giovedì 8 marzo 2018
Nel gruppo c'erano anche 7 donne, con ruoli chiave nel veicolare messaggi, nascondere gli stupefacenti ed eludere i controlli delle forze dell'ordine
Roma, smantellata «cosa nostra tiburtina»: 39 arresti

Erano un gruppo di trafficanti ben organizzato, al punto da pedinare alcuni carabinieri che indagavano su di loro o di istruire processi a chi non rispettava le regole interne della banda. Ma la procura di Roma e gli investigatori dell'Arma sono riusciti comunque a smantellare il gruppo, dopo un'indagine iniziata nel 2016. Stamani all'alba, 300 carabinieri del Comando provinciale di Roma, coadiuvati dal nucleo Elicotteri e unità cinofile, hanno eseguito 39 arresti e 46 perquisizioni, sulla base di un'ordinanza del gip del Tribunale di Roma. Le accuse per gli arrestati sono, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, armi ed estorsioni, il tutto aggravato dal metodo mafioso.

Le indagini dei Carabinieri hanno fatto emergere l'esistenza di una rete di trafficanti nell'area est della Capitale, una sorta di "cosa nostra" tiburtina, che gestiva le piazze di spaccio di Tivoli e Guidonia. Dopo aver superato un muro d'omertà, gli investigatori hanno sequestrato un chilo di cocaina a due giovani “spacciatori”, dimostrando che entrambi erano "soldati" di un gruppo con a capo un nucleo ristretto di capi, legati da un vincolo di sangue. La banda si era imposta nella zona attraverso aggressioni e minacce gravi in danno di pusher concorrenti e di acquirenti insolventi, ai quali veniva imposto il pagamento dei debiti di droga, e disponeva di una ragnatela di vedette che controllavano il territorio. Le indagini, spiega il capitano Marco Beraldo, comandante della compagnia di Tivoli, hanno accertato che i "reprobi" venivano sequestrati, portati al cospetto del capo, e invitati a difendersi dalle accuse". In caso di "condanna", venivano sottoposti a violenti pestaggi o a sfregi sul viso. La brutalità, dicono gli inquirenti, è uno dei caratteri distintivi dell'organizzazione, con numerosi episodi documentati di estorsioni, auto bruciate, minacce. Tanto che il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Michele Prestipino, parla di un'organizzazione "molto agguerrita", "nei numeri" e "nella capacità di controllo del territorio" e pronta a ricorrere "a sistemi di inaudita violenza".

In manette sono finite anche 7 donne: "Avevano un ruolo importante - spiega Beraldo -, non erano impegnate in semplici attività di copertura, ma nella gestione delle informazioni e nell'orientamento delle scelte di spaccio". Non solo: alcuni carabinieri della compagnia di Tivoli sarebbero stati perfino pedinati da membri della banda. Gli indagati avrebbero studiato abitudini e spostamenti, individuando le abitazioni degli investigatori, forse con l'intento di "adottare azioni ritorsive nei loro confronti come risposta ai numerosi arresti e sequestri eseguiti nei confronti di appartenenti del sodalizio".

Nell'inchiesta è finito anche un avvocato, Francesco Tagliaferri, ex presidente e attuale consigliere della Camera penale di Roma, iscritto nel registro degli indagati per favoreggiamento personale continuato. Secondo quanto scrive il gip Maria Paola Tomaselli, "È emerso che Giacomo Cascalisci, capo indiscusso del sodalizio, si serviva dell'avvocato per acquisire informazioni in merito all'arresto dei sodali, al chiaro fine di conoscere le contestazioni, gli elementi di prova, le eventuali dichiarazioni rese in sede di interrogatorio e il contenuto dei colloqui". Nel pomeriggio, l'avvocato ha dichiarato: "Conto al più presto di spiegare tutti i fatti al pubblico ministero, voglio chiarire e spiegare ogni cosa, che è assolutamente riconducibile al mandato professionale che avevo e al
rapporto con i miei assistiti. Conosco uno degli indagati da molto tempo. Ritengo spiacevole e fuori luogo il coinvolgimento della Camera penale in relazione alla mia figura. Anche per questo sono pronto a spiegare ancora meglio la mia posizione".


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