martedì 12 settembre 2017
Il sindaco Nogarin sotto accusa: «Ora si pensi ai soccorsi». Gli sfollati alle prese col fango: «Siamo in ginocchio. Cosa facciamo se piove ancora?». I tecnici: onda di piena impressionante
«Quei fiumi puliti». È scontro sull’allerta

Prima di lasciare il centro operativo della Protezione civile, il governatore Enrico Rossi fa fermare l’auto, si sporge dal finestrino e glielo chiede per la seconda volta: «Avete pulito bene l’Ardenza e tutti gli altri?». Il direttore del consorzio di bonifica Toscana Costa, di rimando: «A giugno e a settembre, come sempre – spiega Roberto Benvenuto –: taglio della vegetazione e pulizia dell’alveo». All’indomani della tragedia Livorno non ha ancora finito di contare i morti, ma la tentazione dello scaricabarile è potentissima.
«Stanno cercando di mettermi in croce, anzi hanno già cominciato» sono state le prime parole, ieri mattina, del primo cittadino, Filippo Nogarin, sommerso dalle critiche per non aver dato l’allerta e aver accusato proprio il sistema di allerta di non funzionare affatto. Il sindaco pentastellato invoca la tregua: «Ora è il momento di far funzionare al meglio la macchina dei soccorsi e dare aiuto a tutti coloro che hanno bisogno. Ci sarà poi il momento della polemica e delle indagini, in cui tutti cercheranno di scaricare le responsabilità addosso agli altri e naturalmente arriverà addosso ai sindaci perché la moda oramai in Italia è questa».

E poiché le mode non passano in Municipio qualcuno ipotizza che la furia delle acque possa essere ricondotta alla mancata pulizia degli alvei – la legge toscana assegna questa competenza ai consorzi di bonifica, mentre i comuni debbono occuparsi dei corsi d’acqua interrati – ed ecco arrivare la replica del Consorzio di bonifica 5 Toscana Costa, richiesta da Rossi: «Tutta la manutenzione ordinaria in carico nostro sul Comune di Livorno era stata eseguita – sottolinea il presidente Giancarlo Vallesi – con interventi di sfalcio della vegetazione infestante e ripulitura dell’alveo dei corsi d’acqua. Ciò che ha fatto tracimare i fossi non è stata la mancata o la scarsa manutenzione, bensì l’enorme quantità di acqua concentratasi su Livorno in poche ore». Segue un meticoloso elenco delle opere eseguite «per un totale di circa 500.000 euro», alle quali si è aggiunto un intervento su Rio Ardenza da 400mila euro per il consolidamento di un versante; «se il Consorzio non avesse portato a termine questo intervento probabilmente la situazione già disastrosa si sarebbe aggravata con la caduta a valle di materiale di risulta, quale fango, detriti, massi ecc...».

A questo punto ce n’è abbastanza perché il governatore – oltre a chiedere «poteri straordinari per la Regione» – zittisca il premier Gentiloni, che aveva invitato alla collaborazione, e rincari la dose su Nogarin: «Con il sindaco stiamo collaborando dalle 6 di domenica, ma quando scatta un’emergenza, si risponde con una reazione adeguata – puntualizza Rossi –. A Pisa, ad esempio, con lo stesso codice l’allerta è stato dato e sono state informate tutte le famiglie… Si può essere antisistema, ma i codici valgono per tutti. Ripeto: il sindaco di Pisa, con lo stesso codice, ha dato l’allerta». Se non ci fossero dei morti di mezzo, rinfacciare un primato dei pisani ai livornesi basterebbe per scatenare una guerra; tuttavia, oggi la questione è ben più seria e apparentemente senza soluzione, tant’è vero che quando il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti lascia la città si limita a promettere un grande intervento su tutti i torrenti coinvolti nel disastro, ma non è chiaro né quando né che cosa si potrà fare.

Il ministro annuncia lo stato di emergenza e le risorse per intervenire nell’immediato. Poi, solo poi, si inizierà a parlare di cantieri; tra gli interventi indispensabili Rossi indica quelli sui quattro corsi d’acqua responsabili degli allagamenti, a partire dall’Ugione, poi il Rio Maggiore e il Rio Ardenza, oltre al Chioma. Al momento sono disponibili 2,2 milioni di euro, verosimilmente sufficienti solo per l’Ugione. Altri tre potrebbero essere stanziati a breve dalla Giunta regionale.

Gli sfollati però non possono aspettare. Roberto Sainati, che ha i capelli bianchi e ha salvato la sua auto pochi istanti prima che le acque del rio Maggiore la travolgessero ci racconta il suo dramma: «Abito in via Romagnosi e ho la cantina, la strada gli scarichi pieni di mota, se piove di nuovo cosa faccio?». Non abbiamo una risposta. Nessuno sembra averla. La mota è il limo di fiume e di fogna, la livella livornese che ha portato la stessa morte nei palazzi liberty di via Sauro e nelle case rurali di via di Popogna. «Temporali come questo avvengono una volta ogni 200-500 anni» spiega Roberto Pandolfi, dirigente del consorzio Toscana Costa, che conosce la rete idrografica palmo a palmo.

Siamo insieme a lui sulla riva del rio Maggiore; ora è un rigagnolo mite e putrido. Il tecnico disegna un semicerchio con la mano, indicando le colline: «Questo è un grande catino dove l’onda di piena, quale che sia l’intensità delle precipitazioni, scarica l’acqua a mare in un’ora e mezza. Le infrastrutture, dai ponti alle condotte, sono state costruite in base a una certa portata e non sono in grado di reggere eventi eccezionali come questo». Il consorzio meteo della Regione, Lamma-Cnr, attesta che sono caduti 260 millimetri in tre ore. Il dirigente Bernardo Gozzini conferma che l’allerta è stato dato per tempo (alle 21.30 di sabato sera, mentre le piogge erano iniziate a cadere verso le 20) e che non c’è modo di sapere esattamente dove si concentreranno le precipitazioni. Gli esperti non parlano di “bombe d’acqua” ma sono in grado di calcolare l’energia potenziale, il gradiente termico, l’acqua precipitabile e tutti quei parametri che i livornesi spiegano in modo più spiccio con il Libeccio che “tira” sull’entroterra: «I venti si scontrano e se trovano gli ingredienti giusti in un’area scaricano lì» ammette il meteorologo.

In realtà, non si può prevedere ma si può prevenire: infatti, da qualche anno, lungo il rio Maggiore sono state realizzate dal Comune ben quattro vasche di laminazione. Sono dei grandi bacini coltivati a grano, che accolgono le acque in eccesso del torrente. Pandolfi li osserva con gratitudine: «Senza di loro staremmo qui a contare danni ben maggiori». A valle c’è la popolosa via Salviano, dove nella notte tra sabato e domenica le acque del fiume hanno divelto muri e sciacquato via cassonetti e camper. Molti sfollati arrivano da qui: case basse e povere, fango dappertutto, i migranti sono accorsi per dare una mano a spazzare la mota. A Stagno e Collinaia, però, molte abitazioni sono ancora isolate. Colpita anche la turistica Quercianella.

Ci spostiamo sulle sponde dell’Ardenza. Le squadre cinofile dei Vigili del Fuoco stanno ancora cercando un sessantenne: sabato notte lo hanno visto dirigersi verso il capanno per salvare il suo cane. Non si trova più né il cane né il capanno. Qui gli argini hanno tenuto ma sono stati abbassati di un metro, letteralmente abrasi dal rullo d’acqua. Le canne, le piante, l’erba si sono inginocchiate al suo passaggio. Il ponte di via Remota non esiste più. Pandolfi allarga le braccia: «Spaventoso. Era stato fatto tutto il necessario eppure guardi lì…». Indica un cortile con due auto rovesciate. Sono entrate galleggiando sopra il muro di cinta.

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