venerdì 12 febbraio 2021
Quindici ministri sono politici, 8 tecnici. Il 33% sono donne. Gli esordienti sono 6
In questo combo, al centro il presidente Draghi e dall'alto a sinistra in senso orario alcuni dei suoi ministri: Giorgetti, Carfagna, Colao, Bonetti, Messa e Cartabia

In questo combo, al centro il presidente Draghi e dall'alto a sinistra in senso orario alcuni dei suoi ministri: Giorgetti, Carfagna, Colao, Bonetti, Messa e Cartabia - .

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Sono 23 i ministri del governo Draghi: otto le donne, 15 gli uomini. Otto ministri sono tecnici, gli altri politici. Sette del governo Conte bis vengono confermati nel governo Draghi, che registra quindi 16 new entry. Tra i 23 ministri, 17 hanno già ricoperto ruoli di governo mentre sei sono esordienti (Marta Cartabia, Daniele Franco, Roberto Cingolani, Patrizio Bianchi, Vittorio Colao e Cristina Messa).

Sono 4 i ministri del M5S del governo Draghi, tre quelli del Pd, di Forza Italia e della Lega uno di Leu ed uno di Italia Viva. In particolare sono del M5S Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone e Federico D'Incà. Del Pd sono Andrea Orlando, Lorenzo Guerini e Dario Franceschini. Di Forza Italia sono Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Della Lega sono Erika Stefani, Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia. Di Iv è espressione Elena Bonetti. Di Leu è espressione Roberto Speranza.

E se il governo Conte bis era a trazione meridionale, questo ha ben otto ministri lombardi nella squadra. E tre settentrionali su quattro.

Fabiana Dadone alle Politiche giovanili

Fabiana Dadone viene confermata ministro nel nuovo governo Draghi, in quota politica assegnata al Movimento 5 Stelle, ma passa dalla pubblica amministrazione alle politiche giovanili, terreno sicuramente fertile per chi, come lei, è entrata in politica da giovanissima. Classe 1984, Dadone è approdata per la prima volta al ministero nel 2019 a soli 35 anni, allora seconda solo a Luigi Di Maio nella graduatoria dei ministri più giovani. Piemontese, nata a Cuneo, ha fatto esperienza politica in commissione Affari Costituzionali della Camera, dove è stata anche capogruppo M5s. Il suo ingresso in Parlamento risale alle elezioni del 2013. Allora aveva 29 anni, figurando tra le più giovani parlamentari del M5s elette. Faceva ingresso a palazzo Montecitorio con in tasca una laurea in giurisprudenza, forte dell'impegno come volontaria nel sociale. Come ministro della Pubblica amministrazione è stata lei ad occuparsi nel corso dell'emergenza Covid del passaggio obbligato dei dipendenti pubblici allo smart working, necessario per non far cessare l'erogazione dei servizi pubblici. In seguito alla fase di emergenza, Dadone ha infatti aperto una nuova fase del lavoro agile nel settore pubblico con l'introduzione, nel decreto rilancio, del Pola (Piano organizzativo del lavoro agile), che dovrà essere adottato da ogni amministrazione pubblica entro il 31 dicembre di ciascun anno. Dadone ha avuto il suo secondo figlio durante la carica di ministro, a giugno scorso. L'ex premier, Giuseppe Conte, l'ha elogiata per aver partecipato ad una riunione di governo sul decreto semplificazione in diretta dall'ospedale.

Luciana Lamorgese all'Interno

Nel Governo Draghi, mantiene alla guida del Viminale Luciana Lamorgese, ex prefetta e consigliere di Stato richiamata nello scorso Esecutivo dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per raffreddare la temperatura delle polemiche dopo la gestione 'muscolarè e fortemente politica del suo predecessore al ministero dell'Interno, Matteo Salvini. E di doti diplomatiche e di equilibrio ci sarà bisogno nella delicata posizione di chi guida le forze di polizia e tratta temi delicati - immigrazione in primis - con alle spalle una maggioranza così composita. Potentina, 68 anni a settembre, due figli, laurea in Giurisprudenza, Lamorgese è entrata in carriera al Viminale nel lontano 1979 e lì ha fatto tutta la trafila fino ad occuparne la poltrona più prestigiosa. Tra i vari ruoli ricoperti è stata prefetta di Venezia, capo di Gabinetto del ministro dell'Interno e prefetto di Milano come ultimo incarico prima di concludere il servizio nel 2018. L'esperienza da prefetto, con la vocazione alla mediazione ed alla concertazione tra tutti i soggetti coinvolti le sono state utili nel Conte II per disinnescare polemiche all'interno della maggioranza tra M5S, Pd e Iv. Alla sua paziente opera di 'ricuciturà si devono due dei provvedimenti più complicati dell'ultimo Governo: il superamento dei dl Salvini e la regolarizzazione dei lavoratori in nero.

Roberto Cingolani a Ambiente e Transizione ecologica

Fisico milanese di levatura internazionale, genovese di adozione, studi di perfezionamento alla Normale di Pisa ed esperienze in Germania al Max Planck Institut, in Giappone e negli Usa oltre che alla guida dell'Istituto Italiano di Tecnologia: con Roberto Cingolani, 59 anni, arriva un vero e proprio scienziato - esperto di robot e nanotecnologie - sulla plancia del nuovo superministero dell'Ambiente e della Transizione ecologica, un dicastero che assorbe anche le competenze energetiche ora al Mise. Avrà anche il compito di presiedere il comitato interministeriale per il coordinamento della transizione ecologica. Sarà in pratica l'uomo decisivo per l'utilizzo delle risorse 'green' previste dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto Recovery Fund. Cingolani sale alla ribalta nazionale proprio quando nel 2005 diventa il primo direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia. Cingolani lo plasma come una sorta di amministratore delegato, ne è anzi l'anima: quando lo lascia nel 2019 l'istituto ha 11 centri di ricerca e oltre 1.700 scienziati provenienti da 60 paesi, un migliaio di brevetti, 24 startup già create e altre decine in cantiere. Giovane, visionario, Cingolani risponde alle polemiche con un entusiasmo vulcanico per la tecnologia, e un vero e proprio talento da divulgatore. Una star mondiale nelle scienze dei materiali, è nanotecnologo - non poche le iniziative a Genova sul grafene - dà impulso al progetto per l'umanoide iCub, il robot simbolo dell'Iit. Mostra doti manageriali anche quando lascia il segno nel progetto per una cittadella di Scienze della vita di Milano, lo Human Technopol. Nel 2019 diventa il capo dell'Innovazione in Leonardo (chief Technology and Innovation Officer), il gruppo aerospaziale a controllo pubblico. Tra le prime iniziative, portare in Italia, e proprio a Genova, uno dei supercomputer più potenti esistenti, per far entrare il Paese "nel club del supercalcolo mondiale" con almeno l'1% della potenza. Senza dimenticare che la nuova sfida, spiega proprio presentando il progetto, che la tecnologia sostenibile è la nuova sfida dell'innovazione: "non è pensabile fare cose nuove e scaricarne il peso sui nostri nipoti". "La sostenibilità deve diventare un parametro".

Patrizio Bianchi ministro dell'Istruzione

Un curriculum denso quello di Patrizio Bianchi, neo ministro all'Istruzione, in cui l'indubbio spessore accademico incrocia anche l'impegno amministrativo. Bianchi è stato assessore a scuola, università e lavoro della Regione Emilia-Romagna e di recente ha guidato la task force di esperti, voluta dalla ministra dell'Istruzione uscente Lucia Azzolina, per pianificare tempi e modi della ripartenza delle scuole durante la pandemia da coronavirus. Nato a Copparo (Ferrara), 68 anni, Bianchi è sposato con Laura Tabarini e ha due figli, Lorenzo e Antonio. È professore ordinario di economia applicata all'Università di Ferrara e titolare della cattedra Unesco 'Educazione, crescita e uguaglianza'. Si è laureato all'Università di Bologna con Romano Prodi, a cui è legato da un'amicizia di lunga data, e ha seguito un percorso di specializzazione alla London School of Economics and Political Sciences in Economia e politica industriale. Ha insegnato negli atenei di Trento, Udine e Bologna, dove è tornato come ordinario di politica economica nel 1991. Nel 1998 ha fondato la Facoltà di Economia dell'Università di Ferrara, è stato rettore dell'ateneo della città estense fino al 2010 e ha guidato la Fondazione della Conferenza dei rettori delle università italiane. Per due mandati ha ricoperto l'incarico di assessore della Regione Emilia-Romagna a scuola, università e lavoro gestendo anche la ripartenza delle attività didattiche dopo il terremoto del 2012, coordinando il Patto per il lavoro per lo sviluppo della Regione e dirigendo le attività per la progettazione e l'attivazione del Tecnopolo di Bologna, sede del centro dell'Agenzia europea per le previsioni meteo e del Centro europeo di supercalcolo scientifico. Dal gennaio 2020 è direttore scientifico della Fondazione internazionale Big Data e intelligenza artificiale per lo sviluppo umano.

Daniele Franco all'Economia

Per Daniele Franco, il neo ministro dell'Economia e Finanze, l'ingresso nel governo che lo porterà a varcare il portone di via XX settembre rappresenta un "ritorno". Esperto di conti pubblici, attuale direttore generale di Bankitalia, è stato Ragioniere Generale dello Stato, un ruolo dal quale ha svolto un ruolo di garanzia. Il suo curriculum garantisce a Draghi competenza e rigore professionale, e conoscenza capillare dei meandri e dei meccanismi del bilancio pubblico e di una pubblica amministrazione da semplificare. L'esperienza di Franco, veneto classe 1953 di Trichiana, nel bellunese, dopo la laurea, master in economia in Gran Bretagna, poi una carriera, scandita da incarichi accademici, fra Bankitalia, dagli esordi dopo la laurea al rientro con Draghi Governatore, la Commissione europea dove è advisor della DG Affari economici, la collaborazione con la Bce. Fino alla nomina a Ragioniere generale dello Stato, nel 2013, e nel 2019 l'arrivo ai vertici di Bankitalia e, dal 2020, la nomina a numero due del Governatore e la presidenza dell'Ivass. Le sue idee le ha ribadite in un intervento alla Giornata mondiale del risparmio, lo scorso novembre. Un'Italia che già "fatica strutturalmente a crescere" colpita duramente - specie nei settori come turismo o ristorazione - da una pandemia in cui "è difficile rovesciare le aspettative" perché il problema sono i contagi. Con un debito pubblico che andrà ridotto con "molta continuità" perché gli interventi della Bce non dureranno per sempre. E una crescita da recuperare puntando su giovani, istruzione, investimenti, innovazione: un programma tagliato apposta per l'esecutivo Draghi.

Elena Bonetti alle Pari opportunità

Elena Bonetti, l'esponente di Italia Viva rinconfermata alle Pari Opportunità, con le sue dimissioni, insieme alla collega di partito Bellanova, ha di fatto posto fine al Governo Conte. Mantonava, 47 anni, madre di due figli, alla sue prima esperienza come ministro è riuscita a far approvare il Family Act quella che ha definito "l'unica riforma approvata dal Governo Conte II" che dal luglio prossimo prevede un assegno unico per tutte le famiglie con figli, in base alle condizioni economiche. Lo stanziamento attuale è di 3 miliardi e poco meno di 6 a regime che si aggiungeranno al riordino dei fondi ora destinati alle famiglie, dai vari bonus alle detrazioni dei figli a carico. La Bonetti ha più volte lamentato che la sua riforma "nata alla Leopolda" era stata finanziata "per la sola parte dell'assegno", mentre il Family Act "andava ben oltre: con l'investimento sulle giovani coppie, sulla conciliazione tra l'esperienza familiare e quella lavorativa" e soprattutto sul lavoro femminile. Matematica, professore associato di Analisi, un passato nell'Agesci come Matteo Renzi che nel 2017 volle Bonetti nella segreteria dem. Scelta che destò sorpresa, considerato che non era una politica in senso stretto, e per di più iscritta da poco al Pd. Da ministro durante la pandemia si è sempre dichiarata a favore della scuole aperte ed ha ritenuto un grosso errore "mettere al 100% la Dad nelle superiori". Tra le sue battaglie anche quella contro la violenza sulle donne, e tanti provvedimenti per sostenere il lavoro e l'imprenditoria femminile. Bonetti ha sostenuto e promosso l'emendamendo che proroga e rafforza la legge Golfo-Mosca per la presenza delle donne nei cda delle società quotate, con l'obiettivo di quota 40%.

Stefano Patuanelli all'Agricoltura

Dal ministero dello Sviluppo Economico arriva alle Politiche agricole Stefano Patuanelli. 47 anni, tre figli, laureato in ingegneria, è nato a Trieste, dove nel 2005 è stato tra i primi ad animare il gruppo Beppe Grillo,
Patuanelli, è da sempre fedelissimo di Di Maio e rappresenta l'area moderata dei 5 Stelle. Eletto consigliere e tesoriere dell'Ordine degli Ingegneri nel 2009, nel 2011 ha ritenuto corretto dimettersi, pur senza formale incompatibilità delle cariche, perché eletto in Consiglio comunale, dove ha lavorato per 5 anni, approfondendo lo studio dell'amministrazione pubblica e dei servizi pubblici. Durante il mandato si occupa di pianificazione territoriale, edilizia, ambiente, infrastrutture e trasporti. "È stata una esperienza che mi ha fatto capire quanto poco basterebbe per migliorare la qualità della vita dei cittadini", scrive sul suo profilo sul sito del Mise. Alle elezioni politiche nazionali del 2018 viene eletto senatore nella circoscrizione Friuli Venezia Giulia e successivamente scelto come capogruppo al Senato. Presta giuramento di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 5 settembre 2019 come Ministro dello Sviluppo Economico. Nella sua vita non c'è solo la politica, scrive di amare lo sport in generale ed in particolare la pallacanestro e l'atletica.

Vittorio Colao all'Innovazione tecnologica

Da sempre, ad ogni nuovo traguardo di un lunga carriera da supermanager, Vittorio Colao è stato inquadrato nella scalata al successo del vivaio milanese dei 'McKinsey Boys'. Bresciano, classe 1961, famiglia con un ramo di origini calabresi, bocconiano con un master a Harvard, nel 2014 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli ha conferito l'onorificenza di Cavaliere del Lavoro. Sempre serio, atteggiamento schivo, cortese e determinato, il suo autoritratto può essere sintetizzato in un episodio che, tempo dopo, lui stesso ha raccontato. Nel 2018 aveva così spiegato la scelta di non lasciare il suo lavoro di capo azienda per un incarico al Governo: "È vero che in passato mi hanno offerto di fare il ministro, ma avevo un lavoro bello e importante da completare, dipendevano da me più di 100mila persone. Credo che gli impegni di lavoro vadano conclusi". La società che non aveva voluto lasciare era un colosso mondiale, il gruppo delle tlc Vodafone che ha guidato dal 2008 al 2018 in un intenso lavoro di riorganizzazione e di crescita. Quel percorso era iniziato nella seconda metà degli anni '90, in Italia prima di volare a Londra, prima come direttore generale poi amministratore delegato di Omnitel che diventerà Vodafone Italia. Aver domato le sfide del settore delle tlc, negli anni della fine dei monopoli e delle gare per l'inseguirsi delle nuove tecnologie della rivoluzione del mobile, è forse la sua esperienza più vicina al ruolo che si accinge ad assumere nel Governo di Mario Draghi: ministro per l'Innovazione tecnologica e la transizione digitale. È stato poi alla guida di Rcs MediaGroup. Lo scorso aprile è arrivata la chiamata a cui non poteva dire di no, dal Governo Conte, per la sfida più grande: guidare la la task force per la ripartenza dell'Italia, di un Paese e di una economia travolti dall'emergenza del Covid-19. A lui ha fatto riferimento il lavoro del gruppo di 'alto livellò di giuristi, economisti, esperti, incaricato di mettere a fuoco le sfide di una emergenza senza precedenti e di studiare le strade per uscire dalla crisi.

Erika Stefani alla Disabilità

Avvocata vicentina, classe 1971, Erika Stefani è la nuova ministra alle politiche per la disabilità del governo Draghi. Stefani è entrata in politica alle amministrative del 1999 come consigliera del Comune di Trissino e dopo una lunga carriera è approdata in Parlamento nel 2013. A giugno del 2018 è stata nominata ministra del primo governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte e ora torna alla carica per occuparsi del delicato tema delle disabilità in quota Carroccio. Si è occupata molto di giustizia e autonomie. Nata il 18 luglio 1971 a Valdagno, nel Vicentino, Stefani ha studiato giurisprudenza all'università di Padova. È entrata in politica alle amministrative del 1999 con una lista civica come consigliera del Comune di Trissino. Da questo momento in poi, la sua è stata una lunga carriera maturata a livello amministrativo e territoriale. E l'avvicinamento alla Lega è arrivato in corsa. Alle elezioni Comunali del 2009 si è presentata come candidata del Carroccio a Trissino, è stata eletta e ha ricoperto le cariche di vicesindaca e assessore all'Urbanistica. Nel 2013, quando alle politiche è stata eletta senatrice con la coalizione di centrodestra. Durante la legislatura, è stata vicepresidente del gruppo Ln-Aut dal 15 luglio 2014, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, componente della commissione Giustizia. Inoltre, ha fatto parte della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere; del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa; della commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza. Era anche membro della commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro. Alle elezioni del 4 marzo 2018 è stata rieletta nel collegio uninominale di Vicenza. Poi è approdata, con Giuseppe Conte, al ministero chiamato ad occuparsi dei rapporti con le Regioni. Ora torna in campo con Draghi.

Lorenzo Guerini alla Difesa

Lorenzo Guerini è stato confermato alla guida del ministero della Difesa. Nell'ultimo anno, più delle missioni internazionali, le Forze armate sono state impegnate soprattutto nella lotta al Coronavirus e Guerini ha gestito la trasformazione dello strumento militare in una sorta di struttura parasanitaria che ha messo a disposizione caserme, uomini, mezzi e reclutato medici e infermieri per contrastare la pandemia. Guerini è stato attivo sia sul versante dell'industria della Difesa - nelle settimane scorse ha siglato con Svezia e Gb un accordo per lo sviluppo del nuovo sistema aereo avanzato Tempest, destinato a sostituire l'Eurofighter - e delle relazioni internazionali, consolidando i rapporti con i tradizionali partner europei, della Nato e, soprattutto, con gli Usa. Dunque un'attività governativa piuttosto intensa, che si è accompagnata a quella politica in senso stretto, essendo Guerini uno dei leader (con Luca Lotti) di Base Riformista, la corrente ex renziana del Pd che esprime il maggior numero di parlamentari. Ex presidente del Copasir, il Comitato parlamentare sui Servizi, Guerini - nato a Lodi nel 1966 - è laureato in Scienze Politiche. Assicuratore di professione, ha militato tra gli anni '80 e '90 nella Democrazia Cristiana ed è stato presidente della sua Provincia nel 1995. Dopo due mandati fu eletto sindaco di Lodi in quota Margherita e nel 2012 è stato eletto come deputato con il Pd. Fin dai tempi dell'Anci, quando Guerini era sindaco, ha consolidato i suoi rapporti con Matteo Renzi, all'epoca primo cittadino di Firenze. È da sempre considerato, nel suo partito, un abile mediatore e tessitore di compromessi. Prima di essere eletto presidente del Copasir nel 2018, Guerini - già deputato - aveva assunto ruoli nella segreteria nazionale del Pd. Nel febbraio del 2014 affiancò il presidente del Consiglio incaricato Renzi durante le consultazioni istituzionali per la formazione del nuovo governo, compreso il faccia a faccia che l'ex premier ebbe con Beppe Grillo. Tra il 2014 e il 2017 è stato vicesegretario del Pd assieme a Debora Serracchiani.

Roberto Speranza alla Salute

Confermare Roberto Speranza sulla poltrona più importante di Lungotevere Ripa per Mario Draghi deve essere stata una scelta di garanzia: la macchina dell'emergenza contro l'epidemia funziona, e nonostante le critiche arrivate nell'ultimo anno nei momenti più difficili della pandemia, il ministro ha ricevuto valutazioni positive anche nei sondaggi, risultando tra i più popolari. E il gradimento non è sceso neppure quando è esplosa furibonda la polemica sul piano pandemico. Certo, il giorno in cui Speranza prese il posto della pentastellata Giulia Grillo non si sarebbe neppure lontanamente aspettato che sulle sue spalle potesse cadere la gestione di una catastrofe. Lo stato d'emergenza, il blocco dei voli, il lockdown, la chiusura delle discoteche: misure pesanti per l'intera popolazione, al centro di feroci scontri nel cuore dell'esecutivo. Per il ministro della Salute, poco più che quarantenne, negli ultimi 12 mesi è stato come trovarsi dentro ad uno tzunami. La via continua ad essere in salita. Almeno fino a quando buona parte della popolazione non sarà vaccinata.

Cristina Messa all'Università

È una carriera da manager della ricerca, quella di Cristina Messa, che prima dell'incarico di rettore dell'Università di Milano Bicocca è stata vicepresidente del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr), ed è delegata del ministero dell'Istruzione, l'Università e la Ricerca nel programma Horizon 2020 ed è membro del Comitato Coordinatore di Human Technopole (2016-in corso). Nata a Monza l'8 ottobre 1961, Messa si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1986 e si è specializzata in Medicina Nucleare presso l'Università di Milano. Dopo aver studiato per un periodo all'estero, negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna, ed è al rientro in Italia, dopo essere stata ricercatrice all'Istituto San Raffaele di Milano, nel 2001 è diventata professore associato nell'Università di Milano Bicocca e ordinario nel 2013. Dal 2005 al 2012 ha diretto l'unità operativa di medicina nucleare dell'ospedale San Gerardo di Monza, che attualmente fa parte della Fondazione Technomed dell'Università di Milano-Bicocca, e dal 2012 al 2012 ha diretto il dipartimento di Scienze della Salute della stessa università. Dal 2013 al 2019 è stata rettore dell'Università di Milano-Bicocca, prima donna di un ateneo milanese e quarta in Italia. Ha fatto parte della Giunta della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui) con la delega alla Ricerca. Dal 2016 fa parte del Comitato Coordinatore di Human Technopole e dal 2017 è membro dell'Osservatorio nazionale della formazione medico specialistica del ministero. Autrice di oltre 180 pubblicazioni scientifiche, nel 2014 ha ricevuto il premio Marisa Bellisario, "Donne Ad Alta quota".

Federico D'Incà ai Rapporti con il Parlamento

Riconfermato per un secondo mandato al ministero per i Rapporti con il Parlamento, il bellunese Federico D'Incà, era stato "promosso" nell'esecutivo Conte II dopo essersi fatto notare come uomo della mediazione nel Movimento. Deputato pentastellato della vecchia guardia, eletto con il M5s già nel 2013, è stato prima capogruppo del Movimento e successivamente, presidente del gruppo parlamentare. Nel 2016 ha ricoperto il ruolo di vice presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Rieletto nel 2018, D'Incà è stato anche questore della Camera. Con questo incarico ha dato direttive per il contenimento dei costi che hanno portato a un risparmio di 52 milioni di euro annui nella gestione dell'assemblea, che sommati a 48 milioni di euro di avanzi di amministrazione precedenti, costituiscono una restituzione complessiva al bilancio dello Stato di 100 milioni di euro, la più alta di sempre. È stato anche componente della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, del Comitato per la Comunicazione e l'Informazione Esterna, del Comitato di Vigilanza sull'Attività di Documentazione, del Comitato per gli Affari del Personale, del Comitato per la Sicurezza. Nato il 10 febbraio 1976, sposato e con una figlia, laureato in Economia e Commercio all'università di Trento, D'Incà ha un passato da analista di sistemi informatici e quindi da caposettore in una società della grande distribuzione. Il suo ingresso in politica risale a prima del boom del M5S, quando si presentò nella località in cui risiedeva, Trichiana, con una lista civica. Quindi, l'abbraccio con il Movimento di Beppe Grillo e l'elezione nel 2013 a Montecitorio. Nel 2017, in Veneto, si fa notare come uno dei promotori in prima linea del referendum per l'Autonomia. Quando nel 2018 viene rieletto alla Camera, si schiera tra quanti nel Movimento erano critici del governo giallo-verde.

Dario Franceschini ministro della Cultura

Nel febbraio del 2014, fresco di giuramento al Quirinale, Dario Franceschini, avvocato di formazione, politico di professione, ma anche appassionato romanziere, stupì i cronisti definendo i beni culturali che si
accingeva a guidare "un ministero dell'economia". Un assunto che nei quasi quattro anni del suo primo mandato e poi nei 18 mesi circa del secondo (nel quale alla cultura si era aggiunto il turismo) ha cercato in tutti i modi di mettere in pratica. Con una rivoluzione nel mondo dei musei che - almeno fino all'arrivo della pandemia e quindi dei lockdown - ha fatto crescere di molto i visitatori, creando pure polemiche e più di una insofferenza tra i ranghi del dicastero fondato nel 1975 da Giovanni Spadolini, tanto che ultimamente, sottolineando il record dei suoi ben 1707 giorni in carica da ministro della cultura, c'è chi non ha esitato a definirlo "Re Sole". Tant'è, i suoi interventi per lo spettacolo, per il cinema prima di tutto con la nuova legge e tanti interventi di defiscalizzazione, gli hanno garantito appoggio e lealtà di un settore di forte peso. Protagonista di primissimo piano nel governo Conte e poi nei giorni della crisi, non ha di fatto mai lasciato le sue stanze ai beni culturali, dove teneva moltissimo a ritornare per completare il progetto, avviato ormai 7 anni fa, che dovrebbe fare davvero del Collegio Romano un dicastero economico a tutti gli effetti. Libero dai nodi del turismo, che Draghi ha affidato a Massimo Garavaglia, Franceschini dovrà impegnarsi per i teatri "da troppo tempo chiusi", come gli ha ricordato ieri il maestro Muti. Franceschini, in politica dai tempi della scuola, papà partigiano bianco poi deputato della Dc e grande ammirazione per Pierluigi Castagnetti, è stato spesso definito 'uomo del dialogo'. Ferrarese, classe 1958, padre di tre figlie amatissime, appassionato di jazz, il neo ministro della cultura è sposato in seconde nozze con Michela Di Biase, ex consigliere pd in Campidoglio e alla Regione Lazio.

Mara Carfagna al Sud

Una donna meridionale per il ministero del Sud e della Coesione sociale. La salernitana Mara Carfagna, 45 anni, esponente ormai storica di Forza Italia, torna al governo dopo 10 anni: era stata ministro delle Pari opportunità nel quarto governo Berlusconi dal 2008 al 2011. Dal 2018 è vicepresidente della Camera, nella quale è deputata ininterrottamente dal 2006, tra Forza Italia e Popolo delle Libertà. Laureata in legge, Carfagna ha esperienze giovanili in tv e nel mondo dello spettacolo, come valletta, presentatrice e modella. Ha anche partecipato a Miss Italia nel 1997, vincendo il titolo di Miss Cinema. Nel 2004 esordisce in politica come coordinatrice del movimento femminile di Forza Italia in Campania. Nell'ottobre 2007 è nominata Coordinatrice Nazionale di Azzurro Donna. Nella sua attività parlamentare Carfagna ha legato in particolare il proprio nome alla legge che ha introdotto il reato di stalking, della quale è stata la principale promotrice. In generale si è occupata a lungo di violenza contro le donne e di mutilazioni genitali femminili, guadagnandosi stima e consensi anche fuori della sua parte politica, il centrodestra. Nel 2009 Carfagna ha realizzato la campagna "Nessuna differenza", la prima contro l'omofobia e la violenza legata all'orientamento sessuale mai realizzata da un Governo in Italia. Il 3 aprile 2019 la Camera dei Deputati approva l'emendamento di Carfagna al disegno di legge "Codice Rosso", che introduce in Italia il reato di matrimonio forzato e l'istituzione di un fondo per le famiglie affidatarie di orfani di femminicidio. Il 19 giugno dello stesso anno Silvio Berlusconi la sceglie assieme al Presidente della Liguria Giovanni Toti come coordinatori di Forza Italia con l'incarico di redigere una proposta di modifica dello statuto del partito. Ma pochi mesi dopo il leader azzurro nomina un nuovo coordinamento di 5 persone, tra cui la deputata, che però non accetta l'incarico. Alla fine del 2019 Carfagna fonda l'associazione 'Voce Libera' all'interno di Forza Italia, alla quale aderiscono diversi colleghi parlamentari moderati e del Sud, oltre a Stefano Parisi, Antonio Martino come presidente onorario, il costituzionalista Alfonso Celotto e l'economista Carlo Cottarelli.

Enrico Giovannini alle Infrastrutture e Trasporti

Una lunga carriera internazionale ai vertici dell'Ocse, la presidenza dell'Istat, il ministero del Lavoro, e da anni la battaglia quotidiana per coniugare sviluppo, uguaglianza e sostenibilità come cofondatore e portavoce dell'ASviS, l'Alleanza dello Sviluppo sostenibile. Ad Enrico Giovannini, 64 anni, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è ora affidato il complicato compito di gestire quei quasi 32 miliardi (31,98 miliardi di euro per l'esattezza) che il Recovery destina al capitolo Infrastrutture, tenendo conto della necessità di ammodernamento del Paese da conciliare con la grande battaglia dello sviluppo sostenibile. Romano, classe '57, laurea in statistica alla Sapienza, il neoministro alle Infrastrutture ed i Trasporti è conosciuto come un riformatore "cortese ma risoluto": da direttore generale dell'Ocse dal 2001 al 2009 ha realizzato una profonda riforma complessiva sistema statistico dell'Organizzazione e lo stesso è avvenuto alla guida dell'Istat dal 2009 al 2013 dove ha realizzato numerosi progetti innovativi. Suo, tra l'altro, proprio l'avvio del progetto per la misura del "Benessere Equo e Sostenibile (BES)". Da ministro del Lavoro, con sguardo attento alla disoccupazione giovanile ha avviato, tra l'altro la riforma degli ammortizzatori in deroga e disegnato Garanzia giovani, concentrando anche l'attività di indirizzo del ministero sulla lotta alla povertà e al lavoro nero e ribadendo più volte agli imprenditori la necessità di investire "sul capitale umano". Docente di statistica economica a Tor Vergata, ha cofondato l'Alleanza dello Sviluppo sostenibile nata nel 2016 che riunisce 270 tra società, istituzioni e reti della società civile con lo scopo di promuovere i temi dell'Agenda 2030 e lo sviluppo sostenibile."

Andrea Orlando al Lavoro

Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, è il nuovo ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Draghi. Prende il posto di Nunzia Catalfo (M5s). Nato a La Spezia, classe 1969, maturità scientifica, ha iniziato da giovanissimo l'attività politica e ha già rivestito incarichi da ministro. Dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato alla guida dell'Ambiente, tutela del territorio e del mare del governo Letta, e dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016 è stato ministro della Giustizia del governo Renzi, riconfermato nel governo Gentiloni, fino al 31 maggio 2018. Il suo esordio in politica risale al 1989 come segretario provinciale della Fgci. Nel 1990 la prima elezione a Consigliere comunale nella sua città con il Pci, carica che mantiene, divenendo poi capogruppo al Consiglio comunale, con il Pds alle successive elezioni. Nel 1995 segretario cittadino del Partito e nel 1997 diviene assessore prima alle Attività produttive ed in seguito alla Pianificazione territoriale. Nel 2000 entra nella segreteria regionale dei Ds come responsabile degli enti locali, e nel 2001 è segretario provinciale. Nel 2003 è nella direzione nazionale del Partito come vice responsabile dell'organizzazione e poi come responsabile degli enti locali (2005) e nel 2006 è responsabile nazionale del partito. Viene eletto deputato dell'Ulivo nel 2006. Confluito nel Partito democratico allo scioglimento dei Ds, nell'aprile 2007, ne diviene responsabile dell'organizzazione. Rieletto nel 2008 per il Pd alla Camera, nello stesso anno viene nominato portavoce del partito da Walter Veltroni, incarico che mantiene anche nella segreteria di Dario Franceschini. Nominato nel 2009 da Pierluigi Bersani presidente del Forum Giustizia del partito, diviene membro della commissione Giustizia della Camera (2010). Nel gennaio 2011 commissario del Pd a Napoli. Alle elezioni politiche del 2018 viene rieletto alla Camera e dal 2019 è vicesegretario del Pd.

Giancarlo Giorgetti ministro dello Sviluppo economico

Numero due della Lega e braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti è considerato il mediatore che ha favorito la svolta del leader della Lega alla virata europeista, ma ritenuto da mesi uno strenuo sostenitore di un eventuale governo Draghi. Il suo endorsement è arrivato forte e chiaro all'indomani dell'incarico dato all'ex presidente della Bce dal Capo dello Stato: "Draghi è un fuoriclasse come Ronaldo. Uno come lui non può stare in panchina". Approda al Ministero dello Sviluppo economico al posto di Stefano Patuanelli segnando la sua seconda volta al Governo. La prima esperienza è stata sempre in una posizione forte, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel Conte I, un ruolo chiave nel quale ha gestito tutti i più importanti dossier dopo che si era distinto anche allora come uomo in grado di mediare tra le diverse forze politiche, uno dei protagonisti della trattativa per la costituzione dell'esecutivo giallo-verde. Già uomo macchina della Lega Nord di Umberto Bossi, Giorgetti è stato segretario nazionale della Lega Lombarda dal 2002 al 2012, nonché capogruppo per la Lega Nord alla Camera nella XVII legislatura dal 2013 al 2014 e nella XVIII. Nato a Cazzago Brabbia (Varese) il 16 dicembre 1966, si è diplomato perito aziendale e laureato alla Bocconi, diventando commercialista e revisore contabile. Ma è l'attività politica, targata Lega Nord, a coinvolgerlo già prima dei 30 anni. Entra in Parlamento nel 1996 e non vi esce più, ricoprendo il ruolo di presidente della commissione Bilancio della Camera dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2013. Di fatto è nella Lega tra gli uomini che conoscono meglio i conti pubblici e l'economia. Schivo, riflessivo, pontiere nato, Giorgetti si occupa da decenni dei rapporti della Lega con gli altri partiti ma ne è anche un po' l'ambasciatore presso le più alte istituzioni e le sedi diplomatiche stranieri, facendo da contraltare, in questi ultimi anni, al ben più impulsivo Salvini.

Marta Cartabia alla Giustizia

Marta Cartabia, chiamata a guidare la Giustizia, rappresenta il tecnico perfetto, per profilo accademico e istituzionale. Riservata, mai sopra le righe ma assertiva sulla sue posizioni. Giurista cattolica, allieva di Valerio Onida, è originaria della provincia di Milano, sposata, con tre figli. A fine 2019 ha rotto "il tetto di cristallo", come opportunamente ha sottolineato lei stessa al momento dell'insediamento, diventando la prima donna presidente della Corte Costituzionale. Cartabia è arrivata alla Corte Costituzionale nel 2011, a solo 48 anni, chiamata da Giorgio Napolitano, è la terza donna a farne parte e la prima a diventare presidente. Può contare sulla stima del presidente Mattarella, maturata nel comune lavoro come giudici delle leggi. I due sono stati anche vicini di casa, dirimpettai, alla foresteria della Consulta. Alla Consulta è stata relatrice di importanti sentenze su questioni che spaccano l'opinione pubblica, come quella sui vaccini, con la quale la Corte ha stabilito che l'obbligo non è irragionevole. Ha dato una speranza ai detenuti, proseguendo il viaggio per portare la costituzione nelle carceri italiane. Dagli incontrati nelle carceri ha imparato che "ogni storia e ogni uomo ha alle spalle qualcosa di unico, per questo la pena non deve dimenticare l'unicità di ciascuno". Era da poco tornata alla vecchia passione, l'insegnamento, in piena emergenza Covid.

Luigi Di Maio agli Esteri

Ancora molto giovane, ma già un veterano. Con la conferma anche nel governo Draghi, il 34enne Luigi Di Maio sarà l'unico politico ad aver fatto parte degli ultimi tre esecutivi. Rimanendo alla Farnesina Di Maio avrà già sul suo tavolo i dossier più importanti della politica estera italiana: dal rapporto con i partner Ue alle relazioni con gli Usa della nuova amministrazione Biden, passando per la crisi in Libia. Nato il 6 luglio 1986 ad Avellino, Di Maio brucia le tappe della politica. Nel 2007 apre il meetup di M5S, a Pomigliano d'Arco (dove risiede la sua famiglia), e da quel momento inizia un'ascesa che lo porta in Parlamento del 2013, diventando vicepresidente della Camera a 26 anni. A settembre del 2017 gli iscritti della piattaforma Rosseau lo incoronano capo politico del M5s, con la benedizione del fondatore Beppe Grillo, che vede in lui la guida ideale per mettere insieme le varie anime. E mentre Alessandro Di Battista interpreta le pulsioni barricadere del movimento, Di Maio ha un profilo istituzionale, sempre in completo scuro e cravatta: sono i due esponenti più popolari dei 5S, in termini di consenso, e molto 'social'. La sua leadership gli vale un incarico di peso nel primo governo Conte, a maggioranza Lega-5S: Di Maio diventa vicepremier e superministro dello sviluppo economico, lavoro e Welfare, a 31 anni. Con la rottura di Matteo Salvini e il passaggio al Conte II a trazione giallo-rossa, Di Maio diventa il più giovane ministro degli Esteri della Repubblica, a 33 anni, rubando il primato a Federica Mogherini (vi arrivò a 40 anni). Alla Farnesina, tra i primi dossier, Di Maio affronta da quello dell'immigrazione. E si batte in sede europea perché l'Ue non lasci l'Italia da sola nel farsi carico dei profughi in arrivo sui barconi dal Nord Africa. Nel frattempo, continua a lavorare sulla Cina, dopo aver seguito da vicino l'accordo sulla Nuova Via della Seta al Mise. L'intesa con Pechino provoca non pochi mal di pancia tra i partner europei e gli Usa, ma Di Maio rivendica il diritto di un paese esportatore come l'Italia di trovare nuovi mercati. Senza per questo rinnegare la centralità del legame transatlantico. Senza più la Lega al governo, inoltre, Di Maio completa il riavvicinamento con la Francia dopo la crisi dei gilet gialli.

Renato Brunetta alla Pubblica amministrazione

Torna al ministero della pubblica amministrazione Renato Brunetta, l'economista di Forza Italia fedelissimo di Berlusconi. Siederà nel governo Draghi della cui nascita è stato un appassionato promotore fin dallo scoppio della pandemia, quando richiamava alla necessità di un governo di unità nazionale. E aveva fatto anche il nome dell'ex presidente della Bce per guidarlo, dopo il suo intervento sul Financial Times lo scorso marzo. Brunetta, classe 1950, professore di economia del lavoro all'Università di Roma Tor Vergata oltre che deputato e alla Camera per Forza Italia, è già stato ministro della Pubblica amministrazione nell'ultimo governo Berlusconi, dal maggio 2008 a novembre 2011. Degli anni a palazzo Vidoni è rimasta la riforma che porta il suo nome e che ha sintetizzato come l'applicazione del principio "premiare i lavoratori meritevoli e punire i fannulloni", anche con il licenziamento. La riforma punta su responsabilità dei dirigenti, premi per il merito e accelerazione sull'e-government. Ancora prima l'economista era stato consigliere economico in un altro governo tecnico-politico, quello di Carlo Azeglio Ciampi, e prima di lui dei presidenti del Consiglio Giuliano Amato e Bettino Craxi.

Maria Stella Gelmini agli Affari regionali

Fedelissima di Berlusconi fin dalla discesa in campo del Cav, Maria Stella Gelmini torna al governo 10 anni dopo l'ultima esperienza, quella da ministro dell'Istruzione, e va a sedersi in un ministero senza portafoglio che in questo anno di emergenza dovuta alla pandemia ha avuto un ruolo fondamentale nel raccordo tra lo Stato e le Regioni: quello degli Affari regionali e autonomie. Nata a Leno, in provincia di Brescia, il 1 luglio del 1973, liceo classico in una scuola di preti, la capogruppo di Forza Italia alla Camera si è laureata in giurisprudenza specializzandosi in diritto amministrativo. E subito dopo habruciato le tappe della politica: presidente del club azzurro di Desenzano dal '94; nel 1998 prima degli eletti alle amministrative ricoprendo, fino al 2002, la carica di Presidente del consiglio del comune di Desenzano; dal 2002 assessore al territorio della provincia di Brescia; nell'aprile 2005 entra nel consiglio regionale della Lombardia; il mese dopo Berlusconi decide di nominarla coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia, carica che ha ricoperto fino a quando nel maggio del 2008 a 35 anni è diventata ministro, il più giovane responsabile dell'Istruzione che ci sia stato in Italia. Tra il 2008 e il 2010 firma la riforma della scuola, quella che introduce tra l'altro il maestro unico alle elementari e due nuovi licei, scienze umane e musicale e coreutico.

Massimo Garavaglia al Turismo

Con il lombardo Massimo Garavaglia, classe '68, viceministro dell'economia nel primo governo Conte, il ministero del Turismo, che per la prima volta assume una sua connotazione autonoma, torna ad essere amministrato da un esponente della Lega come fu nel governo giallo verde, quando ad occuparsi delle politiche turistiche, accorpate a quelle agricole, fu Giampaolo Centinaro. Sindaco per due mandati del suo comune di residenza, Marcallo con Casone ( Milano), Garavaglia è un leghista della prima ora vicino all'ala moderata di Giorgetti, in Parlamento dal 2006 con il record di senatore più giovane della Repubblica nel 2008 (aveva 40 anni), a lungo capogruppo della Lega nord in commissione bilancio. Sposato e padre di due ragazze, Garavaglia ha natali semplici, papà operaio e mamma casalinga. Ma dopo la maturità scientifica ha portato a casa due lauree, una in economia alla Bocconi l'altra in Scienze politiche alla Statale, inanellando anche una serie di corsi di formazione. Consulente aziendale specializzato in controllo di gestione, qualità e sistemi informativi, è stato anche membro dal 2013 del consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti in rappresentanza del settore delle regioni. È convinto assertore della flat tax. Di turismo si è occupato più che altro quando era impegnato nella politica locale, come assessore all'economia crescita e semplificazione in Lombardia.

Roberto Garofoli sottosegretario alla Presidenza del Consiglio

Nato a Taranto, classe 1966, Roberto Garofalo è un magistrato, giudice del Consiglio di Stato, ed è stato capo di Gabinetto al Mef. Magistrato ordinario fino al 1999, impegnato in processi anche di mafia, e giudice amministrativo dal 2000, è stato capo di Gabinetto del Ministero dell'Economia con Pier Carlo Padoan ministro, nei Governi Renzi e Gentiloni, e poi con Giovanni Tria nel Governo Conte I. La sua è stata una lunga esperienza nelle stanze del Governo: da fine 2011 con l'Esecutivo Monti, poi segretario Generale della Presidenza del Consiglio con Enrico Letta e prima ancora capo ufficio Legislativo del ministero degli esteri con Massimo D'Alema nel governo Prodi II. Come capo di gabinetto del ministro Tria, Garofoli è stato tra gli alti funzionari dello Stato al centro delle polemiche contro i "burocrati" accusati dal Movimento 5 Stelle di essere "servitori dei partiti e non dello Stato" (fecero rumore, tra l'altro, le critiche ai tecnici del Tesoro in un audio del portavoce della Presidenza del Consiglio, Rocco Casalino). Contro di lui c'era stato anche un attacco diretto: sua 'la maninà - è stata la tesi dei 5 Stelle - era stata giudicata 'colpevole' di aver inserito nel Dl Fiscale due commi per destinare 84 milioni in tre anni alla "gestione liquidatoria dell'ente strumentale alla Croce Rossa Italiana". Fermissima fu la difesa di Giovanni Tria: nessuna manina, solo "una soluzione tecnica" a tutela dei lavoratori, per pagare il Tfr, aveva detto il ministro liquidando l'attacco come "privo di fondamento e irrazionale". Ma il clima era tale che Garofoli decise di dare le dimissioni. Autore di numerose opere e collane su temi giuridici ed economici, condirettore della Treccani Giuridica, è stato nominato dal Presidente Giorgio Napolitano Grande Ufficiale della Repubblica italiana.




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