martedì 25 luglio 2023
Le opposizioni compatte: «Il governo ritiri l’emendamento soppressivo e ne discutiamo. Altrimenti la nostra proposta in aula il giorno 27». Schlein «felice» se davvero Meloni vuole aprire al confronto
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Timidi spiragli di dialogo sul salario minimo, i tempi potrebbero allungarsi proprio per consentire di elaborare una proposta di mediazione. Ma le opposizioni non si fidano di un rinvio a settembre “al buio”, in presenza di una volontà manifestata dalla maggioranza, che resta agli atti, di bocciare il disegno di legge firmato, in maniera compatta, da tutte le opposizioni, compresa Azione, con la sola eccezione, a scavare un solco nel Terzo polo, di Italia viva. «Le forze che hanno sottoscritto il dl sul salario minimo chiedono alla maggioranza il ritiro dell'emendamento soppressivo e confermano la volontà di andare in Parlamento già il 27 luglio a discutere nel merito della proposta così come stabilito dalla conferenza dei capigruppo», chiedono in coro al termine di una riunione a cui hanno partecipato i capigruppo alla Camera e nella Commissione Lavoro di Pd, M5S, Azione e Avs, presenti anche i deputati Riccardo Magi (+Europa) e Maria Cecilia Guerra (Pd).

La segretaria del Pd Elly Schlein soddisfatta per l’esito del voto in Spagna ne trae la riflessione che «l'onda nera si può fermare puntando a risolvere i problemi concreti delle persone», ad esempio «aumentando il salario minimo e limitando i contratti a termine. Sono felice di leggere - aggiunge Schlein - che ci sarebbe una apertura della presidente del Consiglio al nostro appello ad un confronto nel merito sulla proposta unitaria delle opposizioni. Allora la maggioranza ritiri l’emendamento soppressivo e discutiamo. Io sono disponibile anche domani mattina a un incontro con lei e con il governo».

Non si fida il M5s. «Dov’è l'apertura? Per noi contano le proposte concrete. Le dichiarazioni, non i retroscena. La maggioranza e il governo hanno la possibilità di confrontarsi in Commissione su proposte concrete. Finora non abbiamo avuto nulla. Siamo rimasti a chi dice che il salario minimo é una misura ideologica, sovietica, una forma di assistenzialismo, uno specchietto per le allodole. Se c'è una proposta concreta, qualche contributo o emendamento costruttivo, lo possiamo accettare. Altrimenti non accettiamo rinvii, bluff e meline», avverte il presidente del M5s Giuseppe Conte.

«Il governo Meloni smetta di scappare. Vuole discutere? Ritiri l’emendamento soppressivo della proposta di legge delle opposizioni e venga in aula a confrontarsi sul merito», scrive su Twitter anche Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana.

Ma dal governo arriva solo qualche timido segnale. «Siamo rispettosi del confronto in Parlamento, delle posizioni di sindacati e rappresentanze di impresa», dice il ministro per il Made in Italy Adolfo Urso al Corriere della Sera. E sostiene che «la direttiva europea mira a garantire la diffusione di salari adeguati e garanzie contrattuali, cosa che già accade in Italia grazie ad un ampio ricorso alla contrattazione collettiva. Ma non abbiamo alcun pregiudizio di sorta sul tema», assicura.

Parole di un autorevole ministro vicino a Giorgia Meloni, ma non bastano ad aprire il confronto. Favorevole al rinvio a settembre si dice anche il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon. La materia d’altronde è complessa, c’è anche la leva dei contratti collettivi, da poter utilizzare, naturalmente nei settori in cui sono applicati e vigenti. «Si tratta di capire se il governo vuole davvero affrontare questo tema», interviene il segretario della Cgil Maurizio Landini. «Finora ha dichiarato di no, anche alle nostre richieste. Da tempo stiamo chiedendo una legge sulla rappresentanza, che vuol dire dare validità generale ai contratti nazionali. Dentro questo schema si può fissare una quota oraria sotto la quale i contratti non devono andare». In Europa ben 21 dei 27 Stati membri lo hanno adottato. Il governo ora, dopo le parole dure di Antonio Tajani, sembra più disponibile. Ma per sancire una tregua c’è tempo fino al 27, giorno fissato per la discussione in aula, evitando una rottura che pregiudichi un possibile esito condiviso alla ripresa dei lavori parlamentari.

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