (EG 265). E, allora, domandiamoci: quale immagine di Dio comunichiamo con il nostro annuncio e con la nostra testimonianza? Sappiamo farci compagni di viaggio, capaci di esprimere i segni di un’umanità riconciliata, che sa vivere in pace, nella fraternità, nella giustizia, nel rispetto e nella promozione dignità di ciascuno? III.3. Abitare La forza che caratterizza il cattolicesimo italiano e lo distingue rispetto a qualunque altro Paese europeo passa dalla presenza capillare della Chiesa sul territorio. Pensiamo, a questo riguardo, alla realtà delle nostre parrocchie, dove si manifesta una prossimità fattiva e salutare alla città e nella città degli uomini: basterebbe anche solamente considerare quante istituzioni, quante strutture ed enti, quante opere assistenziali ed educative sono sorte dalla fecondità della comunità cristiana in risposta a precise necessità e con questo aperte a tutti. Le trasformazioni sociali e culturali di questi anni ci portano a confrontarci certamente con un tessuto più sfilacciato e composito, con un contesto pluralista al quale, per un verso l’immigrazione, per l’altro il diffondersi di una diversità di modelli e stili di vita, hanno dato un apporto sostanziale. Costituirebbe un oggettivo impoverimento se tali trasformazioni – unite alla carenza di vocazioni e alla difficoltà a misurarci con i nuovi scenari – vedessero venir meno il nostro contributo di ispirazione, di testimonianza e di azione: ne patirebbero il vivere civile e la sua laicità, il bene comune, la pace sociale e la qualità della convivenza democratica. A farne le spese – lo sappiamo bene – sarebbero, innanzitutto, i poveri. In questo quadro, l’appello di Papa Francesco per «una Chiesa povera per i poveri» (EG 198) esprime una scelta di campo dal valore ad un tempo teologico, antropologico ed ecclesiologico. In altre parole, racchiude una precisa indicazione programmatica. Chiediamoci: nelle metamorfosi del presente, sappiamo conservare l’orizzonte e la freschezza di una Chiesa di popolo, che investe sulla formazione e promuove l’impegno sociale e politico del laicato? Alziamo la voce per una gestione sanitaria inclusiva, per un sostegno effettivo alle famiglie, per affrontare insieme l’inverno demografico fotografato solo qualche giorno fa dall’Istat, che documenta come dall’unità d’Italia in poi non ci sia mai stato un analogo record negativo assoluto? III.4. Educare Come abbiamo visto nell’excursus storico dal quale siamo partiti, i Convegni ecclesiali collocati non a caso a metà decennio sono occasione anche per rilanciare il tema di fondo, ricentrando l’attenzione su una scelta condivisa, in risposta a bisogni che travalicano ampiamente i confini ecclesiali. Il discorso oggi tocca direttamente il tema dell’educazione, che non stentiamo a cogliere trasversale rispetto a tutti gli altri. Conosciamo quanto sia diffusa la tendenza ad affrancarsi da qualsiasi tradizione e dai valori che veicola. Si colloca a questo livello la questione antropologica per eccellenza, che coinvolge la stessa nozione di vita umana, l’apprezzamento e la valorizzazione della differenza sessuale, la configurazione della famiglia e il senso del generare, il rapporto tra le generazioni, la risorsa costituita dalla scuola, la sfida costituita dall’ambiente della comunicazione digitale, la costruzione della comunità all’insegna del diritto e della legalità. Come osserva la Traccia, il primato della relazione, il recupero del ruolo fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità della persona, la necessità di ripensare i percorsi pedagogici e la stessa formazione degli adulti sono priorità ineludibili. Nel contempo, sappiamo pure che su questi fronti come comunità ecclesiale non partiamo da zero, anche se occorrerà senz’altro ricostruire grammatiche educative più rispondenti e spenderci per immaginare nuove alleanze educative, che consentano di unire le forze. In particolare, osserva il Papa, «si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» (EG 106). E se le domande in questo ambito sono molteplici, chiediamoci innanzitutto: come possiamo promuovere relazioni solide e continuative all’insegna della gratuità e dell’accoglienza? Come non smettere di educarci e di educare alla legalità? Anche qui, non mancano recenti e autorevoli rilievi che dicono la diffusa crisi morale nella quale il Paese si travaglia. III.5. Trasfigurare La sottolineatura della qualità delle relazioni ci introduce nell’ultima dimensione di questo cammino, che punta ben oltre il semplice convenire a Firenze. Per trasfigurare è necessario essere trasfigurati: il tempo di Quaresima che iniziamo mercoledì, ci ricorda quanto anche noi con le nostre Chiese abbiamo bisogno di trasfigurare molte situazioni di infedeltà. È condizione, questa, per tornare ad assumere uno sguardo originale sulla realtà e poterla leggere con la luce che solo una nuova spiritualità – nutrita di preghiera e di partecipazione alla vita liturgica – consente. La via del trasfigurare porta con sé la questione del senso della festa e della domenica, quali spazi di vera umanità, nei quali la persona ritrova se stessa nel quadro più ampio della storia della salvezza e riscopre la fecondità di rapporti familiari e sociali. Ma, non scordiamolo, rivela la propria autenticità quando ci porta a contemplare il volto di Cristo nel volto dell’uomo, fino a cogliere la responsabilità a cui ci consegna: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40). «Sul Vangelo degli emarginati si scopre e si rivela la nostra credibilità», sottolineava ieri Papa Francesco nella Messa con i nuovi Cardinali. Allora la Chiesa sarà veramente come la sogna Papa Francesco, «il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo» (EG 114). Le nostre comunità, dunque, sono capaci di momenti di contemplazione? E come possiamo esplicitare maggiormente su un piano pastorale la vita sacramentale, così che essa sia legata alla trasformazione della vita personale e pubblica nel segno dell’inclusione e, quindi, della carità? Un mandato come… conclusione aperta A ben vedere le cinque vie, che solo per esigenze di schema ho presentato in sequenza, costituiscono prospettive intimamente connesse fra loro. Ci impegnano a riconoscere, accogliere e percorrere anche nel contesto culturale del nostro tempo la storia di Dio con l’umanità: il suo stile, il suo metodo, i suoi contenuti. Parte da qui, del resto, ogni autentica riforma della Chiesa. A far da filo conduttore, come abbiamo visto, è l’Evangelii gaudium: le Conferenze Episcopali Regionali stanno lavorando per una prima verifica della sua recezione, l’Assemblea generale di maggio sarà luogo per un confronto condiviso, misura dell’attendibilità del nostro cammino. Il mandato con cui concludo vorrei recuperarlo ancora dalle parole che il Papa ha rivolto alla Cei – e, quindi, a tutta la Chiesa italiana – nel discorso da cui ho preso le mossa: «Andate incontro a chiunque chieda ragione della speranza che è in voi: accoglietene la cultura, porgetegli con rispetto la memoria della fede e la compagnia della Chiesa, quindi i segni della fraternità, della gratitudine e della solidarietà, che anticipano nei giorni dell’uomo i riflessi della Domenica senza tramonto». Per farlo c’è davvero bisogno del contributo costruttivo di tutti.  Nunzio Galantino Vescovo di Cassano all’Jonio Segretario generale della CEI
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: