martedì 7 novembre 2017
Musumeci oltre il 39 per cento e Cancelleri (5stelle) al 35. Micari (centrosinistra) sotto il 20. Liste: Ap resta fuori dal Consiglio regionale. Il governatore ottiene la maggioranza (36 su 70)
Vince il centrodestra di Musumeci. E l'astensione

Nello Musumeci, il candidato del centrodestra unito, è il nuovo governatore della Sicilia. E conquista la maggioranza nell'Assemblea regionale, sia pure risicata, con 36 seggi su 70. Di questi 29 sono attributi alle liste, che hanno raggiunto il 42%, i restanti 7 al "listino del presidente", una sorta di premio di maggioranza. Il 62enne con radici politiche nel Movimento sociale italiano ha preso il 40 per cento spaccato (o quasi) dei consensi. «Rinasce il centrodestra, questo è un laboratorio per dare un governo degno di questo nome al Paese – esulta il nuovo presidente dell’Isola in serata –. È stata una campagna con cadute di stile, ma è acqua passata. L’antimafia? Non è un programma, è un prerequisito. Ora dobbiamo combattere per la Sicilia e recuperare i delusi».

>>> Chi è Nello Musumeci di Gianni Santamaria

Quello che all’inizio sembrava un testa a testa con il candidato M5S Giancarlo Cancelleri, alla fine si trasforma in una vittoria larga. L’esponente pentastellato si ferma al 34,6 per cento, a circa 100mila voti di distanza. «Non ho chiamato e non chiamerò Musumeci – commenta Cancelleri quando i dati sono quasi definitivi –. La sua vittoria è contaminata dagli impresentabili e dalla complicità dei media nazionali. State allegri, siamo la prima forza politica e non dialoghiamo con nessuno».

Terza piazza, come previsto sin dai sondaggi delle scorse settimane, per Fabrizio Micari: il rettore di Palermo, indicato dal sindaco del capoluogo Leoluca Orlando e sostenuto da Pd, Ap, socialisti e civiche di centrosinistra, si ferma sotto al 18,5. «Dovevamo marcare la discontinuità con Crocetta – ammette Micari –, e ha pesato andare al voto divisi».

Ma ciò che fa clamore, nella performance di Micari, è lo stacco tra i suoi consensi personali e le preferenze ricevute dalla sua coalizione, che ha raggiunto il 25,1: all’ex rettore mancano circa 90mila voti, probabilmente migrati in larga parte verso Cancelleri, che invece ha goduto di quasi 200mila preferenze in più rispetto al risultato di lista di M5S. Micari, tra l’altro, sconta anche il flop della sua lista personale, che si ferma al 2 per cento, molto al di sotto della soglia di sbarramento del 5.

Mancano, al rettore, anche i consensi di Alternativa popolare, il partito del ministro siciliano degli Esteri Angelino Alfano: Ap si ferma al 4,1, restando clamorosamente fuori dal Consiglio regionale. Nemmeno Micari sarà in Consiglio perché questo diritto è riservato solo al primo perdente, cioè Cancelleri.

Male anche il tentativo a sinistra di Claudio Fava: la sua lista, agglomerato di tutte le sigle che non hanno voluto allearsi con il Pd, supera di poco la soglia di sbarramento e si ferma al 5,3. Meglio la prestazione personale di Fava che va al 6,2. Il paragone con i dati del 2012 dimostra però che l’apporto di Bersani e D’Alema non ha portato molto al rassemblement di sinistra. Vale infine lo 0,7 il tentativo dell’indipendentista Roberto La Rosa, quinto candidato della competizione.

Le indicazioni più interessanti vengono dalle percentuali ricevute dalle coalizioni e dalle liste. Sul fronte centrodestra (la coalizione ha viaggiato un filo dietro il risultato di Musumeci), Forza Italia si riprende il ruolo di perno centrale con il 16,3 per cento. Per il rotto della cuffia, va a segno il primo testo "fuori Padania" di Matteo Salvini: la lista unica siglata insieme a Fratelli d’Italia riesce a superare di mezzo punto il 5 e ad entrare in Consiglio regionale. Fare raffronti con il 2012, per il centrodestra, non ha troppo senso, perché cinque anni fa la coalizione si divise e favorì la vittoria di Rosario Crocetta, che altrimenti non ce l’avrebbe fatta. La ritrovata sintonia sull’asse Musumeci-Micciché ha invece riaperto la strada della vittoria.

I risultati all’interno del centrosinistra hanno per lunghe ore della giornata i tratti dello psicodramma. Le prime proiezioni davano il Pd a stento sopra il 10, poi il dato sale quasi 13, quattro decimi in meno di cinque anni fa, quando segretario dei democratici era Pier Luigi Bersani. Il risultato deludente di Ap, invece, va letto insieme al buon successo dei centristi dell’Udc di Cesa che hanno scelto di stare con Musumeci e sono rimasti sul 7 per cento. Un dato che farà riflettere il ministro Alfano e anche Casini, entrambi in predicato di siglare un’alleanza nazionale con il Pd.

M5S, stando ai freddi numeri, può vantare di essere, largamente, il primo partito dell’isola con quasi il 26,7 per cento dei consensi, quasi il doppio del 2012 e in aumento anche rispetto alle Europee del 2014. Ciò non è bastato a vincere. Però la dinamica del "voto utile" intercettata da Cancelleri a danno soprattutto del centrosinistra può essere un riferimento anche per le sfide nazionali. A occhio nudo M5S ha goduto anche del voto disgiunto o del voto di chi ha scelto solo il candidato governatore: si tratta però di possibilità non previste dal Rosatellum per le elezioni nazionali.

In termini di seggi, i 36 dei vincitori sono così ripartiti: 7 al presidente, 12 a Forza Italia, 5 a Idea Sicilia-Popolari, altrettanti all'Udc, 4 a "Diventerà belissima" e 3 a Fdi-Noi con Salvini). Ben 20 vanno al M5S, 19 di lista più quello che va a Cancelleri. Tredici sono appannaggio del centrosinistra, 11 al Pd e due al Pdr-Sicilia futura dell'ex ministro Totò Cardinale (che si è assicurato il 6% dei voti). Un seggio alla lista Cento passi per la Sicilia, la formazione di sinistra guidata da Fava, che ha ottenuto il 5,2%. Ora è plausibile che per avere una maggioranza solida Musumeci dovrà rivolgersi anche a una parte del centrosinistra. Anche da questo punto di vista, la Sicilia diventa "laboratorio" in vista delle prossime politiche. Così come è traslabile in chiave nazionale l’ennesimo triste trionfo dell’astensionismo: nell’isola ha votato il 46,76 per cento degli aventi in diritto, meno di uno su due, un filo in meno rispetto a cinque anni fa.

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