mercoledì 11 novembre 2009
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«Dissennata pianificazione urbanistica», «carenza o errato dimensionamento di opere di ingegneria», «scriteriati comportamenti individuali», «generale fragilità del nostro Paese», «inadeguatezza normativa». Sono le cause del dissesto idrogeologico, delle ricorrenti frane e inondazioni nel nostro Paese. Disastri per i quali «negli ultimi 50 anni sono stati spesi, per sopperire ai danni derivanti dai soli fenomeni alluvionali, più di 16 miliardi di euro». Solo per i danni, mentre, come ha recentemente scritto Avvenire, per una corretta prevenzione ne servirebbero tra 25 e 40. A lanciare la pesantissima accusa non è qualche associazioni ambientalista o gli inascoltati geologi, ma il Parlamento italiano nella relazione approvata all’unanimità (e di questi tempi è quasi un miracolo...) dalla commissione Ambiente della Camera, al termine dell’indagine conoscitiva "sulle politiche per la tutela del territorio, la difesa del suolo e il contrasto agli incendi boschivi". E il j’accuse non finisce qui. «Emerge – insiste il documento – una responsabilità degli amministratori che hanno autorizzato le costruzioni: spesso sono gli stessi Piani regolatori ad essere stravolti da mille compromessi, che perseguono interessi di parte e non la compatibilità con le caratteristiche ambientali del territorio». Abusivismo e disastri annunciati. Nel mirino della commissione «i casi di abusivismo edilizio» che «sono i primi a provocare "disastri annunciati". La costruzione abusiva di edifici nell’alveo dei fiumi o su un terreno franoso, magari successivamente condonati invece di essere demoliti, è una delle principali cause di questi fenomeni». Eppure, «come è emerso nel corso dell’indagine, circa il 10 per cento del territorio italiano e più dell’80 per cento dei comuni italiani sono interessati da aree a forte criticità idrogeologica» e «più di 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive».Non è solo emergenza. Non c’è quindi da stupirsi, denuncia la commissione, se solo nella XVI legislatura (da maggio 2008) «il Governo ha dichiarato o prorogato circa 60 stati di emergenza». Ma è proprio questo che non funziona. Infatti, prosegue la Relazione, bisogna «evitare che la politica di difesa del suolo sia fondata soltanto su interventi di emergenza: viceversa deve essere perseguita attraverso la prevenzione, vale a dire attraverso la manutenzione delle opere, degli impianti e del suolo al fine di ridurre il rischio idraulico». Invece, «spesso gli enti locali - per motivazioni politiche, quali ad esempio l’approvazione dei piani urbanistici o la destinazione delle aree edificabili - non attuano il principio della prevenzione e, a volte, gli interventi pubblici - scuole, caserme, ospedali, stazioni - vengono costruiti in aree residuali, quali quelle in prossimità dei fiumi. Inoltre, gli oneri di urbanizzazione vengono speso usati per ripianare i bilanci dei comuni e questo spinge i comuni a costruire per fare cassa, anche a scapito di una corretta gestione del territorio». Spostare case e persone a rischio. A questo punto la commissione indica le strade da seguire. Ma sceglie la prevenzione. Esistono «due modi per ridurre il rischio idrogeologico: uno è quello di diminuire il pericolo, peraltro considerato molto difficile per via di un eccesso di interventi correttivi; l’altro è quello di delocalizzare il soggetto a rischio. La politica di prevenzione viene attuata, infatti, anche attraverso il recupero degli ambiti fluviali, ossia la restituzione al fiume delle sue pertinenze naturali, ove l’uomo ha impropriamente edificato». Leggi vecchie e inadeguate. La Commissione ritiene che «sia necessario - e quanto mai urgente - approvare una specifica proposta di legge che permetta la realizzazione di un programma straordinario per la manutenzione del territorio». Infatti sono «ancora vigenti norme risalenti alla prima metà del secolo scorso».Sforzo economico straordinario. Viene definito «improcrastinabile» un «adeguato impegno finanziario del governo al fine di avviare un programma pluriennale di interventi indispensabili per la difesa del suolo e il contrasto al dissesto idrogeologico nel nostro Paese». Si tratta «di uno sforzo straordinario» ma anche «di concentrare le risorse previste per la difesa del suolo prioritariamente sulle zone a rischio idrogeologico molto elevato». In tal senso la commissione chiede «il ripristino degli stanziamenti della soppressa legge n. 183 del 1989 a favore dei piani triennali per la messa in sicurezza, che consentivano di programmare gli interventi sul triennio e di realizzarli». Ma occorre anche «premiare i comportamenti virtuosi, la qualità e la capacità progettuale, attribuendo le risorse unicamente a coloro che osservano le norme, investendo in modo corretto, piuttosto che a coloro che ricostruiscono in aree a rischio. Il Ministero dell’ambiente potrebbe inoltre revocare i finanziamenti agli enti inadempienti e ripartire le connesse risorse tra i rimanenti».Come risparmiare. E serve «una programmazione "leggera", che comprende l’informazione della popolazione, lo sviluppo dei sistemi di protezione civile, ma anche i vincoli di uso del territorio e le delocalizzazioni, ossia interventi che comportano una spesa minore ma che sono fondamentali per la manutenzione e la conservazione del territorio».
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