«Mio fratello “Roby” beato? Una gioia, ma a noi manca tantissimo»
di Enrica Lattanzi, Como
Parla Caterina, la sorella di don Malgesini, di cui è iniziata la fase diocesana del processo di beatificazione: «Vorrei che i sacerdoti prendessero spunto dal suo modo di essere». Con amici e familiari l’idea di una fondazione a lui intitolata

«L’ho guardato e l’ho ringraziato». C’è tutta la semplicità di un legame familiare, e insieme il peso di una notizia che attraversa il cuore, nelle parole di Caterina Malgesini. È lei a raccontare il momento in cui ha saputo, dal Vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni - «ma per noi è don Oscar» - che, dal Dicastero delle Cause dei Santi, era arrivata l’autorizzazione ad avviare la fase diocesana del processo di beatificazione del fratello, don Roberto. «Siamo molto felici di questo primissimo, embrionale riconoscimento… lui, per tutti, è don Roberto, per la nostra famiglia è un figlio, è un fratello… è soltanto “Roby”». L’incontro con il vescovo è avvenuto la sera di sabato 21 marzo, prima dell’inizio della Veglia di preghiera per i missionari martiri, nel contesto del ritiro di Quaresima con i giovani della Diocesi. Proprio a loro, al termine dell’incontro pomeridiano, il cardinale Cantoni aveva annunciato l’arrivo di una lettera dal Dicastero, il giorno precedente, venerdì 20 marzo, in cui si comunicava il “nihil obstat” a iniziare la fase diocesana del processo di beatificazione per don Roberto Malgesini. Il 15 settembre 2020, come ogni mattina, don Roberto stava caricando la sua macchina con bevande calde, dolci e biscotti per il “giro colazioni” fra i poveri della città. Fu avvicinato da un senza dimora che aveva sempre aiutato, il quale lo colpì fino a ucciderlo. La notizia giunta dalla Santa Sede è l’innesco di un turbine di emozioni per la famiglia Malgesini. «È una gioia attraversata da emozioni profonde, quelle che affiorano quando la memoria torna a farsi presenza», dice Caterina. C’è tanta malinconia, «perché ripensi a “Roby” e ne senti forte la mancanza… Dall’altra parte dici: per fortuna non è stato dimenticato». È proprio questo il dato più evidente di questi giorni: quello per don Roberto è un affetto che continua a circolare, una riconoscenza che non si è spenta. Un seme che, morendo, sta portando frutto.
Chiediamo a Caterina cosa vorrebbe che fosse colto dell’esempio di suo fratello: «Mi piacerebbe che i sacerdoti prendessero spunto dal suo modo di vivere la sua vocazione». Non un ricordo da custodire, insomma, ma uno stile da assumere, concreto e quotidiano, fatto di gesti, relazioni, prossimità. Anche per questo, confida Caterina, sta nascendo un progetto: «Come famiglia e con i suoi compagni di ordinazione stiamo pensando a una fondazione in memoria di don Roberto». È un’idea che sta muovendo i primi passi e che prenderà forma nelle modalità e nelle finalità. «Per la nostra diocesi, questa autorizzazione, è un segno vivo della Provvidenza, che ci responsabilizza», ribadisce il vescovo Cantoni. E aggiunge: la santità non è un’eccezione distante, ma «una meta quotidiana della nostra vita ordinaria», dentro gesti semplici rivestiti di carità. È in questa prospettiva che la figura di don Roberto continua a parlare. Non tanto per ciò che ha fatto, ma per come lo ha fatto: una vicinanza amorevole e disarmata nei confronti dei poveri», considerati «la carne di Cristo». Una testimonianza che resta e che chiede di essere raccolta.

La prossimità è il tratto che ritorna con maggiore forza nei ricordi di chi lo ha conosciuto. «Don Roberto ci insegna che la beatitudine non fa rumore», confida una volontaria del gruppo colazioni, «ma apre il cuore per lasciare che sia abitato da chiunque la incontra». Una frase che sembra racchiudere un intero stile ecclesiale: discreto, accogliente, capace di generare. «Era una presenza viva, concreta», racconta Massimo Franzin, infermiere di ASST Lariana - AREU Lombardia. «Non esistevano orari, non esistevano limiti: c’era solo la persona davanti a lui, con i suoi bisogni, e la volontà immediata di aiutarla». Non un’attività tra le altre, ma una scelta radicale, vissuta fino in fondo. Franzin insiste su un punto decisivo del modo in cui don Roberto aiutava gli altri. «Mi ha insegnato il significato autentico di “incondizionatamente”. Non come concetto, ma come scelta quotidiana». E ancora: «Sapevamo che c’era, che avrebbe fatto tutto il possibile… e spesso anche di più». In tutti i ricordi emerge con chiarezza il tratto della normalità e dell’umiltà. «Non cercava riconoscimenti, non faceva rumore. Era semplicemente il suo modo di vivere». Una “santità della porta accanto”, che coincide con la fedeltà al Vangelo nella vita di ogni giorno.
L’autorizzazione a porter avviare il processo di beatificazione non appare come una celebrazione del passato, ma come un appello al presente. «Credo che continui a risuonare nel cuore di molti la testimonianza della gioia e della profonda serenità di don Roberto – riflette ancora il Vescovo di Como –, frutto di un’intensa relazione con il Signore Gesù». Don Roberto, poi, ci insegna che «i poveri, i piccoli, i fragili, non sono persone da assistere dall'alto in basso, ma nostri fratelli e sorelle da amare con una vicinanza piena di semplicità e di tenerezza». Nella memoria è vivo lo sguardo pieno di compassione e di vicinanza e uno stile di tenerezza. Dentro un mondo che è abituato a vivere nell’indifferenza, c'è molto bisogno di chi impara a guardare negli occhi tutti i fratelli e le sorelle e chiamano ciascuno con il proprio nome». Questa la convinzione del cardinale Cantoni, che aggiunge: «in questo modo tutti possono sentirsi amati, senza alcuna esclusione». Luisa e Luigino, due volontari, da sempre vicini a Malgesini, così sintetizzano: «Don Roberto è Vangelo realizzato. Si impegnava a guardare gli ultimi come i primi. Pane quotidiano quando era con noi, ora grano di eterna Eucaristia».
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