Crans-Montana
e Amendolara. Distanti, differenti. Stessa (atroce) fine

I ragazzi italiani, “figli di tutti noi”. E i giovani afghani, anche loro “figli nostri” perché qui lavoravano.
Un delitto colposo e uno volontario, ma la radice di male in fondo è la medesima
Google preferred source
June 7, 2026
Crans-Montana
e Amendolara. Distanti, differenti. Stessa (atroce) fine
A sinistra, l’omaggio davanti al “Le Constellation” di Crans Montana. A destra, i fiori al distributore di Amendolara /Ansa
Distinti, distanti e differenti. Eppure, accomunati nella morte. In una fine atroce che non si riesce neppure a pensare, a provare a immaginare, senza avvertire sulla propria pelle un dolore lancinante. I sei ragazzi italiani di Crans Montana e i quattro afghani-pachistani vittime ad Amendolara, tutti bruciati vivi quasi nello stesso modo. I primi in un locale, i secondi in un minivan. Gli uni con le vie di uscita troppo anguste o chiuse con un lucchetto. Gli altri tenuti prigionieri in auto con gli assassini a bloccare le portiere perché non fuggissero. In trappola, nel fuoco.
Non avevano niente in comune, questi dieci ragazzi, se non all’incirca l’età. L’essere giovani intorno ai vent’anni. Promessa di avere tutta una vita davanti. Gli uni erano pronti a gettarsi a capofitto nel mondo. I ragazzi italiani – i “figli di tutti noi”, come si è visto dall’ondata di commozione generale ai loro funerali – venivano da un contesto fortunato. Avevano avuto l’opportunità di studiare, lo avrebbero fatto ancora e si sarebbero preparati a trovare il loro posto nella nostra società. Ragazzi e ragazze splendidi, già in grado di fare la differenza con la loro presenza in famiglia, a scuola, nell’attenzione agli altri, come è emerso da tante cronache in questi mesi. Gli altri, i ragazzi afghani-pachistani – anche loro “figli nostri” perché qui stavano, lavoravano per noi e perciò così dobbiamo considerarli – invece, non avevano potuto studiare. Il loro posto nel mondo non l’avevano trovato dove erano nati. Erano dovuti scappare per cercare libertà, lavoro e possibilità di vivere. Di che mantenersi con le proprie braccia e mandare qualche soldo ai genitori in patria.
Avevano sogni grandi i ragazzi italiani: una laurea, una professione. Forse, un domani, anche un matrimonio e dei figli. Sogni più modesti, gli immigrati: un contratto di lavoro vero, per cominciare. La possibilità di non dover dormire in dieci in una stessa stanza. E poi chissà, in futuro acquistare una casa loro e formare qui una famiglia. Persino la possibilità di sognare in questo mondo non è uguale per tutti. Ma i desideri, in fondo, sono simili: fare qualcosa e avere qualcuno accanto.
Sogni e desideri, bruciati allo stesso modo. Sullo stesso altare dannato del profitto. Della cupidigia di chi pensa prima agli incassi che alla sicurezza del proprio locale. Uguale all’avidità di chi sfrutta gli operai agricoli per accrescere i margini di guadagno e per ottenerlo si affida a criminali. In un caso, un delitto “solo” colposo, per quanto le negligenze e le falsità raccontate siano enormi. L’altro senza dubbio un delitto doloso, una strage efferata. Ma, se si va oltre le differenze da codice penale, la matrice del male è la medesima. Ed è quella che finisce per bruciare sogni e vite.
Il dolore atroce, quello che chiude lo stomaco e toglie il respiro a chi resta, ha una sola consolazione. Sperare – aver fede – che nulla di ciò che quei ragazzi sono stati nei loro vent’anni andrà sprecato. E che ora – e per sempre – stanno bene. Tutti e dieci insieme, senza ferite. Stretti in un abbraccio dolce, in una gloria sfolgorante.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire