«Scusi, posso farle una foto?». E gli sconosciuti diventano storie da raccontare

Andrea Petinari è un fotoreporter molto conosciuto su Instagram per i suoi video: ferma persone per strada, si fa raccontare ricordi e pezzi di vita e scatta una foto. «Tra esseri umani abbiamo molte cose da condividere»
January 17, 2026
Il fotoreporter Andrea Petinari @Andrea Petinari
Il fotoreporter Andrea Petinari @Andrea Petinari
«Mi scusi, posso farle una foto?». Andrea Petinari ha ripetuto questa frase centinaia di volte. È un fotoreporter, ha 33 anni e una passione: fermare le persone per strada, fotografarle e farsi raccontare un pezzo della loro storia. La prima reazione di chi incontra, di solito, è lo stupore. Ma poi le persone si sciolgono e raccontano le memorie di una vita, o qualche preoccupazione, o i desideri e le speranze per il futuro. Il risultato di ogni chiacchierata non è solo una fotografia, ma anche un video con una persona diversa ogni volta. Pubblicate in questa forma sui social, le storie personali diventano virali: Petinari ha, su Instagram, 197mila followers. I suoi contenuti si riempiono di commenti, spesso commossi. «A me appassionano tutti i contesti in cui l'essere umano è presente» racconta Andrea al telefono, quando gli chiediamo le motivazioni del suo lavoro. «Mi dedico alla fotografia perché permette di immortalare alcune scene che rimangono poi ferme nel tempo. Un'immagine la puoi tenere tra le mani anche dopo vent'anni dal momento in cui è stata scattata: in qualche modo, fotografare rende immortali i luoghi e le persone». Tra i protagonisti degli ultimi video pubblicati sulla sua pagina c'è, ad esempio, Bianca Maria, 83 anni, pensionata ed ex contadina. Quando Andrea la ferma, sta spazzando a terra. Subito racconta di suo marito: «È morto da tre anni, ora mi sento tanto sola. La mia famiglia aveva paura che mi deprimessi così ora vado in palestra, per conoscere altra gente. Pensi che ho conosciuto mio marito nelle sale da ballo, erano diverse dalle discoteche di adesso. Ci siamo divertiti molto». Oppure c'è Tariq, muratore trentaquattrenne che viene dal Pakistan e parla poco italiano. «Qui in Italia non ho amici e non ho famiglia. Ma sono felice perché lavoro». 
Uno dei video sul profilo di Andrea Petinari
Petinari ha intervistato decine di persone in diversi luoghi d’Italia e d’Europa, ma la maggior parte del suoi video ritraggono persone di Macerata, la sua città d'origine, o dei Paesi vicini. Se gli si chiede quali siano le sue storie preferite, Petinari ne elencherebbe molte. Si concentra, in particolare, su due: «Ho incontrato un ragazzo, senegalese, era un cuoco. Di solito faccio a tutti una domanda, che è: sei felice? Lui mi disse: "Sì, sono felice perché sono vivo". Questa risposta mi colpì moltissimo. E poi penso a un altro signore di 94 anni, che incontrai a Tolentino, un paese nella Marche. La porta di casa sua era aperta e dentro si intravedeva una televisione, ma lui la guardava seduto da fuori, sul marciapiede. Andai a chiedergli che cosa stesse facendo e lui mi disse che guardava la tv da fuori perché voleva scambiare due parole con chi ogni tanto passava e tenersi così compagnia. Mi fece pensare alla solitudine di tante persone». 
Tra le storie più interessanti, ci sono proprio quelle delle persone anziane. «Spesso si pensa che gli ottantenni o i novantenni non abbiano più niente da dire - dice ancora il fotografo - In realtà, se ci si parla, ci si rende conto che ci sono molte cose da condividere. Possiamo fare battute insieme, scambiarci opinioni, ridere per le stesse situazioni. Forse noi più giovani ci facciamo condizionare dall’estetica, dal fatto che vediamo chi è più grande come lontane da noi. Ma è solo un blocco mentale». 
Sul suo canale Instagram, Petinari ricede molti messaggi. «Quando intervisto persone anziane, spesso mi contattano i figli o i nipoti per ringraziare o per tenermi aggiornato sulle loro storie, a volte anche per notizie tristi. Mi è capitato che un signore sia mancato un mese dopo la mia intervista: i suoi parenti mi avevano scritto dicendo che erano grati perché io avevo lasciato loro una delle ultime testimonianze della vita di quell'uomo». Come sceglie le persone da intervistare? «Se vedo qualcuno che mi sembra interessante, lo fermo». Eppure, per indole, farebbe tutto il contrario. «In realtà sono molto timido» dice ancora ridendo Andrea. «Fermare sconosciuti per strada mi affascinava come idea perché mi dava una scarica di adrenalina; nel tempo è diventato qualcosa di terapeutico a livello caratteriale, per me. Ancora oggi, dopo anni, a volte faccio fatica a interagire o rinuncio per imbarazzo. La cosa più bella però è vedere quante cose le persone hanno da raccontare una volta che superano un’iniziale diffidenza». Il lavoro di Petinari si inserisce in un filone molto diffuso sui social. Altre pagine come Humans of New York sono state tra le prime a rendere persone comuni protagoniste di video e foto su canali come Facebook e Instagram. Negli ultimi anni si sono moltiplicate, ma andando indietro nel tempo gli esempi sono tanti. «Mi piacciono molto tutti i lavori che mettono al centro le persone comuni. Pensando ai grandi del nostro Paese, mi vengono in mente le inchieste di Pier Paolo Pasolini perché sono costruite mettendo un microfono davanti alle persone». Ci vuole una particolare attitudine, per fare un lavoro simile a quello di Petinari? «Dal mio punto di vista tutti potrebbero farlo. Forse è necessaria la passione per le persone e per i contesti in cui l’essere umano è presente. Per il resto, si tratta soprattutto di superare uno scoglio iniziale di imbarazzo». Andrea Petinari ha scritto anche un libro. S'intitola «Stare bene, un giorno. Piccole storie di vite vere», edizione Mondadori. Anche in questo caso, a parlare sono le storie di persone comuni. 
 

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