domenica 4 ottobre 2009
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Due dichiarazioni sulla pace e sullo sviluppo. Sembra ieri e, invece, era quarant’anni fa. È con queste attenzioni e priorità che il Sim­posio delle Conferenze episcopali di Africa e Mada­gascar (Secam/Sceam) è nato nel 1969, mettendo l’accento proprio su sviluppo e pace. C’è una continuità di preoccupazioni e di interven­ti nella storia di questo organismo voluto da Paolo VI e che riunisce tutte le Conferenze episcopali del continente africano. Una continuità sottolineata an­che dal documento pubblicato alla vigilia della se­conda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, che si apre oggi in Vaticano. Riunitisi a Roma proprio nei giorni scorsi, i membri del Secam hanno tenuto a sottolineare l’impegno e le molte iniziative portate avanti dalla Chiesa catto­lica in Africa non solo in termini di evangelizzazio­ne, ma anche sul piano sociale e culturale. «Un ra­pido esame – si legge nel documento – degli sforzi effettuati dal Secam per la riconci­liazione, la giustizia e la pace, nei suoi quarant’anni di esistenza, rive­la che fin dal momento dell’inaugu­razione del Simposio, nel luglio 1969, i vescovi del continente si erano im­pegnati a sostenere papa Paolo VI nella sua missione di pace in Africa, con la pubblicazione di due dichia­razioni sulla pace e lo sviluppo al ter­mine dell’Assemblea inaugurale». Temi come riconciliazione, promo­zione umana, giustizia, pace, risolu­zione dei conflitti sono stati al cen­tro dei diversi simposi organizzati dall’organismo panafricano. Sino al documento pubblicato dopo la dodicesima Assem­blea plenaria tenutasi a Roma nel 2000, che antici­pa i temi del Sinodo: «Cristo nostra pace ( Ef 2,14): Come la Chiesa-Famiglia di Dio può essere un sa­cramento della Riconciliazione in Africa», cui è se­guita, nell’ottobre del 2001, una lettera pastorale che è ancora oggi di grande attualità, molto vicina alla tematiche che saranno al centro dei lavori sinodali. Ma anche individualmente le varie Conferenze epi­scopali si sono avvicinate a questo grande evento della Chiesa africana, elaborando documenti e ri­flessioni. Come i vescovi dell’Amecea ( Association of Member Episcopal Conferences of Eastern Africa, che comprende Eritrea, Etiopia, Kenya, Malawi, Sudan, Tanzania, Uganda, Zambia), che con lucidità e lun­gimiranza analizzano i cambiamenti che si sono ve­rificati nei quindici anni intercorsi tra il primo e il se­condo Sinodo e mettono in evidenza le speranze e le sfide che si impongono oggi. Alla vigilia dell’apertura dell’assise, propongono dunque alcune considerazioni, auspicando che il Sinodo non si riduca a un evento, ma che possa es­sere «un processo che continua in tutte le attività della Chiesa». Per questo, chiedono che le «conclu­sioni e le raccomandazioni siano molto concrete e realizzabili», accompagnate da un preciso piano stra­tegico per la loro messa in pratica. «Ci rechiamo al Sinodo accompagnati dalle preghiere e dalle preoc­cupazioni di milioni di fedeli cristiani – scrivono –. La nostra speranza è autentica perché è fondata sul­la promessa di Gesù che sarà sempre con noi». Nella loro analisi i vescovi dell’Amecea sottolinea­no, innanzitutto, l’impatto nefasto della crisi eco­nomica mondiale sul continente africano, che ren­de ancora più utopistico il raggiungimento degli O­biettivi del Millennio previsto per il 2015. Al con­tempo, sottolineano le conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici, che hanno provocato nei Paesi dell’Amecea «disastri ecologici», siccità e i­nondazioni, crisi alimentari e spostamenti di popo­lazione. Questi stessi Paesi conti­nuano a essere interessati da guer­re e instabilità. Il caso più dramma­tico è quello della Somalia, ma non si possono dimenticare le difficili si­tuazioni di Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, o le tensioni e le violenze post-elettorali del Kenya e dei vicini Sudafrica e Zimbabwe. Proprio dallo Zimbabwe arriva un coraggioso documento dei vescovi del Paese che, alla vigilia del Sinodo, si interrogano su Guarigione nazio­nale e riconciliazione . «Siamo tutti colpevoli – scrivono i presuli nella loro lettera pastorale –, coloro che sono stati vittime una volta, sono diventati aggres­sori la volta successiva, mentre molti altri non han­no fatto nulla di fronte alle atrocità perpetrate sotto i loro occhi. Oggi, tutti abbiamo bisogno di guarire da queste ferite e dal nostro senso di colpa. Questa guarigione faciliti la riconciliazione tra di noi e con il nostro Creatore. Con la guarigione e la riconcilia­zione, la nostra nazione potrà riprendersi e proce­dere allo sviluppo politico, sociale, culturale ed e­conomico ». Quelli che verranno affrontati dai padri sinodali so­no dunque temi che interpellano quotidianamente e a fondo tutte le Chiese locali d’Africa, con situazioni – come quella dello Zimbabwe – dove le questioni di giustizia, pace e riconciliazione sono oggi quan­to mai urgenti e vitali per ricostruire il futuro del Pae­se. «Abbiamo fatto degli errori – scrivono i vescovi – . Abbiamo ignorato quelli che erano sconvolti fisi­camente e psicologicamente dalla povertà, dalla di­scriminazione e dall’oppressione». Per questo, og­gi, in vista del secondo Sinodo per l’Africa, i vescovi dello Zimbabwe ribadiscono il loro rinnovato im­pegno a promuovere la riconciliazione nazionale: «Come il tema del secondo Sinodo africano ci esor­ta, ci impegniamo ad essere una Chiesa al servizio della riconciliazione, della guarigione, della giusti­zia e della pace. Ed esortiamo il governo a mostrare la volontà politica, creando un ambiente favorevo­le per la guarigione e la riconciliazione nazionale».
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