Data center: l'Europa costretta ad inseguire nella geopolitica del digitale
Secondo Bankitalia, tra gli impianti «hyperscaler» dominano i giganti Usa, che ospitano il 50% della capacità mondiale. In Italia 135 data center, ma la potenza effettiva erogata è ancora limitata

Non restare a guardare. È vero, gli Stati Uniti guidano la corsa mondiale dei data center e la Cina è in rapida ascesa, ma l’Europa non può restare ferma. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi – ha avvertito Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea –. Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa ha il talento, l’eccellenza nella ricerca, la base industriale e il mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica». Come? Il pilastro normativo di questa strategia si poggia su due gambe fondamentali: il Cloud and AI Development Act, pensato per semplificare le autorizzazioni per realizzare i data center e, soprattutto, per triplicarne la capacità in Europa entro i prossimi 5 anni. Il piano prevede sia la creazione di hub locali per scalare l’intelligenza artificiale (i “Centri di esperienza e accelerazione”), sia l’imminente bando, il mese prossimo, per le prime “Giga fabbriche dell’IA”. La seconda gamba è il Chips Act 2.0 che, accelerando i permessi sui semiconduttori, punta ad avvicinare i produttori europei ai segmenti di mercato in forte crescita, inclusi proprio il cloud e i data center.
Che la partita geopolitica sia enorme lo conferma il report appena pubblicato da Banca d’Italia, “Powering the digital economy: the global expansion of data centres and its energy implications”. Negli ultimi quindici anni il numero di data center nel mondo è aumentato del 140%, superando le 6.500 strutture. Ma il dato più impressionante riguarda la capacità IT live installata, schizzata nello stesso periodo di circa il 900% per raggiungere i 55 GW a metà del 2025.
Questa asimmetria fotografa la transizione verso gli impianti “hyperscaler”: colossi da oltre 10MW dominati da giganti come AWS, Meta, Microsoft e Google, progettati per gestire i massicci carichi di lavoro richiesti dall’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. In questo mercato, gli Stati Uniti mantengono una leadership schiacciante, ospitando circa il 50% della capacità mondiale, seguiti a distanza dall’Europa (18%) e dalla Cina. Se a livello aggregato il consumo dei data center rappresenta ancora poco più dell’1,5% della domanda elettrica totale, l’allarme si concentra sulla fortissima polarizzazione geografica. Negli Usa, sei stati registrano consumi superiori al 10% della propria domanda interna; in Virginia – nella celebre “Data Centre Alley” di Ashburn – la quota supera addirittura il 26%. In Europa, l’Irlanda rappresenta un caso isolato e macroscopico, dove i data center assorbono quasi un quarto (25%) dell’intera elettricità nazionale, mentre le principali economie dell’area euro restano sotto il 2%.
In questo scacchiere l’Italia occupa una posizione particolare. Al secondo trimestre del 2025, come annotano i ricercatori di via Nazionale, il nostro Paese conta 135 data center operativi (erano 76 nel 2010). Sebbene il numero di strutture sia significativo, la potenza effettiva erogata si ferma appena a 0,29 GW: una capacità di calcolo nettamente inferiore rispetto a partner europei come la Germania (1,26 GW) o il Regno Unito (1,59 GW). Dal punto di vista dell’impatto energetico l’Italia si trova quindi in una “zona di sicurezza”, con i server che assorbono meno del 2% della domanda nazionale. Tuttavia, lo studio di Bankitalia solleva un campanello d’allarme legato alla nostra vulnerabilità strutturale. I data center richiedono flussi di elettricità costanti e a prezzi competitivi. L’Italia, storicamente dipendente dalle importazioni di gas e soggetta a forti volatilità dei prezzi all’ingrosso (come emerso chiaramente dopo l’avvio del conflitto in Ucraina), rischia di scontare un pesante deficit di competitività nell’attrarre i futuri investimenti dei grandi operatori rispetto a Paesi con reti più stabili.r
Il documento della Banca d’Italia fa emergere così diverse sfide di policy, a partire dall’equità sociale: i costi di potenziamento delle reti non possono essere scaricati sui consumatori residenziali o sulle piccole imprese. Diventa quindi fondamentale gestire i benefici, ad esempio premiando i data center che si localizzano in aree con capacità di rete già disponibile o che investono in fonti rinnovabili e autoproduzione. La sfida finale sta nella sincronizzazione: pianificare e accelerare lo sviluppo di reti e impianti green per evitare che la rapidità di costruzione dei data center costringa l’Europa a riutilizzare fonti fossili, rallentando la corsa verso gli obiettivi di decarbonizzazione.
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