martedì 22 settembre 2020
Il premier chiama Zingaretti: complimenti, hai vinto. Nel colloquio in primo piano il Mes, non il rimpasto. Il patto con Di Maio: acceleriamo la transizione dei 5s
Il premier Conte a Palazzo Chigi

Il premier Conte a Palazzo Chigi - Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

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Forse per la prima volta da quando siede a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte non fa nulla per nascondere la propria soddisfazione. Se in altre circostanze positive, con un filo di retorica, invitava a «guardare quello che dobbiamo fare», stavolta il premier invita i collaboratori a soffermarsi sul dato elettorale. A non lasciarlo cadere nel vuoto. «I partiti che compongono la maggioranza che mi sostiene hanno vinto...», spiega il presidente del Consiglio. Un’analisi scomposta in due: da una parte il referendum, ossigeno per il partito che l’ha espresso premier per due volte, il Movimento 5 stelle; dall’altra parte le Regionali, con il «leale amico Nicola» che esce fuori bene, più forte, con il Pd tra le mani. Mettendo insieme le due tessere del puzzle, la sua considerazione è sintetica ma chiara: «Il governo si va consolidando».

Già, si va consolidando. Perché per Conte questa maggioranza, questo esecutivo, è un cantiere sempre aperto. Lui è a suo agio, Zingaretti e Di Maio meno. Ed è con loro due che il premier ha i colloqui telefonici più importanti della giornata. Al segretario dem, il premier fa i «complimenti per la vittoria». Il colloquio è breve, le televisioni e i microfoni sono tutti per il leader del Pd e il presidente del Consiglio si è dato come etichetta quella di non commentare prima che i partiti abbiano compiuto le loro riflessioni.

Nessun accenno al rimpasto, termine non amato dai cittadini e che comunque in questo momento interessa poco a Zingaretti, certo meno del Mes, il vero "credito" da riscuotere dopo l’election-day. «Decide Conte», glissa il segretario dem circa possibili cambi di ministri. E di certo sembra più lontana la prospettiva di entrare lui in persona al governo, magari al Viminale. Non è all’ordine del giorno. Sul Mes, invece, è il Pd ora a voler dare davvero le carte. Ce n’è la possibilità perché M5s è oggettivamente più debole.

In ogni caso, già da oggi il premier dirà la sua sul voto: essendo atteso al Copasir per la spinosa questione della proroga dei vertici del Servizi, Conte si concederà una delle sue "passeggiate" romane e incrocerà i giornalisti. E rispiegherà che la battaglia era «impari», che il centrodestra era unito e il centrosinistra diviso - tesi già sostenuta alla festa dell’Unità a Modena, la settimana scorsa - e che le cose andranno «ancora meglio» quando, alle amministrative del 2021, l’attuale maggioranza di governo si presenterà - è il suo auspicio - compatta alle urne a Napoli, Milano, Bologna (senza considerare la "croce" Roma).

Restando lontano dalle lusinghe del partito personale, scenario che ha senso solo dopo la tappa cruciale dell’elezione del capo dello Stato a gennaio 2022, Conte svolgerà un lavoro puramente politico per la nascita dell’alleanza strutturale. Una sorta di amalgama in aiuto di Zingaretti e Di Maio. Per costruire, parola del ministro 5s Patuanelli, una «alleanza omogenea».

Anche se il vero amalgama sarà l’azione di governo. In particolare, l’efficacia che si dimostrerà nel contenimento di eventuali "nuove ondate" e, soprattutto, l’utilizzo appropriato ed efficace dei fondi del Recovery plan europeo. Ieri l’unica immagine che Conte ha voluto dare di sé è quella del premier tutto intento a studiare il dossier-Recovery a Palazzo Chigi, senza distrazioni. Da lì si riparte e su questo punto si gioca tutto.
Nell’altro colloquio importante di giornata, quello con Luigi Di Maio, il punto comune riguarda la transizione del M5s. Che deve essere, parere di entrambi, più veloce. Prima si assesta il Movimento prima finiscono le fibrillazioni. Il tentativo è quello di evitare spaccature, ma sarà difficile. Conte ne è consapevole e ha incoraggiato il ministro degli Esteri a procedere comunque, perché scampato questo pericolo elettorale potrebbero arrivarne altri, peggiori, legati all’immobilismo.

Fuori da questi ragionamenti puramente politici, Conte si limita a esprimere con una nota ufficiale la «piena soddisfazione per il regolare svolgimento della tornata elettorale» e per «i dati sull’affluenza». «Gli italiani – dice il premier – hanno offerto una grande testimonianza di partecipazione democratica».

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