sabato 14 ottobre 2017
Forte presa di posizione contro il governo da parte dei 160 centri riuniti a Rimini. Appello per fondi, prevenzione e formazione
Una manifestazione contro la violenza alle donne (Ansa)

Una manifestazione contro la violenza alle donne (Ansa)

Sono le donne della violenza. In carne e ossa. Non importa chi la subisce e chi la cura, non importa chi è vittima e chi è esperta. Nel mondo dei centri antiviolenza, riuniti a Rimini per il primo convegno internazionale dedicato al calvario che il genere femminile vive nel nostro tempo, le coordinate tradizionali saltano. C’è la realtà. E la realtà ha ben poco a che vedere con l’allarme degli stupri per le strade o coi dati su denunce e femminicidi. Non servono a nulla, gli strilli dei media e i numeri.

La violenza serve affrontarla, serve cambiarla. I centri lo fanno 365 giorni all’anno attraverso accoglienza telefonica, colloqui personali, ospitalità in case rifugio. Sono 160 le strutture presenti in Italia, da Nord a Sud. Sono quasi 7 milioni le donne italiane che hanno subito violenza almeno una volta, nella loro vita. La proporzione è impressionante. Dice di una sfida, e di una fatica: «Quella che facciamo in larga parte senza l’aiuto del governo».

Lella Palladino il 24 settembre scorso è stata nominata presidente dell’associazione nazionale D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), una realtà che da sola raccoglie 80 organizzazioni di donne che si occupano del tema, e 16mila richieste d’aiuto all’anno. «Siamo coinvolti nei tavoli istituzionali, siamo stati presenti agli incontri voluti dal Dipartimento Pari Opportunità in vista del nuovo Piano antiviolenza che verrà – denuncia –. Ma siamo sistematicamente messi da parte nella fase decisionale. E i fondi, quelli vengono stanziati per un quantitativo di enti e associazioni che decidono di occuparsi di violenza all’ultimo minuto, spesso senza professionalità da spendere e progetti validi».

Il binario istituzionale è morto, insomma. E sembra incredibile a sentire la storia di Lella, che nel 1999 fondava una cooperativa sociale tra Napoli e Caserta con tre case d’accoglienza tra cui una realizzata in un bene confiscato alla mafia nel cuore di Casal di Principe: si chiama 'Lorena', oggi vi sono impiegate 6 donne con un contratto a tempo indeterminato, per un servizio catering che è diventato famoso in tutta Campania. E che si autosostiene. Una nuova vita che restituisce vita a una comunità, a un territorio. Succede in modo diverso in ogni centro, «dove sono le donne ad aiutare le donne, dove la violenza è solo l’inizio – spiega Maria Luisa Bonura, psicologa ed esperta nel sostegno psicosociale alle vittime di violenza domestica, impegnata nel progetto Aurora della Fondazione famiglia materna di Rovereto – e dove sono i percorsi di uscita a dover essere raccontati». Giovanna che si ricostruisce una vita coi suoi bimbi piccoli, Adele che diventa pasticcera, Laura che ha ricominciato a studiare. E il ristorante 'Le Formichine', nato proprio a Rovereto per permettere alle donne di ricominciare a racimolare dignità. I centri chiedono d’essere riconosciuti, prima di tutto attraverso una mappatura ufficiale che ancora non esiste: «Istat e Cnr sono al lavoro con due ricerche su questo punto, ma per i risultati dovremo aspettare almeno due anni – continua Palladino –. Quanto ai requisiti minimi che invece dovrebbero qualificare le strutture, e che dipendono da un’intesa Stato-Regioni, non sono stati modificati. Anche qui siamo fermi». L’impegno concreto, quello non si ferma.

E fa scuola: al lavoro in venti workshop, per la due giorni di Rimini organizzata dal Centro studi Erickson, ci sono decine di operatori, psicologi, assistenti sociali, infermieri, avvocati, agenti delle forze dell’ordine. Ci sono buone pratiche, esperienze in prima persona, racconti, analisi, progetti. Manca solo che questo patrimonio venga valorizzato: «Noi possiamo aspettare, le donne no».

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