Quo vadis Deutschland? Perché la locomotiva dell'Ue s'è fermata (e ora corre solo al riarmo)
di Vincenzo Savignano, Berlino
Oggi la Germania, lo Stato più ricco dell’Unione, è anche quello più in difficoltà. La fiducia nel governo Cdu-Spd di Merz è in picchiata e, per i sondaggi, il 29% dei tedeschi è pronto a scegliere l’estrema destra nazionalista

Quo vadis Deutschland? Dove vai Germania, del XXI secolo? Dove sta andando il Paese più ricco e potente d’Europa, ma anche il Paese più in crisi d’Europa, dove, secondo gli ultimi sondaggi, il 29% degli elettori voterebbe per la destra populista ed ultranazionalista di Afd. Una destra, definita anche estrema da esperti di sicurezza interna e costituzionalisti, scelta non più per protesta, bensì con convinzione da quasi un elettore tedesco su tre, che oggi crede in Afd come soluzione politica alla crisi. Intanto, il partito del cancelliere Friedrich Merz, l’Unione Cdu/Csu, vincitore poco più di un anno fa delle elezioni anticipate, è crollato al 22%, per non parlare dei partner di governo della Spd, al minimo storico, al 12%. I Verdi, il partito ambientalista più importante d’Europa, stentano a superare il 10%, e i liberali della Fdp, indicati spesso come l’unico vero partito liberale europeo, sono scomparsi dalla scena politica, non hanno seggi al Bundestag. I partiti della coalizione di governo, conservatori democristiani e socialdemocratici, non riescono a trovare soluzioni convincenti per la montagna di problemi interni e internazionali. Altri sondaggi hanno rilevato che almeno il 70% dei tedeschi non ha fiducia in questa coalizione e si augura una fine prematura dell’esecutivo.
Il mondo politico e il Paese vivono una vera e propria crisi d’identità, che coinvolge tutti: industria, aziende, banche, sindacati, professionisti, lavoratori, militari, disoccupati, migranti e ovviamente politici. Il partito del cancelliere Friedrich Merz sta cercando di capire come far convivere scelte e decisioni a dir poco conservatrici con i principi cristiani e democratici su cui si fonda il suo partito, che continua a sostenere a spada tratta la politica dei confini chiusi, dei controlli alle frontiere, dei respingimenti e delle espulsioni di rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è stato dimezzato in meno di un anno. Misure e provvedimenti sostenuti anche dai partner di governo della Spd. «Dobbiamo limitare il numero di migranti che vengono in Germania a sfruttare il welfare tedesco», non lo ha detto un rappresentante della destra populista, bensì la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, la socialdemocratica Bärbel Bas. Di comune accordo con la Cdu di Merz, la ministra sta mettendo a punto una serie di misure e tagli radicali allo Stato sociale. Lo Stato federale, anche con le tasse dei contribuenti, finanzia il welfare tedesco, il più costoso d’Europa, ma non è in più in grado di sostenerne le spese. Quindi bisogna tagliare i redditi di cittadinanza (Bürgergeld) e i sussidi di disoccupazione, ma i disoccupati stanno aumentando, come mai nella storia della Repubblica federale tedesca.
Nell’ultimo anno 25.000 aziende hanno presentato i libri in tribunale, 250.000 persone hanno perso il lavoro. È la crisi non solo delle piccole e medie imprese, ma soprattutto della grande industria: i settori automobilistico, siderurgico e chimico, un tempo non molto lontano simboli del surplus economico e commerciale della Germania, ora sono i simboli della caduta di una catena produttiva, fondata, anche e soprattutto, su miliardi di metri cubi di gas russo. Senza quella fonte energetica, acquistata a prezzi molto bassi, la locomotiva economica d’Europa si è fermata. All’assenza del gas siberiano, ora si è aggiunta anche la carenza di petrolio e gas mediorientale, a causa della guerra in Iran, e sull’economia e l’industria tedesca continuano ad incombere i dazi doganali di Trump. L’esecutivo ha approvato una serie di misure per alleggerire il peso fiscale delle piccole e medie imprese. Ma non basta. Il grande piano di investimenti in infrastrutture e nelle nuove tecnologie stenta a partire, nonostante lo Stato federale si sia impegnato, creando un debito record. Oltre 500 miliardi di euro, che nei prossimi anni potrebbero superare ampiamente i 1.000 miliardi. La Germania del rigore dei conti, che considerava il freno ai debiti pubblici un principio inviolabile, che bacchettava i partner europei, sembra un ricordo lontano. In realtà sui bilanci dei partner europei il governo di Berlino non intende concedere alcuna flessibilità, salvo un’eccezione: le armi.
Il freno al debito, nella Costituzione tedesca, esiste ancora, ma non per il riarmo. In base ad una legge, approvata dal governo conservatore-socialdemocratico e sostenuta anche dai Verdi, a tutte le spese dello Stato federale destinate alla Difesa, che superano l’1% del Pil, non sarà applicato il freno. Insomma, oggi in Germania, chi investe in armi fa affari e profitti sicuri. Ecco perché i grandi colossi dell’auto, come Volkswagen e Mercedes Benz, d’accordo con i sindacati, per salvare migliaia di posti di lavoro, sono pronti a mettere a disposizione i propri impianti per produrre carri armati, munizioni e componenti del sistema antimissilistico israeliano Iron Dome. Anche aziende della componentistica auto e di macchinari industriali si stanno lanciando nella corsa al riarmo. Per non parlare delle start-up, pronte a investire nelle nuove tecnologie per creare armi sempre più sofisticate. Per il riarmo la Germania non sta badando a spese: dal 2022, il ministero della Difesa ha firmato contratti per armamenti per un valore di 207 miliardi. La cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente. Il colosso tedesco degli armamenti, Rheinmetall, sta segnando record di vendite e profitti, il fatturato del gruppo nell’ultimo anno è aumentato del 45%. E intanto il governo vuole creare «l’esercito più potente, numeroso ed efficiente d’Europa», ha sottolineato il ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius. C’è un nuovo nemico, il vecchio e principale fornitore di gas: la Russia, che però possiede oltre 5.000 armi nucleari. L’obiettivo del governo di Berlino è, entro il 2030, avere un esercito di mezzo milione di soldati tra nuove leve e riservisti. Centinaia di diciottenni sono già nelle caserme della Bunsewehr, pronti ad imbracciare un fucile per la loro patria, la loro Heimat, come la chiamano solo i tedeschi. Ma dove sta andando la loro Heimat?
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