venerdì 21 settembre 2012
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​Gli islamici moderati si sono dati appuntamento a Milano e il venerdì di preghiera si è trasformato in un'occasione per invitare alla calma, mentre nel resto del mondo, e anche a Roma, si continua a manifestare contro vignette e film ritenuti blasfemi dai musulmani.«Dobbiamo rispondere alle provocazioni sul Profeta Maometto con calma, senza distruzioni e senza uccisioni», ha detto oggi durante la sua predica l'imam Mohamed Ridha, sotto i tendoni allestiti dinanzi al PalaSharp. La moschea di viale Jenner per un giorno si è infatti trasferita qui, in zona San Siro, per riuscire a contenere oltre mille fedeli, quasi tutti uomini: maghrebini, asiatici e pure italiani.«La nostra protesta - ha aggiunto l'imam - sia pacifica e ordinata. Dimostriamo che siamo una religione civile e che amiamo il nostro Profeta». Il suo tono era concitato, ma le parole - almeno per come le ha tradotte dall'arabo all'italiano il presidente dell'Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari - sono state prudenti. «Noi - ha detto Shaari - condanniamo le offese al nostro profeta, ma al tempo stesso condanniamo ogni forma di violenza. Bruciare le bandiere e assaltare le ambasciate non ha senso. Non è giusto prendersela con tutta l'America per le provocazioni di pochi stupidi».Intanto a Roma diverse centinaia di persone hanno manifestato oggi in piazza della Repubblica, vicino alla stazione Termini, davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli. Con il sit-in, promosso dall'associazione bengalese Dhuumcatu, gli immigrati musulmani hanno chiesto «allo Stato italiano di bloccare il film contro Maometto, che ha toccato delle cose dentro il nostro cuore», ha detto al microfono un oratore, predicando comunque moderazione. «Se il governo italiano non cancella il film su internet - ha aggiunto un rappresentante di Dhuumcatu - andremo avanti. Tutti noi musulmani del mondo siamo pronti a morire per questo. Noi non vogliamo che succeda qualcosa in Italia. Noi vogliamo la pace. Ma ci vuole un decreto per fermare quel film».Più disteso, come detto, il clima a Milano, nonostante qualche preoccupazione testimoniata dalla presenza degli agenti della Digos e della polizia locale. «Tensioni? L'Italia - ha detto un saldatore tunisino di 47 anni - non c'entra niente. Il film non l'ho visto, e non ho intenzione di vederlo». Sulla stessa lunghezza d'onda Munir Ibrahim, 45enne eritreo, da 32 anni in Italia. «Non siamo arrabbiati, le offese non sono altro che pubblicità per l'Islam. Ciò che sembra negativo può trasformarsi in una cosa positiva: dopo gli attacchi al profeta molte persone si avvicinano al Corano per saperne di più e finiscono per convertirsi. Certo - ha aggiunto - se offendono Maometto ci restiamo male. Ma anche se offendono Gesù, Abramo o Mosè. Per noi nessun profeta deve essere offeso».Sulle proteste scoppiate in questi giorni nel resto del mondo, Ibrahim ha una sua idea: «Cosa c'entrano le ambasciate? Secondo me in alcuni Paesi c'è gente che viene pagata per scatenare la violenza, ma noi siamo la religione della pace. Il nostro saluto è salam, che appunto vuol dire pace. La violenza non è l'Islam. E chi è violento non è musulmano».
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