La memoria dei missionari martiri guida per la “resistenza” cristiana
Diciassette tra sacerdoti, religiose e laici hanno perso la vita lo scorso anno mentre svolgevano i loro apostolati. Oggi la giornata di preghiera e digiuno promossa da 34 anni da Missio Giovani

La radicalità del messaggio di Oscar Romero – l’arcivescovo di San Salvador ucciso sull’altare il 24 marzo 1980 – parla ancora oggi ai giovani di tutto il mondo. «La testimonianza di monsignor Romero che scelse di difendere i più poveri e vessati, spinge anche noi giovani a prendere posizione, a schierarci, ad essere radicali in un’epoca di guerre, apartheid e ingiustizie. La domanda giusta è: noi ragazzi e ragazze abbiamo ancora coraggio, come molti testimoni della fede?». A chiederselo è Elisabetta Vitali, classe 2000, segretaria di Missio Giovani, sezione della Fondazione Missio rivolta ai millennial dal cuore missionario. «Non tutti siamo eroici e non tutti vogliamo stare in prima linea – precisa Elisabetta – ma tutti possiamo fare qualcosa nel quotidiano per vivere sull’esempio di una Chiesa coraggiosa». Come i missionari che mettono in conto l’ipotesi della morte pur di rimanere fedeli al mandato. Per ricordare questi testimoni, il 24 marzo, da 34 anni, la Chiesa italiana celebra la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, istituita dall’allora Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie Opere Missionarie. Quest’anno è intitolata alla “Gente di primavera”. Ossia, secondo Vitali, «non solo agli uomini e alle donne (religiosi, suore, laici) che in missione hanno dato la vita per il Vangelo. Ma ad interi popoli che rispondono pacificamente, come un’unica anima, alle privazioni, alla fame, alle demolizioni, agli attacchi armati». Elisabetta ripete che «non si tratta solo di celebrare i morti durante una veglia, che pure è un potente simbolo, ma piuttosto di prendere esempio concreto dai vivi. E da quanti per noi sono ancora qui pur se lontani, perché continuano a trasmettere un senso di giustizia».
La Segretaria Ricorda uno dei suoi ultimi viaggi nelle Filippine, dove Missio Giovani porterà un gruppo di ragazzi quest’estate. «Proprio in uno degli slum di Manila, più precisamente a Tondo, la cosa che mi ha colpito di più è stata la perseveranza della gente e una collettiva resistenza agli espropri e alle demolizioni. I nostri missionari erano accanto alla comunità incoraggiandola». Tondo è una baraccopoli-palafitta: «Qui i missionari ci hanno raccontato che un anno prima criminali e affaristi avevano dato fuoco alla baraccopoli». La modalità è stata atroce: «Hanno dato fuoco a dei gatti, lasciandoli scorrazzare come torce vive in tutto lo slum abitato. Sono morte delle persone, le loro case e baracche sono finite in cenere e tutto questo per poterla sgombrare e far spazio ai magazzini del porto». Ma la cosa più sorprendente, dice, è che «in un anno queste persone hanno ricostruito lì le loro case! Non se ne sono andate, perseverano, non si arrendono di fronte all’ingiustizia ». La Chiesa missionaria le accompagna: « Il loro esempio ci può risvegliare – ripete Vitali – come ci sta ridestando la Palestina». Ricorda il viaggio a Betlemme e Gerusalemme di qualche anno fa: «C’erano militari ovunque e io pensavo: siamo coetanei ma perché tu stai con un fucile in mano?». In Terra Santa Missio Giovani ha portato i ragazzi «al Muro del pianto e negli stretti vicoli di Betlemme circondata dal muro di separazione: avevamo la netta percezione di una città che non può più respirare, strozzata e messa in condizioni di povertà. Eppure quella è la città dove è nato Gesù». Il cristiano dovrebbe rifiutare quel tipo di martirio, dice sempre Vitali. Oggi a Gaza e in Cisgiordania tutto è ulteriormente precipitato: « Io mi chiedo: cosa facciamo, rievochiamo il passato o guardiamo avanti? Chi è il martire? Cosa dice esattamente a noi oggi?». Sono 17 i missionari e le missionarie uccise nel 2025, tra loro: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici che hanno testimoniato con la vita l’amore per il Vangelo. Il report annuale dell’Agenzia Fides aiuta a fare memoria delle loro vite in missione. La ripartizione continentale evidenzia che il numero maggiore di vittime è in Africa, con 10 missionari (sei sacerdoti, due seminaristi, due catechisti) assassinati. Nel continente americano sono stati uccisi quattro missionari (due sacerdoti e due religiose), in Asia un sacerdote e un laico; in Europa una vittima. Tra i 10 operatori pastorali uccisi in Africa, cinque sono morti in Nigeria (tre sacerdoti e due seminaristi, morti in diverse circostanze), due in Burkina Faso, uno in Sierra Leone, uno in Kenya e uno in Sudan. Per quanto riguarda l’America, due suore sono state assassinate ad Haiti, un sacerdote in Messico, un altro sacerdote di origine indiana è stato ucciso negli Stati Uniti. Dei due sacerdoti uccisi in Asia, uno è stato brutalmente assassinato in Myanmar, l’altro è morto nelle Filippine. In Europa l’unico sacerdote ucciso, ha perso la vita in Polonia.
(Ha collaborato Miela Fagiolo D’Attilia)
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