mercoledì 6 dicembre 2017
«È stata mia moglie a scoprire che ero stato adottato. Nulla intacca l’amore per i miei genitori, ma non sapere chi ti ha portato in grembo nove mesi significa vivere senza un’identità
«Se non so chi mi ha messo al mondo, non so chi sono io»

«Sono nato in Lombardia nel 1968, il 24 agosto. O forse la settimana prima». Chi è figlio di NN non sa chi è, e a volte nemmeno quando è venuto al mondo. «Da alcuni indizi ho dedotto di essere rimasto in stand by nella clinica giusto il tempo perché la mia madre naturale venisse allontanata – racconta Alessandro Corti, 49 anni, infermiere in Svizzera, oggi padre di tre bambini –. I miei genitori adottivi volevano un figlio e un medico compiacente fece da intermediario. Non so se pagarono o mi ebbero gratis, ma a causa della 'compravendita' la mia cartella clinica è sparita e in agosto in quella struttura non risulta nato nessuno».

È cresciuto sereno e amato, Alessandro Corti, e non ha mai sospettato nulla, anche se oggi si spiega i tanti vizi ricevuti e i troppi regali. La verità è arrivata nel 2003 nel peggiore dei modi, quando sua moglie Elisa, incinta del primo figlio, chiese alla suocera consigli sulla gravidanza: «Mia madre non le sapeva rispondere. Inoltre io non assomigliavo né a lei né a mio padre, così i dubbi vennero ad Elisa». L’unica soluzione era chiedere l’atto integrale di nascita in Comune, ma lì gli risposero che per averlo avrebbe dovuto fare istanza al Tribunale dei minori: «Significava che ero adottivo».

Era il mondo che andava in pezzi, «fino a quel giorno io ero stato un rametto nell’albero genealogico di famiglia, poi sono diventato un innesto, e quelle radici sono andate perdute». Nulla ha intaccato l’amore per i genitori adottivi (la mamma è ancora viva e oggi fa la nonna per i tre nipotini), nemmeno la rabbia dei primi tempi, ma il bisogno di sapere chi era non gli ha più dato tregua: «Lei leggerebbe un romanzo dalla pagina 100? I nostri motivi sono ancora più profondi – spiega –, è qualcosa che ciclicamente scava dentro di noi, abbiamo la necessità di capire da che albero siamo nati. Risalire al padre è importante, è ovvio, ma il primo pensiero è per la donna dentro la quale sei cresciuto per nove mesi. E poi c’è quell’enigma... magari mi hanno portato via a lei senza che lo volesse».

Ma ogni ricerca in questi 14 anni ha sbattuto contro il muro del segreto: al Tribunale dei minori il suo fascicoletto è risultato scarno quanto la sua storia, e l’ostetrica che lo aveva accudito nei primi giorni di vita gli ha descritto finalmente il viso di quella giovane mamma, ma poi ha chiesto di non essere più cercata, così come gli altri testimoni... «Confrontandomi con i figli di NN, ho visto che questi dinieghi sono comuni, forse temono che pretendiamo qualcosa, magari di sedere la notte di Natale al tavolo con i nostri fratelli, ma non è così, ci basta sciogliere il segreto che ci tiene incatenati per la vita intera, sapere un nome, anche fosse morta».

Così, in attesa di una modifica alla legge vigente, Corti come tanti altri ha chiesto al Tribunale dei minori di fare da intermediario e interpellare la madre naturale, dirle che suo figlio la vorrebbe conoscere, anche solo di nome. «Come mi immagino l’incontro? Nessun rancore, non si può riallacciare nulla, ormai, sarebbe impossibile chiamarla mamma, però le chiederei due cose: il perché e il dove. Potrei persino scoprire che in questi anni anche lei si è fatta tante domande e ha sofferto».

I figli non riconosciuti alla nascita si chiamano 'fratellini di culla', si aiutano a vicenda, con la forza dell’unione chiedono di modificare una legge che è quasi perfetta, giusta nel garantire a una madre di partorire in anonimato negli ospedali, sacrosanta nel permettere così di salvare tante vite altrimenti condannate all’aborto o a nascere in luoghi insicuri. Ma alla quale manca un tassello esistenziale, la possibilità (che non si nega a nessuno) di tornare indietro. Di cambiare idea. Di dire al figlio, venuto a cercarla dopo tanti anni, «sì, la tua origine sono io».

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