venerdì 17 luglio 2015
Preoccupazione e realismo, sembrano queste le attitudini che hanno mosso la Segreteria del Sinodo nella preparazione dell’Instrumentum laboris per la prossima assemblea sinodale sulla famiglia. Non ha avuto timore di guardare con occhio acuto e disincantato quel nucleo tenebroso della disgregazione che attanaglia questa cellula primaria, che per secoli ha rappresentato il collante della società civile. Non è più tempo – sembrano dire le dense pagine del documento recentemente diffuso – di generiche diagnosi sociologiche e neppure di soluzioni consolatorie e astratte. Ciò che va fatto – e subito – è di individuare il centro della patologia e di disinnescarne le disfunzioni con strumenti adeguati, prima che il decorso sia inarrestabile.Si può provare a verificare questa metodica, leggendo – ad esempio – il punto 33 del capitolo IV – «Famiglia, affettività e vita» – dove si dice che la fragilità affettiva, che afferra soprattutto le giovani generazioni, conduce inevitabilmente a fermarsi agli «stadi primari della vita emozionale e sessuale», con grave perdita di stabilizzazione del nucleo familiare. Complici alcune ideologie culturali tanto sottili quanto insidiose, le relazioni affettive sembrano infatti bloccarsi allo stadio emozionale, senza riuscire a consolidarsi nel tempo. Sono i sociologi a parlare di «relazioni pure», come forma prevalente di rapporto retto dalla qualità delle emozioni, che non riescono a maturarsi in sentimenti.Pure, in questo caso, significa slegate dal mondo del partner, autonome rispetto alle scelte personali motivate dall’onda breve delle emozioni; un modo, questo, per rendersi indipendenti dall’altro e liberi di determinare autonomamente la durata della relazione.Come traghettare questo stadio primario della vita relazionale a un altro che consolidi il legame attraverso un processo di maturazione? Come procedere per una rinnovata educazione sentimentale? Forse non servono più teorie culturali o analisi sociologiche, ma una attenzione specifica alle dinamiche familiari, certo soffocate dalla progressiva estenuazione dell’ethos pubblico, ma ancora nutrite da quel "senso comune" che è la materia della vita quotidiana. È dentro la dimora della propria casa infatti che si impara "naturalmente" a gestire gli spazi comuni, a organizzare i compiti di ogni giorno, a sapere che si dipende l’uno dall’altro e che ciascuno è importante e necessario per tutti. Si consolidano così la fiducia e il rispetto, qualità etiche indispensabili per costruire la propria identità, che sarà sempre più forte quando sarà riconosciuta in primo luogo dalla mamma, dal papà e dai fratelli.Si impara così a costruire i legami, che in modo naturale vengono appresi in famiglia, dove si impara soprattutto quello che il senso comune indica: che si nasce da una madre e da un padre, che si condivide con le sorelle e i fratelli una esperienza di vita che ci segna per tutta l’esistenza, e che soprattutto non si è mai indipendenti gli uni dagli altri, anche se l’incertezza e la sfiducia a volte premono. Ma questo è il segno della finitezza che ci caratterizza e che pretende pazienza e fatica a che le nostre emozioni si trasformino in sentimenti più duraturi e gratificanti.La Chiesa non si nasconde che dietro a questo modello "normale" di famiglia esistano tante sue degenerazioni; ma guardare solo a queste significa rinunciare a credere nella condizione umana, e partire da sconfitti, come molta letteratura sul tema sembra dimostrare. Credere nell’uomo e nelle sue infinite possibilità di ripresa significa per loro credere che Dio non si è sbagliato, dando origine a una creatura capace di amare, capace cioè di aggiungere qualcosa di grande al mondo.
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