La guerra non fa correre l'economia. Anzi, è peggio di uno tsunami

Ora lo dice anche il Fondo monetario internazionale: durante i conflitti la produzione cala subito di 3 punti percentuali e di altri 7 nei cinque anni successivi. L'immagine delle fabbriche che continuano a lavorare a pieno ritmo è pura leggenda e il mito del riarmo come motore economico è ormai storia passata
April 22, 2026
La guerra non fa correre l'economia. Anzi, è peggio di uno tsunami
Un missile Usa in partenza da una base britannica, diretto nello scenario di guerra mediorientale / Afp
C’è un mito persistente sugli effetti della guerra sull’economia. Si condensa in due formule apparentemente innocue: “sforzo bellico” e “ricostruzione”. Nessuno lo enuncia apertamente, ma sopravvive come immagine mentale: le fabbriche che lavorano a pieno ritmo, le donne alla catena di montaggio, la mobilitazione totale della società e i nuovi apporti tecnologici. La guerra resta una tragedia, ma l’economia – si pensa – accelera. E poi, nel dopoguerra, arrivano investimenti, infrastrutture, ricostruzione: una seconda occasione per ripartire.
È una narrazione fuorviante ed il dibattito non è nuovo. Durante il secolo scorso ha attraversato la teoria economica e la storia. Basti ricordare Paul Samuelson che nel 1943, a guerra ancora in corso, osservava che il New Deal di Franklin D. Roosevelt non aveva risolto il problema della piena occupazione. Sarebbe stata la mobilitazione della Seconda guerra mondiale a saturare la capacità produttiva americana. Una lettura che, implicitamente, attribuiva alla guerra – non alle politiche keynesiane – il completamento della ripresa.
Il Fondo monetario internazionale, in un capitolo ad hoc dell’ultimo World Economic Outlook, non entra in questa controversia teorica. Ma elabora una accurata analisi storico-tecnica. La conclusione è che i conflitti producono perdite di produzione ampie e persistenti e lasciano cicatrici durature. In media, la produzione cala di circa 3 punti percentuali all’inizio della guerra e le perdite cumulate raggiungono circa 7 punti nei cinque anni successivi, con effetti che si protraggono per oltre un decennio. Il punto non è solo la caduta del Pil. È la natura del danno. Le guerre risultano più letali, in termini di struttura economica, di crisi finanziarie, default sovrani o disastri naturali. E non si tratta di episodi marginali: oggi i conflitti coinvolgono circa il 45% della popolazione mondiale e, dal 2010, hanno causato 1,9 milioni di morti. Inoltre, alle guerre civili si affianca una crescente incidenza di conflitti tra Stati.
L’idea che la guerra possa “rilanciare” un’economia si scontra con la realtà dei fatti. La distruzione di infrastrutture, spiega il Fondo, interrompe reti di trasporto, energia e comunicazioni, aumentando i costi di produzione. La perdita di capitale umano – attraverso mortalità, migrazioni forzate, interruzione dell’istruzione – riduce la produttività. Gli investimenti crollano, i consumi si contraggono, mentre debito e inflazione aumentano. Non ci troviamo di fronte ad una fase di espansione ma ad una compressione dell’economia accompagnata da distorsioni profonde. Da qui deriva anche il fallimento dell’altro pilastro del mito: la ricostruzione. Il Fondo mostra che la ripresa è lenta, incompleta e fragile, perché avviene su una base produttiva indebolita e in contesti spesso instabili. La guerra erode così le condizioni di ogni crescita futura.
Il risultato è un rovesciamento del senso comune. L’intensità dell’attività economica durante i conflitti – fabbriche attive, produzione militare, mobilitazione del lavoro – non crea ricchezza. Ci troviamo di fronte invece ad una riallocazione forzata che consuma capitale fisico e umano e riduce il potenziale di lungo periodo. Il mito della guerra come motore economico sembra resistere ma i dati raccontano altro: finché c’è guerra, l’economia non cresce davvero. E la promessa della ricostruzione resta, nella maggior parte dei casi, più lontana di quanto si voglia ammettere.

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