venerdì 9 novembre 2018
Nella Strategia per valorizzare gli immobili tolti ai boss, approvata in una riunione con Conte, Salvini e Di Maio presenti, si criticava il sistema delle vendite. Poi però confermato ed esteso
Una villa sequestrata a un boss mafioso in Campania (Dia/Lapresse)

Una villa sequestrata a un boss mafioso in Campania (Dia/Lapresse)

Mentre il governo propone di vendere all’asta ai privati i beni confiscati alle mafie, e la maggioranza gialloverde lo approva al Senato, lo stesso governo firma un provvedimento che, invece, promuove, sostiene e valorizza l’uso sociale di questi beni. E critica la vendita. Tutto in pochi giorni. Un’evidente contraddizione.

Mercoledì il Senato ha approvato il cosiddetto "decreto sicurezza", fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che propone all’articolo 37 la vendita ai privati. Neanche due settimane prima, lo scorso 25 ottobre, il Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica) approva la "Strategia per la valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata attraverso le politiche di coesione". Una riunione a Palazzo Chigi presieduta dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e alla quale erano presenti sia Salvini che l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, anche nella veste di ministro per lo Sviluppo Economico, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti che ha anche la delega al Cipe.

La maggioranza Lega-M5s, rappresentata ad alto livello, ha approvato oltretutto un progetto elaborato e predisposto dal precedente governo Gentiloni, attraverso l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) e il Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio, e che sicuramente poco ha a che vedere con la decisione di vendere il beni confiscati all’asta. Anzi critica il sistema di vendita delle aziende confiscate, già prevista dall’attuale normativa.

La Strategia è uno strumento previsto dalla legge di Bilancio 2017 per «il coordinamento, l’indirizzo, la sorveglianza e il supporto alle Amministrazioni statali, agli enti locali ed ai soggetti che intervengono a diverso titolo nella gestione dei patrimoni sottratti alla criminalità organizzata, attraverso fondi europei e nazionali». Dunque non beni da vendere, per recuperare fondi da destinare ad altro, ma beni da sostenere con appositi fondi o con fondi dispersi in vari provvedimenti. Il documento, 46 pagine più 3 allegati, è stato realizzato in collaborazione con l’Agenzia per la Coesione Territoriale e il Ministero dell’Economia e Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, Ispettorato generale per i rapporti con l’Unione Europea, e nello scorso 19 aprile ha ottenuto parere favorevole Conferenza Stato-Regioni. Non contiene alcuna proposta di vendita dei beni immobili mentre fa una netta critica di quella già prevista. «I proventi derivanti dalla vendita di beni e rami d’azienda pertinenti ad imprese confiscate e poste in liquidazione – si legge a pagina 16 –, in linea generale, non vengono reimpiegati nello stesso circuito per sostenere l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali o del privato-sociale». Finiscono nel "calderone" del Fondo unico di giustizia, in gran parte utilizzato dal Viminale per altri scopi. Quello che si vorrebbe fare ora anche con la vendita all’asta dei beni immobili. Infatti solo il 20% finirebbe nelle casse dell’Anbsc, mentre il resto andrebbe al ministero.

Nulla per sostenere le iniziative sul territorio. Una scelta del governo che, indirettamente, viene criticata dalla Strategia approvata dallo stesso governo.

La Strategia nasce dall’esigenza di adottare una regia unica dell’azione pubblica finalizzata alla transizione verso la legalità delle aziende e dei beni confiscati alla criminalità quale forma primaria di contrasto al fenomeno. L’obiettivo generale è quello di utilizzare in modo efficace ed efficiente i beni immobili e aziendali confiscati alla criminalità organizzata, attraverso interventi di valorizzazione sostenuti dalle politiche di coesione.

Tre gli obiettivi specifici: 1) Rafforzamento della capacità e della cooperazione degli attori istituzionali responsabili del processo di sottrazione, valorizzazione e restituzione alla società dei patrimoni illegalmente accumulati, potenziando e qualificando la capacità di gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da parte dei soggetti preposti intervenendo sia sulla qualità e disponibilità delle informazioni a disposizione del pubblico, sia per il rafforzamento di competenze tecniche, motivazione, e consapevolezza degli operatori della filiera; 2) Politiche di valorizzazione dei beni immobili confiscati, utilizzando i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata per potenziare e qualificare i servizi pubblici per i cittadini e le comunità locali e per creare nuova occupazione; 3) Re-immissione nel circuito dell’economia legale delle aziende confiscate alla criminalità organizzata o dei beni ad esse pertinenti, accompagnando con rapidità la transizione alla legalità delle aziende confiscate alla criminalità organizzata salvaguardando in tal modo l’occupazione dei lavoratori, attraverso l’utilizzazione di un sistema integrato di servizi ed incentivi.

Molto importante è quanto scritto sulla destinazione degli immobili confiscati. «Al primo posto – si legge a pagina 23 – le esigenze di enti pubblici statali e territoriali, per definizione in linea con le finalità di valorizzazione di interesse collettivo. In tali casi di utilizzo gli immobili sono destinati a divenire sedi in cui si erogano servizi pubblici o si svolgono le rispettive attività istituzionali, privilegiando la sostituzione di immobili per i quali l’amministrazione pubblica paga canoni di affitto».

Ma molti di più sono i beni destinati a «inclusione sociale delle persone che vivono condizioni di esclusione e marginalità (cittadini in situazioni di povertà, persone senza fissa dimora, immigrati, vittime di violenza, rom, etc.); realizzazione di spazi pubblici per rendere servizi ai cittadini, (servizi per l’infanzia, per i giovani, per gli anziani, per l’istruzione, la cultura, lo sport, ecc.); creazione e il sostegno di nuove opportunità lavorative per i giovani e le fasce più deboli della popolazione producendo nel contempo beni e servizi di interesse pubblico». "Buone pratiche" da sostenere, secondo la Strategia, comprese quelle che riguardano immigrati e rom. Scelte molto lontane dal "decreto sicurezza", ma approvate dallo stesso governo.

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