sabato 11 febbraio 2023
Ogni due giorni e mezzo, in Italia, chiude un istituto non statale. In tanti territori, molti paesi sono rimasti senza servizi per la fascia degli 0-6 anni. Viaggio dentro il deserto formativo
Una scuola materna paritaria di Padova

Una scuola materna paritaria di Padova - Boato

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Mentre la politica si accapiglia sull’eventualità che l’autonomia differenziata possa produrre venti sistemi scolastici regionali diversi, nel silenzio generale l’Italia sta scivolando verso il monopolio statale dell’educazione. Avanti di questo passo, fra una decina d’anni o poco più, il sistema nazionale d’istruzione sarà composto quasi esclusivamente da istituti statali e poche scuole paritarie, con rette fuori dalla portata della maggioranza delle famiglie. Una desertificazione vera e propria.

L’allarme è suffragato dai dati ufficiali del ministero dell’Istruzione e del Merito e da quelli elaborati dal Centro studi scuola cattolica della Cei: dal 2000 (anno di approvazione della legge 62 sulla parità scolastica) ad oggi, le scuole paritarie hanno perso il 38,11% degli allievi, passando da 1.186.667 a 734.415.

Un’emorragia di iscrizioni dovuta in parte al calo delle nascite (che ha colpito anche la scuola statale che, nel medesimo lasso di tempo, ha perso, però, “soltanto” il 3,4% degli allievi), ma soprattutto al fatto che tantissime scuole non statali sono state costrette a chiudere, non essendo più in grado di sostenere gli ingenti costi di gestione, a fronte di un contributo statale più che residuale. Soltanto prendendo in considerazione gli ultimi undici anni (dall’anno scolastico 2010-2011 al 2021-2022), i numeri sono drammatici: complessivamente, hanno chiuso 1.669 scuole paritarie (-12,12%), di cui 1.542 cattoliche (-16,46%) e 127 paritarie di gestori “laici” (-2,89%).

Praticamente, ogni due giorni e mezzo una scuola ha cessato di esistere. Per quanto riguarda gli alunni, negli undici anni considerati, le iscrizioni sono calate di 254.445 unità (-23,74%): 198.556 nella scuola paritaria cattolica (-26,81%) e 55.889 studenti in meno nelle altre paritarie (-16,87%).


Cicatelli (Centro studi scuola cattolica della Cei): «Tante insegnanti hanno perso il posto e non sempre sono riuscite a ricollocarsi nelle scuole comunali o statali. Le chiusure? Ora stanno rallentando»

Passando agli ordini di scuola e considerando soltanto le paritarie cattoliche, balza immediatamente agli occhi come il calo più consistente (di scuole e di iscritti), riguardi la scuola dell’infanzia. Negli ultimi undici anni hanno chiuso 1.310 materne (-18,58%), mentre i bambini iscritti sono precipitati da 453.757 del 2010-2011 a 302.730 del 2021-2022, pari a 151.027 iscrizioni perse (-33,28%).

Ciò significa che in tanti territori, soprattutto al Nord (per esempio in Veneto, dove le scuole materne paritarie coprono circa il 70% dell’offerta formativa e sono gestite, per la maggior parte, da parrocchie), tanti piccoli paesi sono rimasti senza servizi per la fascia 0-6 e tante famiglie sono state costrette a spostarsi nei centri vicini o, più verosimilmente, a tenere i bambini a casa. «Tante insegnanti hanno perso il posto e non sempre e non tutte sono riuscite a ricollocarsi nelle scuole comunali o statali», ricorda Sergio Cicatelli, direttore del Cssc.

«Ventitré anni dopo l’approvazione della legge sulla parità scolastica, non soltanto questo obiettivo non è stato raggiunto, ma il Paese rischia davvero di scivolare verso il monopolio statale dell’educazione», avverte suor Anna Monia Alfieri, esperta di diritto scolastico e rappresentante dell’Usmi nel Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica e nella Consulta dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei.

«A chiudere – aggiunge la religiosa – sono state soprattutto le scuole di frontiera, quelle che non possono chiedere alle famiglie rette da 5mila euro l’anno. Finché hanno potuto, i gestori hanno resistito, si sono indebitati. Ma quando anche le banche hanno cominciato a non fare più credito, si sono dovuti arrendere».

A stridere è il divario tra quanto lo Stato spende per ciascun alunno delle scuole statali e quando riconosce agli allievi delle paritarie: a fronte di un costo medio per studente, stabilito dal Ministero, di circa 7mila euro l’anno (con differenze di qualche decina di euro a seconda dell’ordine e del grado scolastico), ciascun allievo della scuola paritaria è destinatario di un contributo medio annuo di circa 500 euro.

«In vent’anni abbiamo creato un sistema malato – ricorda suor Alfieri – ma la chiusura delle scuole paritarie sarebbe un danno enorme per tutto il sistema nazionale d’istruzione e, anche, per l’erario. Non va dimenticato, infatti, che l’esistenza delle scuole paritarie consente allo Stato un “risparmio” di circa 6 miliardi di euro all’anno. Una montagna di soldi che, poi, dovrebbe trovare altrove per dare un banco agli allievi delle paritarie rimasti senza scuola».

Inoltre, l’Italia diventerebbe un’eccezione in Europa, dove, invece, le scuole paritarie sono finanziate direttamente dallo Stato, come nella laicissima Francia, o in Romania o, ancora in Svezia, dove, se la famiglia sceglie una scuola non statale, l’ente locale fornisce un finanziamento equivalente al risparmio per lo Stato. «Con il monopolio statale dell’istruzione, insomma, non credo che l’Italia potrà restare nel sistema delle istituzioni europee», avverte suor Alfieri.


Suor Anna Monia Alfieri: «Nel mirino sono finite soprattutto le esperienze di frontiera, quelle che non possono chiedere alle famiglie rette da 5mila euro l’anno»

Ad aggravare ulteriormente una situazione già molto pesante, c’è poi l’ondata di accertamenti Imu inviati dai Comuni, dopo la “tregua” imposta dalla pandemia. Mentre le scuole statali non sono tenute al pagamento dell’Imposta sugli immobili, le paritarie sì se il servizio non è erogato a titolo gratuito o con un prezzo simbolico. Ma simbolico rispetto a cosa? A fare chiarezza era intervenuto il decreto Imu del governo Monti che, per gli enti non commerciali, dice: «Se il corrispettivo medio (la retta, ndr) è inferiore o uguale al costo medio per studente, la scuola paritaria è esente dall’Imu».

Per quest’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha stabilito un costo medio per studente di 7.088,51 euro per la scuola dell’infanzia, di 7.164,43 euro per la primaria, di 7.200,74 euro per la scuola media e di 7.129,81 euro per le superiori.

«Queste cifre sono ben superiori alla media delle rette applicate dalle scuole paritarie», ricorda suor Anna Monia Alfieri. Ma questo non le mette al riparo dagli accertamenti, «che, in alcuni casi, sono arrivati anche a 500mila euro». Il colpo di grazia per tantissime scuole che hanno chiuso negli ultimi tempi.

«Il problema – precisa suor Alfieri – è che, nel frattempo, le regole sull’Imu non sono mai state fissate in legge e, quindi, i Comuni hanno avviato gli accertamenti». Che sono stati accelerati dall’Ordinanza 2.34773/22 della Corte di Cassazione, emessa il 4 novembre e depositata il 25 novembre 2022: se la retta supera del 50% il costo medio per studente – dice la Suprema Corte – la scuola deve pagare l’Imu. Nel 2021, Usmi e Cism hanno condotto una ricerca su un campione di 535 scuole paritarie e «tutte – conferma suor Alfieri – avevano un costo medio al di sotto del 50% del costo medio per studente».

A questo punto, conclude l’esperta, «un intervento di interpretazione autentica della norma da parte del legislatore può porre fine all’incertezza esistente».

Pur confermando la «gravità» della situazione, il direttore del Cssc Cicatelli vuole, comunque, conservare una punta di ottimismo per il futuro. «Proprio negli anni della pandemia – ricorda – abbiamo osservato un rallentamento delle chiusure. Forse dovuto anche al fatto che, potendo contare su spazi maggiori, le paritarie non hanno avuto problemi a garantire distanziamento e sicurezza del personale e degli alunni. Probabilmente è un po’ presto per parlare di un’inversione di rotta e credo siano necessari almeno 3-4 anni per verificare se siamo davvero di fronte a un cambio di direzione, come auspichiamo, o se, invece, stiamo davvero andando verso il monopolio statale dell’istruzione».

Uno scenario che farebbe diventare certamente più povera la scuola italiana. Anche quella statale.

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