mercoledì 6 dicembre 2023
Tornarniamo a educare, anche quando si fa matematica o inglese
Elena Ugolini

Elena Ugolini - Archivio

COMMENTA E CONDIVIDI

Un messaggio dirompente. Che invece di cadere in luoghi comuni, o in sterili accuse e rivendicazioni personali, ha chiamato in causa tutti gli attori istituzionali alzando l’asticella del dibattito sulla violenza di genere a un piano educativo e sociale. Chiedendo un impegno fattivo comune. Il discorso pronunciato dal papà di Giulia Cecchettin ai funerali della figlia ha fatto il giro d’Italia.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara – raccogliendo una proposta del governatore del Veneto Luca Zaia – ha chiesto che il testo sia inviato alle scuole di tutto il Paese perché i docenti ne possano discutere coi propri studenti. Ma come e perché le parole di questo padre, assieme alla vicenda potente di Giulia, possono essere utilizzate in classe? Da dove partire e ripartire, dopo tanto orrore e tanta disperazione? Lo abbiamo chiesto a tre insegnanti: Eraldo Affinati, Marco Erba, Elena Ugolini.


Sedici anni fa un mio ex alunno, Martino, moriva a 15 anni, devastato da una lunga malattia. Lo faceva con un sorriso, davanti alla mamma piegata dal dolore. In quel dramma l’unica immagine che non riuscivo a togliermi dagli occhi era quella di Gesù davanti alla vedova di Naim. Ma com’è possibile dire «donna non piangere!» a una mamma davanti al figlio esangue?

Solo l’esperienza che l’ultima parola sulla vita non è la morte può dare questo coraggio. È lo stesso coraggio che abbiamo visto in questi giorni nel papà di Giulia. Con quello che ha detto al mondo ci ha aiutato ad aprire la porta che collega il cielo e la terra. Senza quella porta, di fronte alla violenza che ha dovuto subire Giulia, ogni parola sarebbe inutile, anzi falsa, anzi dannosa.

La vita è un mistero di bene e di male ed il confine passa dentro ognuno di noi. Nessuno escluso, ma è possibile cambiare. Non è scontato l’inno alla vita, all’amore, alla possibilità di cambiamento e di costruzione di un modo diverso di trattarsi, che ci ha consegnato Gino nel giorno più buio e più cupo della sua vita. Ed è ancora più incredibile pensare che lo abbia fatto, dopo aver attraversato da pochi mesi, insieme ai suoi figli, un altro dolore immenso, quello della “perdita” della moglie.

Quello che ci ha fatto vedere il papà di Giulia è un Altro mondo, in questo mondo. Per questo il suo invito a rompere il cerchio di violenza e di ingiustizia, la sua richiesta di cambiare il modo di trattarci (in famiglia, a scuola, nei media, dappertutto) è credibile e deve diventare l’ipotesi di lavoro della nostra vita, qualunque lavoro facciamo, da qualunque storia e cultura veniamo, qualunque percezione della vita e dell’altra persona possiamo avere. Saremmo ipocriti se pensassimo che la sua proposta sia bella ma impossibile. Se è vero per lui, con quello che lui ha vissuto può essere vero anche per noi. Basta chiederlo. È così facile minimizzare le violenze, non accettare le sconfitte, avere come chiave del rapporto la pretesa, appropriarci di chi amiamo fino a soffocarlo e distruggerlo. Ogni giorno possiamo “uccidere” chi abbiamo davanti oppure dargli lo spazio per esistere davanti a noi, con noi.

Dopo averlo ascoltato ho solo delle domande che vorrei diventassero i capitoli di un nuovo libro da scrivere insieme. Iniziamo in famiglia. Che cosa significa «educare i nostri figli al rispetto di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro»? Che cosa vedono i nostri bambini in noi genitori ? Qual è il contenuto dei nostri dialoghi, sempre che ci sia un dialogo? Che peso hanno le nostre aspettative, il giudizio senza appello che spesso leggono nei nostri occhi? Proseguiamo a scuola. È giusto continuare a dividere l’istruzione dall’educazione, l’apprendimento dalla relazione? Che cosa accade nelle nostre classi , nelle mille ore all’anno che viviamo insieme ai nostri studenti e ai nostri colleghi? È verissimo: «Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto». Com’è possibile farlo insegnando matematica e inglese, leggendo un libro o facendo un esperimento in laboratorio? Come farlo sempre, senza delegare la cura di questa dimensione fondamentale solo ad ore specifiche o a specialisti?

Ed ora arriviamo ai media e alla sicurezza delle nostre città: «La diffusione di notizie distorte che alimentano un’atmosfera morbosa e comportamenti violenti» non aiuta sicuramente a cambiare il modo di trattarci. Non basta la polizia postale perché una ragazza possa smettere di essere insultata sul web o non bastano le forze dell’ordine perché possa camminare senza paura nelle strade nostre città. Occorre l’attenzione e la cura di tutti. Il tema posto dal papà di Giulia è drammaticamente vero. Ogni rapporto, in qualunque contesto, ad ogni età, o è costruttivo o è distruttivo , o è “educativo” o è “diseducativo”.



© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: