martedì 22 ottobre 2019
L’arcivescovo di Vienna fa parte della Commissione per il documento finale del Sinodo: al centro ci saranno i nuovi cammini di sviluppo, per l’economia e l’applicazione concreta della "Laudato si'"
Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca, fa parte della Commissione per l’elaborazione del Documento Finale (Ansa)

Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca, fa parte della Commissione per l’elaborazione del Documento Finale (Ansa)

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«Applicazione della Laudato si’ e nuovi cammini» saranno questi i temi al centro del Documento Finale del Sinodo sull’Amazzonia. Anche «il diaconato permanente» che è «significativo e utile per la vita della Chiesa non solo in Amazzonia». Così il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca. Il porporato che fa parte della Commissione per l’elaborazione del Documento Finale parla con Avvenire a margine del briefing di ieri, giornata in cui è stata presentata ai padri sinodali una prima bozza del testo che nella sua forma definitiva verrà votato sabato prossimo.

Eminenza, perché è stato importante per tutta la Chiesa fare un Sinodo speciale sull’Amazzonia?

Papa Francesco ci ha detto una parola significativa: «Ho avuto questa intuizione». Per me significa questo: il Signore vuole dirci qualcosa attraverso l’Amazzonia, attraverso questi popoli minacciati che sono i più vulnerabili di quel Continente e dimenticati dalla politica del mondo. Il mio personale pensiero è che il Papa abbia voluto mettere al centro i più deboli e i più poveri, perché sono questi che ci danno il Vangelo.

Che cosa ha imparato in queste due settimane ascoltando le tante istanze?

Io non sono mai stato in Amazzonia. E la mia prima reazione ascoltando è stata: non abbiamo da ammaestrare l’Amazzonia, ma dobbiamo dare il nostro contributo per dare voce ai popoli che sono minacciati, come ci esorta a fare papa Francesco, ma anche chiederci qual è il nostro contributo al pericolo ambientale contingente di questa immensa regione a causa dell’estrazione selvaggia dannosa per la natura e le persone. Ho imparato tanto innanzitutto su questi popoli indigeni che vivono minacciati da 500 anni e ciò che significa essere sotto pressione da secoli. È vitale pertanto risvegliare le coscienze di tutti al destino di queste popolazioni, prestare attenzione e dare voce a questi popoli.

La Chiesa è in questa regione di fronte a numerose sfide pastorali. Quali proposte sono emerse riguardo ad esempio ai ministeri?

Credo che su questo si deve considerare quanto ci dice il Vaticano II: che è tutto il popolo di Dio che ha bisogno di ministeri, ma prima di tutto dice che è un popolo santo e sacerdotale, come afferma la Bibbia. Un popolo che cammina insieme nel cammino del Vange- lo e prima di puntare di puntare sui ministeri pertanto l’accento è da porre sul sacerdozio unico dei battezzati, la chiamata universale alla santità, la testimonianza della fede. Ci siamo chiesti perché i pentecostali in tutta l’Amazzonia hanno tanto successo. Cosa ci dice Dio attraverso questo? Dobbiamo prima di tutto chiederci cosa dobbiamo imparare per la nostra pastorale perché si tratta di una sfida missionaria non solo per l’Amazzonia ma di tutta la Chiesa.

Il Papa con gli indios al Sinodo (Ansa)

Il Papa con gli indios al Sinodo (Ansa)

Nel Sinodo si è parlato molto della mancanza dei sacerdoti in Amazzonia, si è parlato anche di solidarietà vocazionale per aiutare questa situazione. Qual è il suo pensiero?

Dalle statistiche che ho ricevuto ho appreso che solo dalla Colombia 1.200 preti stanno attualmente lavorando negli Stati Uniti, in Canada e in Spagna. Di questi almeno una parte potrebbe essere disposta ad andare in Amazzonia. Noi conosciamo tutti la situazione della distribuzione dei sacerdoti: l’Europa ha, ad esempio, una sovrabbondanza di clero proveniente da fuori Continente, e questo, siamo onesti dobbiamo dirlo, è dovuto anche al fatto che c’è più benessere e uno stipendio migliore che nelle zone povere del mondo. Siamo grati dell’aiuto che riceviamo anche nella diocesi di Vienna da parte di presbiteri provenienti da altri Paesi ma la giustizia dovrebbe dire in proposito. Secondo punto: la solidarietà vocazionale. Tutta la Chiesa non solo in America latina è corresponsabile dell’Amazzonia. Se dunque c’è urgenza, la Chiesa universale deve fare sforzi come l’ha fatto, ad esempio, l’Italia nel passato. Poi c’è anche la questione della chiamata vocazionale. Al Sinodo c’è il primo indigeno ad essere diventato presbitero. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza. E anche qui, io credo, dobbiamo fare un po’ di autocritica, non abbiamo avuto fiducia e ora si hanno difficoltà pastorali.

Sui “viri probati” quali proposte vede possibili?

Penso che il diaconato permanente sia molto significante e utile per la vita della Chiesa. È una possibilità che il Vaticano II ha aperto anche se esisteva da sempre nella Chiesa. Il mio predecessore a Vienna, il cardinale König, ha molto contribuito all’apertura di questa possibilità. Dunque io lo favorisco. A Vienna abbiamo 180 diaconi permanenti, la maggior parte sono sposati, e prestano il loro servizio in parrocchie e comunità, nel sociale. Quindi il diaconato permanente può essere una delle proposte per questa zona del mondo, per aiutare la pastorale in questo immenso territorio.

Qual sarà il cuore del Documento finale?

Il cuore è i “nuovi cammini”. Perché abbiamo bisogno tutti di nuovi cammini per l’ecologia per tutto quello che la minaccia. Nuovi cammini di sviluppo, nuovi cammini per l’economia, perché sempre - e questa è chiave della dottrina sociale della Chiesa - sempre l’economia è connessa intimamente con la persona umana. Quindi nuovi cammini per una ecologia sostenibile che non può farsi senza un’attenzione maggiore alla realtà delle persone, perché dobbiamo pensare a salvare la selva amazzonica e chiaramente anche le persone che vivono nella selva. E questo è un punto centrale. Lo aveva già accennato Benedetto XVI: l’ecologia è sempre un’ecologia sostenibile umana e ambientale.

Una sorta di documento di lavoro sulla base della Laudato si’…

Un lavoro per la sua applicazione. Papa Francesco ha detto l’essenziale nella Laudato si’. Il punto di riferimento principale è perciò la Laudato si’ e la sua applicazione concreta alla situazione dell’Amazzonia.

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