Non solo "detox" ma spazio a Dio: vi spieghiamo il vero senso del digiuno cristiano
di Irene Funghi
La cultura contemporanea declina in diversi modi la "rinuncia" (dalla riduzione del tempo sui social alla riduzione di oggetti superflui). Cosa ci dicono l'esperienza di uno studente e di un liturgista

C’è chi scarica app per la disintossicazione digitale, chi svuota la propria casa da oggetti inutili o non essenziali, chi cerca i benefici medici del digiuno e chi sceglie di ritirarsi nei monasteri, anche senza che il proprio primario interesse sia la spiritualità. Così il digiuno, nelle sue più diverse forme, si fa spazio di nuovo nelle società contemporanee. Questa pagina – la seconda della serie sulla Quaresima, dopo quella sulla preghiera – cerca di indagare come, nonostante la secolarizzazione, il cuore dell’uomo continui a cercare, più o meno consapevolmente, forme ed esperienze che assomigliano alla preghiera, al digiuno e alla carità. Aspetti raccomandati in questo tempo forte per tornare ad una fede più autentica e radicale. A spiegare il significato del digiuno è il direttore dell’Istituto superiore di liturgia di Parigi don Marco Gallo, che mette in luce come, proprio interrogandosi su questa pratica, molti giovani in Francia si stiano riavvicinando alla Chiesa. A farsi voce dei giovani italiani, che spesso scelgono autonomamente di limitare l’uso dei social, è invece il dottorando in diritto costituzionale Federico Vivaldelli. La differenza con il digiuno che raccomanda la Chiesa? «Crea un vuoto che deve essere abitato da Dio. E, per questo, come raccomandava sant’Agostino – afferma don Gallo – non deve essere mai separato dalla preghiera e dalla carità».
«Io, giovane, utilizzo i social solo se c'è bisogno reale»
Disciplina e responsabilità, per rimanere liberi. Sono questi i cardini che reggono l’esperienza di Federico Vivaldelli, dottorando in diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano. Originario di Riva del Garda, classe 2000, fa parte a pieno titolo della Generazione Z, ma in controtendenza rispetto ai suoi coetanei ha scelto di limitare da sempre l’uso dei social. A dire il vero, non è il solo a muoversi in questa direzione, con numeri che salgono alle stelle tra chi scarica, dai PlayStore, app per la disintossicazione digitale, e campanelli di allarme che iniziano a suonare nei parlamenti di tutto il mondo davanti a contenuti che creano dipendenza. Anche tra chi non arriva a scontrarsi con patologie vere e proprie, però, spontaneamente, riemerge un certo bisogno di fare digiuno da un qualcosa di non essenziale, superfluo, di cui si avverte il peso.
Federico, in questo, ha trovato due alleati: nel suo carattere e nella sua provenienza trentina. «Ho ricevuto lo smartphone tardi, tra la terza media e la prima superiore, per restituirlo un mese dopo ai miei genitori – racconta –. Preferivo l’essenzialità del vecchio Nokia, con i tasti. Dalla terza superiore, poi, ho ripreso il telefono che mi avevano regalato». Tutt’ora usa WhatsApp, YouTube, Telegram e consulta X per informarsi sulle dichiarazioni dei personaggi politici, senza avere un proprio account, ma aver escluso da sempre l’uso di Facebook e Instagram gli ha permesso di muoversi tra le vie del mondo digitale con una certa disciplina, pronto a saper limitare o dire di no a quel “di più” di cui nota di non aver davvero bisogno.
Il punto, per lui, sta tutto nel non voler rimanere vittima di un uso incontrollato del digitale. «Mi è capitato di usare Facebook per cercare casa a Milano o Instagram per curare la pagina di un’associazione, in modo mirato. Non vedo nulla di male nei social, quel che conta è che l’uso che ne facciamo risponda ad un bisogno reale e non sia un escamotage per dare spago alla nostra curiosità o per sprecare tempo senza averne nulla di buono in cambio». Anche perché il lavoro, di tempo, non ne lascia molto, quindi va organizzato bene: «Al primo posto metto le relazioni, il mio fidanzamento e gli amici. Dopo di che, amo e mi fa molto bene andare a camminare in un bel parco».
Cos’è, però, che rende questa autodisciplina tanto difficile oggi? Tra ciò che non aiuta, ci sono la solitudine e la vita quotidiana spesa nelle grandi città: «Se ho un’ora libera e mi trovo in un luogo dove, uscendo fuori, trovo solo strade trafficate e per raggiungere il primo spazio verde devo fare mezz’ora di mezzi pubblici, la tentazione di rimanere sul divano a guardare il telefono c’è», riflette Federico, «mentre, quando sono assieme ad altri e impegnato in qualcosa di bello, il resto passa subito in secondo piano». Fanno la loro parte quindi anche i rapporti fraterni e l’ambiente che ci circonda: «Quando torno a trovare la mia famiglia a Riva del Garda e fuori ho panorami bellissimi e le montagne vicine, è tutto più semplice!». Ovunque si sia, però, la questione di fondo rimane la stessa: «Domandarsi quali sono le cose importanti della propria vita e delle proprie giornate – dice –. Per me, tra queste, c’è anche il buon uso del tempo, senza il quale alla fine sto male».
«Ma da cristiani il digiuno serve per aprirci a Dio»
«È una pratica antichissima». Riavvolge il nastro della storia della Chiesa il liturgista don Marco Gallo, direttore dell’Istituto superiore di liturgia di Parigi, quando parla del digiuno. Riscoperto in questi giorni anche in Francia dove, racconta, «il Mercoledì delle Ceneri, qui a Parigi, un terzo dei presenti alla Messa erano giovani, che sono tornati per la prima volta in chiesa dopo essersi interrogati per aver visto i propri coetanei musulmani vivere il Ramadan. Anche loro, quindi, si sono chiesti come e se potevano vivere la dimensione del digiuno». «Questo non è entrato in conflitto con la loro fede – aggiunge – ma, al contrario, li ha stimolati: è la testimonianza che le religioni insieme si aiutano e si supportano».
Eccoci quindi, anche in Italia, a riscoprire una pratica apparentemente poco diffusa: «Ha in sé un aspetto ascetico, perché crea uno spazio, ci fa sentire un vuoto, che ci predispone ad accogliere Dio; quello della solidarietà, perché ciò che viene risparmiato dal togliere non solo il superfluo, ma anche un po’ del necessario, viene dato in elemosina; quello mistico, perché si vuole assomigliare a Gesù, che digiunò nel deserto per quaranta giorni». La dinamica può assomigliare all’attesa con cui ci si prepara ad andare ad una festa, dove c’è una tavola piena di cibi succulenti: «Sicuramente non mangeremmo un’ora prima di arrivare», spiega don Gallo. Ugualmente, il digiuno di Gesù nel deserto, come quello dei cristiani, «non vuole essere una prova di sofferenza, ma serve a fare spazio perché abbiamo un cibo migliore di cui nutrirci». Per questo, il vuoto che si crea «deve essere abitato da Dio», perché è Lui che si cerca mentre il «metterci in una condizione di difficoltà ci ricorda che la salvezza non è qualcosa che possiamo darci da soli».
Il Papa, nel suo messaggio per la Quaresima, chiede che questo digiuno avvenga anche «dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo». Questo perché «il primo digiuno è quello dal peccato», spiega il liturgista, che non nega però la necessità di accompagnare tutto questo con la privazione dal cibo vera e propria, esperienza che permette di pregare e prepararsi anche attraverso il corpo. Più faticosa forse, ma per questo più incisiva. «In una società in cui possiamo ordinare qualsiasi cibo in qualsiasi momento e mangiare qualsiasi cosa in qualsiasi stagione – sottolinea – può sembrare molto controcorrente».
A scanso di equivoci (e perché non sembri una missione impossibile) va chiarito comunque che per la Chiesa il digiuno non è mai “totale”: «Si tratta di mangiare poveramente, per farci vicini a chi è indigente, e fare un solo pasto al giorno». Raccomandazione dalla quale sono esentate le persone fino ai 18 anni, chi ha dai 65 anni in su o chi soffre di una malattia che impedisce tutto questo. E quando il digiuno finisce? «Sono due gli orizzonti possibili: possiamo accorgerci che ciò di cui ci siamo privati non rispondeva davvero ad un nostro bisogno e ci riappropriamo, allora, della nostra libertà. Oppure sperimentiamo la gioia e la gratitudine di qualcosa del superfluo che torna nella quotidianità e per il quale possiamo lodare Dio, perché è espressione della bellezza della sua creazione». In ogni caso, conclude il liturgista, «si tratta di una riconfigurazione del desiderio, di riordinare gli appetiti», perché al primo posto torni, in modo più radicale, ad esserci Dio.
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