giovedì 31 marzo 2011
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Compleanno senza torta per la pillola abortiva, alle prese con una risposta di mercato decisamente inferiore alle attese. Se c’è un dato che salta subito agli occhi confrontando le vendite previste con quelle reali, è in generale il divario – al ribasso – tra le prime e le seconde. Il grafico comparativo fornito con ammirevole trasparenza da Marco Durini, direttore medico della Nordic Pharma, l’azienda che importa la Ru486 e la distribuisce in Italia, lascia poco spazio ai dubbi. Su una colonna le vendite potenziali «stimate tenendo conto il limite delle sette settimane entro cui si può effettuare l’aborto farmacologico»; sull’altra, quelle reali. L’esempio più lampante è forse la Lombardia, con le sue 604 scatole del farmaco ordinate contro le oltre 5mila programmate. Non è da meno il Lazio con 142 scatole commercializzate contro le 3.500 previste. Non si salva neppure l’Emilia Romagna che pure importava il farmaco per la sperimentazione prima della «liberalizzazione» dell’anno scorso: 294 confezioni contro quasi 3mila ipotizzate. Stesso dicasi per la Toscana (773 contro 2mila) e la Puglia (615 contro 2.500). Unico dato in controtendenza è, a sorpresa, la Valle d’Aosta, con 75 scatole (contro una cinquantina previste); per il resto è un bilancio a senso unico che vede in fondo alla lista regioni come Calabria e Abruzzo (appena 15 confezioni) e le Marche (5). In totale, comunque, sono state vendute in un anno oltre 6mila scatole (una media di 500 al mese), ognuna delle quali può essere utilizzata per un solo aborto (tranne che nel caso dell’Emilia, il cui protocollo usa una confezione per tre procedure abortive). Il primato assoluto di utilizzo della pillola spetta al Piemonte, con ben 1.624 scatole ordinate (comunque al di sotto di quanto sperato dalla Nordic), seguito a distanza da Toscana e Liguria.Sulle ragioni delle differenze tra dati attesi ed effettiva vendita, le interpretazioni sono divergenti e molteplici, visto anche che la diffusione della pillola in Italia è a macchia di leopardo. Per Durini, in parte vanno ricercate in ragioni culturali, ma anche nell’applicazione del protocollo richiesto dall’Aifa e dal Ministero della Salute, che prevede il ricovero ordinario di tre giorni in ospedale (fino all’espulsione del feto abortito). Una serie di fattori concomitanti, insomma, che frenano l’uso della pillola. Di diverso avviso Basilio Tiso, direttore sanitario della Clinica Mangiagalli di Milano, dove ogni anno nascono circa 7mila bambini e si praticano 1.600 aborti. «Come prevedibile – afferma – la pillola non ha avuto gran successo. D’altra parte non se ne sentiva la necessità. I nostri dati parlano chiaro: in un anno ad abortire con la Ru486 sono state appena 17 donne; di queste, solo due o tre hanno firmato le dimissioni, le altre hanno rispettato il ricovero ordinario». Di più, Tiso ritiene che «gran parte delle confezioni ordinate sia, in realtà, ancora stipata nei magazzini. Ad esempio, noi ne avevamo ordinate 30 e ne abbiamo usate a oggi poco più della metà. Naturalmente non posso parlare a nome degli altri ospedali, ma confrontandomi con i colleghi posso dire che non c’è stata una corsa alla novità». Sulla pillola, inoltre, «viene spesso fatta cattiva informazione, come se si trattasse di bere un bicchiere d’acqua. Al contrario, può provocare dolori addominali, piccole emorragie, contrazioni non certo piacevoli». Infine, riguardo alle strutture ospedaliere in cui oltre il 90% delle donne firma le dimissioni, Tiso ritiene che «sia in gioco il rispetto della legge». Novità sul tema sono in arrivo dal Ministero che in queste settimane ha raccolto i dati forniti dalle Regioni sull’uso della pillola. «Li stiamo elaborando anche per valutare che tipo di protocollo sia stato utilizzato e per vedere se è stata rispettata o meno la legge 194. Presenteremo i risultati e le nostre riflessioni tra un paio di settimane», spiega Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute. D’altra parte, «in sintonia con le direttive europee, il ministro Sacconi ha indicato chiaramente le condizioni con cui la pillola può essere compatibile con la nostre legge. Per cui apriremo un confronto con le Regioni laddove si registrano problemi. Quel che è certo è che pillola non può diventare una scorciatoia per l’aborto a domicilio».
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