mercoledì 22 novembre 2023
Alcuni studiosi stanno mettendo in dubbio i Vangeli, che hanno sempre accreditato la Giudea (oggi in Cisgiordania) e non la Galilea (in territorio israeliano), come patria natale del Messia
Gesù è nato a Betlemme. O a Nazareth?
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Betlemme o Nazareth? Palestina o Israele? La spaccatura creata dalla guerra non può che riflettersi anche sul Natale che viene, e non solo per le primarie, dolorose considerazioni sul tragico destino che investe la terra di Gesù.

Tra gli specialisti della materia si rafforza anche un dilemma prettamente storico relativo alla nascita di Cristo e va ad aggiungersi ai molti altri – ormai decisamente più acquisiti - che turbano le tranquille certezze delle tradizioni natalizie: il Messia non è nato nell’anno 1 (tanto meno nell’inesistente anno 0), non vide la luce in una grotta, ovviamente non era il 25 dicembre e non è detto che nacque di notte, così via elencando le precisazioni fino ad arrivare all’Epifania (la stella non era una cometa, i magi non erano tre e non erano nemmeno re…).

Si fa sempre più strada tra gli esegeti, infatti, l’ipotesi che persino il luogo della nascita del Nazareno sia da rivedere, in quanto non sarebbe il notissimo villaggio di Betlemme di Giudea – oggi in Cisgiordania, ovvero in territorio sottoposto all’Autorità palestinese – bensì la galilea Nazareth, che si trova in pieno suolo israeliano. La teoria non è certa nuova, data da oltre un secolo, tuttavia da un trentennio miete crescenti consensi e almeno in ambito anglosassone ormai si gioca alla pari la plausibilità con la versione tradizionale.

Ma è davvero possibile mettere in dubbio i Vangeli, Matteo e Luca, che per due millenni hanno accreditato Betlemme come patria del Messia?

Beh, le ragioni non mancano. La prima è senza dubbio l’appellativo di Gesù, unanimemente detto Nazareno ovvero (anche se non mancano ipotesi diverse) originario di Nazareth. Il Vangelo di Giovanni sembra darlo per pacifico allorché il saggio Natanaele, all’entusiasta neo-apostolo Filippo che l’invita a incontrare «il figlio di Giuseppe di Nazaret», replica: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Scetticismo ribadito da alcuni farisei al capitolo 7, quando notano che «dalla Galilea non sorge profeta» e che secondo le Scritture il Cristo doveva piuttosto venire «da Betlemme, il villaggio di Davide». Gli stessi sinottici, del resto, alludono alla medesima conclusione quando narrano la visita di Gesù alla sinagoga di Nazareth, «sua patria», «dove era stato allevato».

Di solito all’obiezione si risponde grazie al racconto del medesimo Matteo, secondo cui la Sacra Famiglia «andò ad abitare in una città chiamata Nazareth» ma solo dopo la fuga in Egitto (Mt. 2,23). Per Luca invece quello stesso villaggio sarebbe stato il vero luogo d’origine di Giuseppe e Maria, la vergine che abitava appunto «in una città della Galilea, chiamata Nazareth» (Lc 1,26); da cui però la necessità per l’evangelista di spiegare l’occasione affinché il Messia nascesse invece a Betlemme, luogo d’origine della casata di Davide, così come aveva annunciato il profeta Michea.

Ed ecco la seconda forte perplessità degli studiosi, divisa in due corni. Anzitutto: come poteva una donna in avanzato stato di gravidanza affrontare un viaggio di circa 140 chilometri e più giornate tra Nazareth e Betlemme a dorso d’asino? E poi per quale motivo, visto che sarebbe potuta rimanere a casa assistita nel parto da amiche e vicine mentre il marito si recava nella città originaria ad adempiere i supposti doveri del censimento (che per i romani erano essenzialmente fiscali, non certo demografici)? Formalità decretata da Cesare Augusto, della cui storicità del resto non esiste prova; o meglio: un censimento venne sì effettuato in Palestina, però intorno al 6 dopo Cristo, in epoca cioè che costringerebbe a rivedere drasticamente tutta la cronologia accreditata sulla nascita di Gesù, abitualmente fissata tra il 6 e il 4 avanti Cristo.

Insomma, obiezioni e controdeduzioni si affastellano e non le evita nemmeno Joseph Ratzinger nel suo libro su «L’infanzia di Gesù» (2012). Benedetto XVI ammette appunto che secondo «autorevoli rappresentanti dell’esegesi moderna» l’indicazione di Betlemme «sarebbe un’affermazione teologica, non storica», dovuta cioè al desiderio degli evangelisti di accreditare il Nazareno come colui che compiva letteralmente le promesse delle Scritture. Tuttavia il giudizio finale del papa emerito non si discostava dalla tradizione: «Io non vedo come si possano addurre vere fonti a sostegno di tale teoria… Se ci atteniamo alle fonti, rimane chiaro che Gesù è nato a Betlemme ed è cresciuto a Nazareth».

L’autorevole posizione non è tuttavia condivisa da gran parte degli studiosi, e ciò proprio in quanto le fonti stesse danno indicazioni contrapposte: se per Luca è Nazareth la città di residenza della Sacra Famiglia (e dunque si presuppone il viaggio a Betlemme in occasione del parto), secondo Matteo i due sposi abitavano invece a Betlemme e si trasferirono in Galilea soltanto in seguito (ma allora non si capisce la collocazione dell’annunciazione a Nazareth)…

Raymond Brown, sacerdote cattolico ed esegeta ritenuto fra i maggiori esperti dei Vangeli dell’infanzia, nel suo ponderoso saggio su «La nascita del Messia» (1993) torna più volte sulla questione, soppesando tutti i dati contrastanti; ma neppure lui sembra in grado di dirimerla con certezza, limitandosi a un giudizio finale solo comparativo ancorché eloquente: «Le prove a favore della nascita a Betlemme sono molto più deboli che le prove a favore della discendenza davidica o perfino di quelle a favore del concepimento verginale». Il dibattito continua, anche se la tradizione non sembra essersene accorta.

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