Voce e obiettivi da ritrovare
martedì 24 maggio 2022

No, la pandemia non è stata la grande livellatrice, come pareva dopo il primo anno di lotta globale al nuovo coronavirus. Il Covid non ha ridotto le disuguaglianze 'dentro' e 'fra' i Paesi, alla fine le ha aumentate. Nella storia d’Europa, del resto, solo la Peste Nera del Trecento e le due Guerre mondiali novecentesche, con il loro immane carico di distruzione, produssero una contrazione della disparità di redditi e ricchezza. Accadrà probabilmente anche nell’Ucraina invasa dalle truppe russe, che sta pagando un prezzo altissimo in termini di morti, di devastazione d’infrastrutture civili e comunitarie – città e case, luoghi d’incontro, spazi culturali – e di conseguenze morali.

Ma la follia della guerra contribuirà ad accrescere pure le disuguaglianze globali, ammoniscono tanto l’Oxfam, con il suo consueto e incalzante Rapporto, quanto i 'potenti' riuniti a Davos. Purtroppo sono entrati prepotentemente in gioco due acceleratori di una scossa sismica planetaria il cui epicentro è proprio nel Donbass: il pane e l’energia. L’aumento vertiginoso dei prezzi al consumo di prodotti alimentari e beni energetici sta infatti estendendo la spirale della povertà estrema al di là del Mediterraneo, fino in Africa e oltre.

Inghiotte un milione di persone ogni 33 ore. Il conflitto sta cioè bloccando e disarticolando quelle reti di scambi che legavano fino a ieri i campi di grano dell’Est Europa ai forni in Egitto o ai villaggi in Tanzania. Siamo proiettati per il Fondo monetario in uno scenario di «frammentazione geoeconomica della globalizzazione» in cui l’invasione dell’Ucraina ha ulteriormente aggravato gli effetti della crisi pandemica, causando un rallentamento della crescita e ventilando le fiammate dell’inflazione. L’emergenza è tale che il vero scandalo, oggi , non sono tanto i 573 nuovi miliardari 'prodotti' dalla pandemia, ma i 263 milioni di persone che nel 2022 stanno scivolando sotto la soglia della povertà estrema.

Vanificando così decenni di contrasto, in parte riuscito, alla fame nel mondo.

Povertà e disuguaglianza sono fenomeni diversi, anche se hanno dei punti di contatto e spesso si confondono. Richiedono pertanto azioni specifiche per essere aggrediti. Nessuno, crediamo, nemmeno i miliardari che hanno visto lievitare le loro fortune perché i prezzi delle commodities alimentari ed energetiche si sono incendiati, può permettersi di brindare quando 950 milioni di persone a stento sopravvivono in condizioni di indigenza assoluta. Per cui la risposta immediata deve concen-trarsi, come la comunità internazionale sembra intenzionata a fare, sullo sblocco delle derrate alimentari che stanno per marcire nei porti del Mar Nero. Il vero nemico comune è in questo momento la fame.

La ridefinizione degli assetti geopolitici globali per contrastare le disuguaglianze richiederà invece tempo, grande leadership politica e necessariamente, ormai è chiaro, il coinvolgimento della Cina. Prima che la guerra in Ucraina picconasse definitivamente il vecchio (dis)ordine del mondo, alcuni passi in avanti erano anche stati compiuti. Sul fronte della tassazione globale delle multinazionali, ad esempio. O l’avanzamento più timido – e ancora insufficiente – della cooperazione internazionale per garantire i vaccini ai Paesi in via di sviluppo. Ora la situazione è drammaticamente cambiata, e senza la fine della guerra sembra tutto congelato. Uno stallo che si riverbera sulla dimensione più intima e personale con cui ognuno di noi vive il tempo dei conflitti. Esaspera il senso di impotenza che ci coglie di fronte a eventi sui quali percepiamo di non poter intervenire: questa guerra, pur così vicina, l’aumento delle disuguaglianze e soprattutto della povertà estrema.

La tentazione è alle volte di ritrovarsi ad aspettare che il cono di attenzione si sposti, di non volerne nemmeno parlare. Illudendoci che verità scandalose possano alla fine inabissarsi e sparire. Ma se c’è un modo per partecipare al tentativo di costruire percorsi comuni di giustizia e di pace è proprio quello di farsi portavoce di verità scomode. Ce lo ricorda persino Thomas Hobbes quanto ne dobbiamo parlare: vero e falso, sosteneva, sono attributi del discorso, non delle cose. E laddove non c’è discorso non c’è nemmeno verità e falsità. Per questo servono sempre, soprattutto adesso, persone che parlino di pace e di giustizia sociale. E sì, pure di fronte ai carri armati e a un miliardo di poveri, serve anche e comunque la nostra piccola, scomoda voce.

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