Una casa da Fondazione Muratori: «Così rimarginiamo le fragilità»

A Modena gli interventi di abitare sociale della Flam. Investiti 1,6 milioni nelle ristrutturazioni delle abitazioni
April 23, 2026
Una casa da Fondazione Muratori: «Così rimarginiamo le fragilità»
È tempo di «ripensare le strutture». L’arcivescovo Erio Castellucci lo ha ribadito più volte, lungo il Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Nella sua arcidiocesi, Modena-Nonantola, l’appello si incarna anche nella gestione del patrimonio immobiliare. Per lui «mettere a disposizione un alloggio», in piena crisi abitativa, è un modo di «restare fedeli» all’identità ecclesiale, fondata sull’«amore del prossimo». Parole, linee pastorali, scritte nel Resoconto sociale 2024-2025 della Fondazione Ludovico Antonio Muratori (Flam), che ha guidato fino a dicembre. L’ente è stato costituito nel maggio 2024 da undici fondazioni preesistenti, nate da altrettante opere pie (alcune di esse sorte nel 1700). La sua finalità: operare interventi sociali a favore di persone e famiglie in condizioni di difficoltà. Ergo: assegnazione di alloggi (con canoni concordati), erogazione di borse di studio e contributi economici.
«L’idea è quella di favorire l’acquisizione di autonomia personale, sociale e lavorativa, là dove possibile», ha commentato l’attuale presidente della Fondazione, monsignor Giuliano Gazzetti, vicario generale dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola. Non si tratta di «risolvere l’emergenza abitativa attuale», ma di offrire «segni di discontinuità rispetto al passato»: «regole chiare e criteri innovativi». Non solo reddito, contano anche la condizione economica e sanitaria del nucleo. Anche Francesca Maletti, vicepresidente dell’ente e vicesindaca di Modena, ha salutato positivamente l’orientamento pastorale della Fondazione, che non si limita a «offrire quattro mura» ma apre a un «nuovo paradigma dell’abitare, in un’ottica di comunità». Per il suo direttore, Federico Valenzano, la Flam è «un’opera segno per l’abitare» dove «la casa non è un fine, ma un mezzo».
Perciò l’«accompagnamento» degli operatori agli inquilini risulta «decisivo» affinché la «risposta al bisogno» dia spazio ad altre evoluzioni. Stando a un primo censimento la Fondazione ha ereditato un patrimonio di 383 unità immobiliari di cui 308 a uso abitativo. Nei primi mesi di operato Flam ha investito 1 milione e 600mila euro in lavori di ristrutturazione, incontrando vecchi inquilini e nuove famiglie, con i quali Avvenire si è potuto confrontare. «Ora riesco a mettermi in piedi, anche se la strada è ancora lunga, ripida e in salita», ci dice Luana Manca, 45 anni, nata e cresciuta a Magreta. «Basta poco per trovarsi nella strada», confida. «A me è capitato perché ho fatto un investimento sbagliato. E ci sono rimasta per tre anni». Ha ritrovato casa a Magreta ma ora vive a Modena, gestisce un bar e può occuparsi di suo marito, seguito dal Centro per la salute mentale. «Mi sento più sicura: non solo per la casa, ma perché sono meno sola. Con loro (gli operatori, ndr) mantengo un dialogo costante».
Parliamo anche con Zakaria e Alí, due giovani somali, anche loro residenti a Modena. «Ho cercato casa per cinque anni», racconta Zakaria che, come tanti, si è pure sentito dire: «Non affittiamo agli stranieri». La differenza, per loro, riguarda «non solo la casa», ma anche la «consapevolezza» nata dal «confronto» con gli operatori Flam. A differenza loro Mohammed Alí, 25enne, sposato, una casa ce l’aveva. «Era diventata una prigione, senza servizi essenziali, in mezzo ai lavori del Centodieci, in seguito bloccati». «Li ho conosciuti in tempo», sostiene Mohammed, entrato nell’appartamento nel giorno in cui è nata sua figlia. «Posso dedicarmi a lei. E al futuro». Il nostro viaggio finisce con Gerardo Ramundo, classe ’61, trasferitosi in Emilia-Romagna a 17 anni. Lui, come Luana, è sempre stato a Magreta. «La vita condominiale era diventata complicata e l’immobile è stato messo in vendita». Anche per lui il passaggio a Modena è stato positivo. «Qui mi rispondono quando chiamo e ho bisogno».

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