lunedì 6 febbraio 2023
Sono 88mila le bambine e le ragazze vittime di mutilazione genitale che vivono nel nostro Paese: appena 2mila riescono a incontrare percorsi di cura medica e psicologica. Ecco come
La Giornata mondiale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, che ricorre il 6 febbraio, è stata istituita dalle Nazioni Unite proprio per diffondere una sempre maggiore consapevolezza su questa pratica lesiva dei diritti umani, che coinvolge milioni di bambine, ragazze e donne, in tutto il mondo La mutilazione genitale femminile è una pratica che comporta l'alterazione o il ferimento dei genitali femminili esterni per ragioni non mediche.

La Giornata mondiale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, che ricorre il 6 febbraio, è stata istituita dalle Nazioni Unite proprio per diffondere una sempre maggiore consapevolezza su questa pratica lesiva dei diritti umani, che coinvolge milioni di bambine, ragazze e donne, in tutto il mondo La mutilazione genitale femminile è una pratica che comporta l'alterazione o il ferimento dei genitali femminili esterni per ragioni non mediche. - Ansa

COMMENTA E CONDIVIDI

Si può tornare nell'incubo di un mondo in cui essere donne è una colpa durante una vacanza, nel villaggio dove sono nati i propri genitori, pensando di conoscere nonne e zie e cugine lontane. J. in Somalia, quando aveva 10 anni, è andata la prima volta per conoscere la sua famiglia da Genova, dove è nata nel 2000. E tutto si sarebbe aspettata meno d'essere chiusa in una stanza, immobilizzata su un tavolo a gambe aperte e sfregiata barbaramente. Coltelli e bisturi, erano in 4 altre donne a toglierle per sempre la sua femminilità: le urla non le ha sentite nessuno, o forse sì, ma mamma era di là e non ha fatto niente per impedire quello scempio. Quello che è accaduto dopo, al ritorno in Italia, ha segnato J. per sempre. Perché da bambina una male così grande diventa una vergogna: in bagno, a scuola, J. rimaneva anche mezz'ora per fare la pipì. Una tortura indescrivibile. E il dolore, mescolato al non sentirsi più se stessa, all'ansia, allo choc, diventa indolenza, isolamento.

I professori e le amiche non la riconoscono più, l'anno dopo, alla medie, quando arrivano anche le mestruazioni, è anche peggio: J. deve lottare giorno e notte con spasmi addominali, nausea, vomito, la sensazione di venir meno. E si abitua: beve pochissimo per non dover andare in bagno, prende medicine di nascosto, quando proprio non ce la fa inventa malanni e influenze. Solo un mondo resta umano, per J.: quello dei libri. La ragazza studia, studia, soprattutto le lingue e il tedesco, che le piace tanto: si diploma con 100 e lode, manda tanti curriculum, riceve un'offerta di lavoro da Roma e il destino, finalmente, le sorride. Perché papà perde il lavoro, la possibilità che lei possa aiutare la famiglia è preziosa, e allora la stessa madre che l'ha tradita ora acconsente a mandarla nella Capitale, dove J. ha una zia che può ospitarla. È qui che la vita cambia per sempre: perché quella zia è una donna diversa, ha sposato un medico italiano, è lontanissima dalla cultura somala e conosce bene la barbarie dell'infibulazione. Finalmente J. con lei parla, le racconta la sua storia, scopre per la prima volta che può essere curata, che può tornare ad avere una vita normale. E inizia il suo lento percorso di ricostruzione: che passa da numerosi interventi di chirurgia plastica, sedute dallo psicologo, infine l'incontro con un ragazzo che la ama e la rispetta, conoscendo quello che ha passato. Oggi vorrebbe anche sposarla, e avere un figlio da lei, che J. pensava di non poter avere mai.

Dei 200 milioni di donne e ragazze che nel mondo hanno subito mutilazioni genitali come J., nel nostro Paese ne vivono 88mila: pensate a una città come Lucca, o Alessandria, piena zeppa di dolore e disperazione. Una violenza quasi dimenticata, da noi, forse perché le vittime sono nella quasi totalità dei casi di origini straniere, anche se nate e cresciute in Italia. Come se contassero meno, o niente. L'obiettivo di chi le accoglie e ne segue i percorsi - da Amref ad Aidos a tante altre grandi o piccole realtà del Terzo settore - è informarle sui percorsi che oggi esistono per permettere loro di tornare a una vita normale. Sono quelli tracciati dalla chirurgia plastica, in primis, che nel corso degli anni ha affinato tecniche ricostruttive e interventi di ricostruzione e riempimento in grado di riportare gli organi genitali alle loro condizione originaria. Su cui tuttavia manca informazione. Di qui la scelta della Sicpre, la Società italiana che raggruppa l'85% dei chirurghi plastici ed estetici operanti nel nostro Paese, di inventarsi un Summit itinerante per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sul tema, che oggi - in occasione della Giornata mondiale della tolleranza zero contro il fenomeno - fa la sua tappa in Senato.

«La prima sfida che la chirurgia plastica si trova ad affrontare nel trattamento delle mutilazioni genitali femminili – spiega Stefania De Fazio, presidente eletta di Sicpre, che J. ha conosciuto e operato personalmente e che ha ideato il Summit nel 2019 - sono le cicatrici e la necessità di rimodellare i tessuti rimasti. I progressi della medicina e della chirurgia rigenerativa ci hanno dato straordinari strumenti con cui affrontare la sfida di questa ricostruzione». Oggi l'autotrapianto del grasso della paziente, con il lipofilling, permette di ridare elasticità, turgore e volume. E a questa tecnica si affianca la trasposizione di lembi, ricostruendo così i tessuti asportati e modificati con queste pratiche e restituendo alla donna le condizioni per svolgere una vita normale. Un insieme di possibilità che non esisteva quasi 20 anni fa, quando è stata promulgata la legge n.7/2006, nota anche come legge Bonino. «Uno degli intenti del Summit – spiega ancora De Fazio – è porre all'attenzione delle istituzioni la necessità di una revisione della legge che disciplina il tema e che non contempla, all'interno del team multidisciplinare previsto per la cura delle vittime di mutilazione, il chirurgo plastico».

E poi informare le donne, che spesso si chiudono nel proprio dolore e nell'incapacità di parlare di quello che è loro accaduto. Per questo nell'evento di oggi viene presentato anche un fumetto, le storie di Supernina (ideato dalla disegnatrice Lucia Tmd Franciosa), con cui sensibilizzare nelle scuole sul tema: protagonista una bambina che col suo magico nastro color magenta riesce a guarire le ferite di chi, come J., si sente sola al mondo con la sua sofferenza.

Un'anteprima delle storie di Supernina (ideato dalla disegnatrice Lucia Tmd Franciosa), un fumetto pensato per sensibilizzare le bambine nelle scuole

Un'anteprima delle storie di Supernina (ideato dalla disegnatrice Lucia Tmd Franciosa), un fumetto pensato per sensibilizzare le bambine nelle scuole - .


Oggi appena 2mila vittime di infibulazione sono uscite dall'incubo nel nostro Paese grazie a percorsi come questo: «Sono troppo poche. Dobbiamo aiutare anche tutte le altre».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: