Supermercati chiusi la domenica? Così una proposta ha aperto il dibattito e raccolto consensi

Ancc-Coop ha chiesto di fare un passo indietro sulle aperture domenicali, valutando nuove regole. I sindacati: giusto mettere al centro la qualità della vita dei lavoratori. Il nodo degli esercizi di prossimità che hanno chiuso. E intanto il marchio NaturaSì tiene quasi tutto chiuso e si affida nel giorno festivo ai volontari
January 18, 2026
Supermercati chiusi la domenica? Così una proposta ha aperto il dibattito e raccolto consensi
Il diritto a trascorrere la domenica in famiglia con i propri cari per molti è diventato solo una possibilità. E se per alcune categorie - medici, autisti dei mezzi pubblici, forze dell’ordine, solo per fare alcuni esempi - il lavoro festivo è un contributo necessario al bene comune, le cose cambiano quando si parla di commercio. Il presupposto che l’apertura non stop dei negozi portasse ad una moltiplicazione senza fine dei consumi probabilmente era sbagliato in partenza. Ma lo è ancora di più a distanza di quindici anni dalle liberalizzazioni, in questi tempi di stagnazione della spesa delle famiglie.
Per i sindacati la questione delle aperture domenicali, tornata in auge dopo la proposta del presidente di Ancc-Coop Ernesto dalle Rive di fare un passo indietro e valutare nuove regole per ragioni economiche e sociali, merita di essere affrontata in tutta la sua complessità. A partire dal diritto alla disconnessione degli addetti ai supermercati. Perché, se è vero che le maggiorazioni salariali, in media del 30% nella gdo e del 35% nelle realtà cooperative, rendono più corposi gli stipendi e possono fare comodo a molti, è altrettanto vero che al momento mancano quelle regole di “mitigazione”, una sorta di clausola di salvaguardia, che possano rendere sostenibile la vita di chi lavora nei supermercati (circa 208mila persone). E c’è da dire che si tratta, in tre casi su quattro di donne. «Da anni al tavolo di contrattazione con le associazioni datoriali poniamo il tema della qualità della vita e dell’introduzione di turnazioni per le domeniche o gli orari svantaggiati ma non abbiamo mai ricevuto segnali di apertura in questa direzione» spiega il segretario generale della Fisascat-Cisl Vincenzo dell’Orefice, fresco di elezione.
Qualcosa in passato in verità era stato fatto: nel rinnovo contrattuale del 2009 era stata introdotta una clausola di salvaguardia che prevedeva l’alternanza dei lavoratori nei festivi. Le giornate di apertura a quel tempo erano contingentate, stabilite dal decreto Bersani. «Dopo la liberalizzazione totale non c’è stata più nessuna norma che prevedesse una rotazione, né a livello di contratto nazionale né di accordi di secondo livello. Uno dei motivi è che i dipendenti più anziani non avevano nel contratto l’obbligo di lavorare la domenica, e quindi sceglievano se farlo o meno, per i nuovi arrivati invece era una condizione esplicitata nero su bianco». Un disallineamento che ha creato una frattura generazionale, acuita poi dall’esternalizzazione di alcuni servizi come, ad esempio, la sistemazione degli scaffali o la presenza negli orari notturni in caso di aperture 24h su 24 con l’ingresso di “lavoratori poveri” tra gli scaffali. «Ci sono stati addirittura dei casi di supermercati che proponevano sconti e promozioni soltanto la domenica» aggiunge Dell’Orefice parlando di una vera e propria “speculazione” sulla pelle dei lavoratori. Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale della Filcams Cgil Fabrizio Russo. «Ci voleva la previsione di un nuovo anno di consumi ancora più bassi di quello appena concluso per approdare a quelle conclusioni che noi sosteniamo da anni: le aperture festive non portano entrate significative ai supermercati ma portano cambiamenti importanti nella vita dei lavoratori di segno marcatamente negativo». Turni senza sosta e un’organizzazione del lavoro inutilmente estenuante in nome di un presunto servizio essenziale al consumatore. La Cgil da anni porta avanti la sua campagna “La festa non si vende”, nata proprio dopo il decreto Monti, per protestare contro le aperture anche nelle feste comandate. «Continueremo a impegnarci perché la normativa cambi e il lavoro nella gdo possa tornare a una programmazione e ad un ritmo più rispettosi della vita dei lavoratori» assicura Russo.
Dal punto di vista economico i risultati delle liberalizzazioni sono stati scarsi. Dovevano trainare i consumi ma, complice la perdita di potere d’acquisto e la crescita esponenziale dell’e-commerce dall’altro, hanno fatto un buco nell’acqua. «È opportuno che si faccia una verifica puntuale di cosa hanno prodotto di buono - spiega ancora Dell’Orefice -, credo che se due grandi gruppi, prima Auchan e adesso Carrefour, hanno lasciato l’Italia in questi anni vuol dire che qualcosa non ha funzionato». Il sistema a “zero regole” non ha creato quel mercato competitivo che ci si aspettava. Lo dimostrano i dati di una ricerca realizzata da Confesercenti sul totale del commercio (alimentare e non): la gdo ha guadagnato appena il 4% del mercato (passando dal 57,7% al 61,7% dei consumi), i piccoli negozi hanno perso quasi il 10% (passando dal 29,8 al 20%) e l’online è lievitato dall’1,9% al 13,7%, con una fetta considerevole della ricchezza generata dal commercio che è finita in mano alle multinazionali. Sono spariti qualcosa come 127mila negozi al di sotto dei 400 metri quadrati e anche il numero di lavoratori complessivi si è contratto di 171mila unità.
Per il segretario generale Mauro Bussoni un ritorno al passato, per quanto possa apparire affascinante, non ha senso anche perché per le grandi superfici, come i centri commerciali e gli outlet, il week-end da solo vale il 50% del fatturato. «Oggi l’apertura domenicale è una scelta imprenditoriale» sottolinea Bussoni che ogni singolo fa in base a vari parametri, merceologici e territoriali. Il problema è da un lato contrastare la desertificazione commerciale delle città, dall’altra garantire ai lavoratori condizioni di vita che consentano la conciliazione, la presenza in famiglia nei giorni di festa e perché no un vantaggio economico ulteriore. «Penso ad esempio alla proposta di detassare il lavoro festivo e gli straordinari» conclude il segretario di Confesercenti.
Sebastiano Sacilotto, responsabile delle Risorse Umane di Lidl Italia, spiega che i dipendenti del gruppo tedesco, in forte espansione in Italia, godono già di un trattamento salariale extra. «Crediamo che l’impegno richiesto la domenica, per garantire un importante servizio al cliente, vada adeguatamente retribuito e valorizzato. Siamo l’unica realtà della gdo che riconosce ai propri collaboratori una maggiorazione domenicale del 135%, indipendentemente dal numero di domeniche lavorate, rispetto al 30% previsto dal contratto nazionale».
E se i principali operatori della gdo sono di fatto sempre aperti la domenica, una voce fuori dal coro è quella di NaturaSì, supermercato specializzato in prodotti biologici, che storicamente tiene le saracinesche abbassate. «Dei nostri 300 punti vendita ne apriamo 25 la domenica ma solo mezza giornata e in alcuni casi specifici, al momento tre, tutta la giornata» spiega il presidente Fabio Brescacin. La scelta se lavorare o meno però è volontaria, all’insegna della massima libertà «Non obblighiamo chi vuole si iscrive e dà la disponibilità, chi si offre può anche cambiare negozio, ovviamente nella stessa città e questo migliora anche il clima aziendale. Non abbiamo difficoltà a reperire volontari, recuperano qualcosa di più visto che c’è una maggiorazione del 30% che presto porteremo al 50%» aggiunge. La scelta è stata fatta per la richiesta che arrivava dai consumatori delle metropoli, Milano in testa. «La nostra è una motivazione etica, noi saremmo contenti di chiudere la domenica in maniera totale. Credo che si debba procedere con il buon senso, con un minimo indispensabile di aperture per rispondere alle esigenze della clientela».

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