giovedì 16 febbraio 2023
Per Bruxelles i cittadini europei nel nostro Paese sono ingiustamente penalizzati dai criteri di residenza per l'aiuto per i figli e il Reddito di cittadinanza
«Reddito e Assegno discriminatori»: scure della Ue sull'Italia

Ansa/Epa

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Il Reddito di cittadinanza è discriminatorio nei confronti dei cittadini Ue non italiani, e lo stesso vale per l’Assegno unico. È una doccia fredda quella che ieri la Commissione Europea ha riservato all’Italia, inviando due lettere di messa in mora, l’avvio di una procedura d’infrazione.

Roma avrà due mesi per rispondere, se le risposte non saranno ritenute adeguate si passa alla seconda fase (parere motivato) fino eventualmente arrivare al deferimento alla Corte di giustizia Ue con potenziali multe anche molto salate.

Al centro è la libertà di movimento dei lavoratori, i diritti dei cittadini Ue e la protezione dei residenti di lunga data, tutti tutelati dalla normativa Ue. Sul fronte del Reddito di cittadinanza, Bruxelles contesta il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni, di cui due devono essere consecutivi. Sulla base di un regolamento del 2011 e di una direttiva del 2004, avverte la Commissione, «i benefici dello Stato sociale come il Reddito di cittadinanza, devono essere pienamente accessibili a cittadini Ue che siano lavoratori, autonomi o che abbiano perso il lavoro, a prescindere dalla storia della loro residenza». Inoltre, «cittadini Ue che non hanno lavoro devono aver diritto al sussidio con l’unica condizione che siano residenti in Italia per più di tre mesi».

Non basta, Bruxelles ricorda che, in base a una direttiva del 2003, hanno diritto a sussidi sociali anche i cittadini non Ue residenti da lungo termine. «Per questo – contesta la Commissione – il requisito dei dieci anni di residenza si qualifica come discriminazione indiretta in quanto è più probabile che i cittadini non italiani non soddisfino questo criterio». Inoltre il Reddito di cittadinanza così concepito «discrimina direttamente i beneficiari di protezione internazionale» esclusi dal Reddito. Infine, «il requisito di residenza potrebbe impedire a cittadini italiani di trasferirsi all’estero in quanto potrebbero non aver diritto al Reddito rientrando in Italia». Rilievi che potrebbero costare molto caro all’Italia, che potrebbe trovarsi costretta a erogare il reddito a una platea molto più larga di quella attuale.

«La procedura d'infrazione – ha tuonato il segretario di presidenza alla Camera, deputato FdI, Riccardo Zucconi – è assurda. Oltre al danno, pure la beffa. Non solo la Nazione in questi anni ha investito e buttato soldi in una misura assistenziale che non ha portato a nulla di buono, né in termini di occupazione né in quello sociale, ora il Paese si trova davanti all'ennesimo affronto». «È importante che non venga negato il sussidio a chi ne ha veramente bisogno – ha detto per parte sua la ministra del Lavoro, Marina Calderone – ma che ci siano gli strumenti per negarlo a chi lo usa in modo improprio. Dove è possibile, un controllo ex ante evita una corresponsione impropria e non ci obbliga a un recupero successivo». Verifiche ex ante che, ha detto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, hanno evitato il pagamento di prestazione per circa 11 miliardi dall’avvio della misura nell’aprile 2019.

L’accusa di discriminazione, lo dicevamo, riguarda anche l’Assegno unico e universale per i figli a carico, introdotto nel marzo 2022 dal governo Draghi. Anche qui contestato è il criterio di residenza: per goderne, bisogna esser residente in Italia da almeno due anni. Secondo requisito: i figli devono vivere nello stesso domicilio. «Secondo la Commissione – si legge in una nota – la legislazione viola la normativa Ue in quanto non tratta tutti i cittadini Ue in modo uguale, il che si qualifica di discriminazione». Inoltre, «il regolamento sulla sicurezza sociale vieta qualsiasi requisito di residenza per ricevere benefici di Stato sociale come gli assegni familiari». Anche qui, il costo potrebbe essere molto elevato.


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