Ci può essere una piazza per l'Iran? Ecco cosa dice la società civile

Mondo cattolico in prima linea: basta massacri, si coinvolga la comunità internazionale. Le Acli: sostenere il principio di autodeterminazione dei popoli. L'Ac: c'è bisogno di più Europa. Il Mean: diamo asilo a chi combatte per la propria libertà. La Cisl organizza una fiaccolata il 23 gennaio davanti all'ambasciata di Teheran in Italia
January 15, 2026
Ci può essere una piazza per l'Iran? Ecco cosa dice la società civile
Una giovane alla manifestazione di Roma a sostegno del cambio di regime in Iran, svoltasi martedì / Reuters
Manifestare per la caduta del regime a Teheran? Scendere in piazza a favore dell’opposizione in Venezuela dopo la deposizione di Maduro? In quindici giorni due grandi questioni internazionali hanno tenuto banco nell’opinione pubblica occidentale e hanno risvegliato l’eterno dibattito: come esprimere solidarietà ai popoli che chiedono libertà e democrazia, incalzando i propri governi a prendere posizione. È in particolare sulla rivolta oscurata nella Repubblica islamica che si concentra oggi l’attenzione di tanti cittadini e delle organizzazioni sociali.
«Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e per la democrazia» ha sottolineato ieri la Rete italiana pace e disarmo, già protagonista di diverse iniziative dal Medio Oriente all’Ucraina. «Il futuro dell’Iran appartiene al suo popolo. Scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici». Molto netta è anche la posizione delle Acli. «Non è possibile assistere ad un simile massacro a cielo aperto senza chiedersi concretamente che cosa possa fare la comunità internazionale per porvi fine» sottolinea l’associazione». Nel frattempo, la Cisl ha organizzato per il 23 gennaio una fiaccolata con presidio davanti all’ambasciata dell’Iran in Italia. «Bisogna sostenere la lotta di chi, al costo della propria vita, invoca la svolta democratica» ha spiegato la segretaria generale del sindacato, Daniela Fumarola.
L’azione non può non accompagnarsi alla riflessione, su quanto sta accadendo, e questo per il mondo cattolico in particolare vuol dire cogliere l’occasione per ridare centralità all’Europa, oggi vilipesa e derisa, come possibile casa futura dei i popoli oppressi. Lo dice bene Angelo Moretti, portavoce del Mean, il Movimento europeo di azione non violenta. «Paradossalmente, il momento può essere adesso. Tra un’America il cui presidente si erge in modo arrogante a garante di un’unica moralità, la sua, e una Cina dove la repressione dei diritti prosegue, il Vecchio continente ha l’opportunità di mostrarsi con la schiena dritta, non più esitante o balbettante». Moretti ha in mente le missioni di pace che hanno portato amministratori, politici e volontari in Ucraina in questi quattro anni di guerra. «Chi subisce una qualsiasi forma di esilio, in patria e fuori, deve trovare asilo e ospitalità nei nostri Stati, che considerano la democrazia e la libertà valori indiscutibili». «È evidente che in questo momento c’è bisogno di più Europa - gli fa eco il vicepresidente nazionale di Azione Cattolica, Paolo Seghedoni -. La piazza in questo senso è uno strumento importante, perché senza di essa tante istanze resterebbero sulla carta. Chi ci va, poi, deve aprirsi in un dialogo ostinato con chi non la pensa come lui, anche per evitare il rischio di strumentalizzazioni».
A pochi mesi dai cortei per Gaza, che hanno fortemente coinvolto cittadini e mondo politico, il tema dunque si ripropone, anche se la “febbre emotiva” non è paragonabile: a settembre, l’emergenza umanitaria nella Striscia era all’apice e le iniziative di solidarietà (si pensi al caso della Flotilla) si moltiplicavano, in un cortocircuito che teneva insieme dal basso l’indignazione popolare e dall’alto le richieste di riconoscimento della Palestina. Oggi il clima è diverso: i cortei non mancano, soprattutto da parte delle comunità di cittadini iraniani e venezuelani all’estero che solidarizzano con i connazionali oppressi, mentre i partiti al momento discutono e polemizzano tra loro. «Esistono due tipi di piazze: una piazza per l’azione e una piazza per la solidarietà – riflette Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli -. In entrambi i casi, va sostenuto il principio di autodeterminazione dei popoli insieme al rispetto, da tempo tradito, del diritto e delle istituzioni internazionali. Contro il neo-imperialismo, in particolare, servirebbero piazze credibili e plurali, in cui idee diverse riescono a convivere in nome della pace e della democrazia».
Oltre ad andare nelle strade contro l’oppressione, la società civile avverte anche il bisogno di muoversi per costruire qualcosa di nuovo. «Reagire contro i torti ci porta più facilmente ad indignarci e a partecipare – riprende Moretti – ma la vera mobilitazione per noi è sempre quella della non violenza attiva. Noi l’abbiamo sperimentato a Kiev. In questo senso, la lotta a tutti gli autoritarismi può essere un buon comune denominatore per dire basta a quanto sta accadendo anche in Iran».

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