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L'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, dove si è svolto il processo Open Arms. - ANSA
Tutto comincia nell'agosto del 2019, quando in Italia è al governo l'alleanza fra Movimento 5 stelle e Lega. Giuseppe Conte è presidente del Consiglio e Matteo Salvini ministro dell'Interno, ma il patto di governo dà da tempo segni di cedimento. Il primo giorno di agosto, si registra il soccorso di oltre un centinaio di migranti in acque Sar libiche, da parte della ong spagnola Open Arms. Dopo il salvataggio, l’equipaggio della imbarcazione chiede l’assegnazione di un porto sicuro all’Italia e a Malta, la prima di una serie di istanze che riceve, come risposta, un netto divieto di ingresso in acque italiane dal ministro dell'Interno, che concorda la linea coi dicasteri di Difesa e Trasporti, allora retti da esponenti pentastellati. La vicenda si trasforma in una sorta di "braccio di ferro". Due profughi e un loro familiare vengono sbarcati per motivi di salute. Sulla nave restano in 121. Poi, il 9 agosto i legali di Open Arms fanno ricorso al tribunale dei minori chiedendo lo sbarco dei migranti non maggiorenni e presentano la prima denuncia. Poi soccorrono un altro gruppo di persone su un legno in avaria: 39 persone. Il 12 agosto il tribunale di Palermo ordina lo sbarco dei minori. La nave punta verso Lampedusa e nel frattempo invia richieste di un porto sicuro sia a Malta che all'Italia.
La pronuncia del Tar e l'inchiesta penale sul ministro
Dopo diversi no del Viminale, Open Arms fa ricorso davanti al Tar del Lazio, che il 14 agosto sospende il divieto di ingresso. Passano altri giorni e la ong presenta un esposto alla Procura di Agrigento, facendo presente la decisione del Tar e chiedendo lo sbarco perché i migranti, ormai in mare da inizio agosto, sono allo stremo: qualcuno ha provato per disperazione a tuffarsi per raggiungere l'isoletta a nuoto. Il 20 agosto, dopo 19 lunghissimi giorni di tira e molla, l'allora capo della procura di Agrigento Luigi Patronaggio sale sulla nave per accertare le condizioni delle persone soccorse e parla «di situazione esplosiva», disponendo il sequestro dell’imbarcazione. A bordo, dopo i trasferimenti per ragioni di salute, ci sono ancora 88 migranti. La Procura di Agrigento pare un fascicolo di indagine, che porta all'iscrizione nel registro degli indagati del ministro dell'Interno leghista per sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio, in concorso con l'allora capo di Gabinetto, Matteo Piantedosi, oggi a sua volta a capo del Viminale. Per competenza le carte vengono trasmesse al tribunale dei ministri, la cui sezione regionale è a Palermo, che alla fine archivia la posizione di Piantedosi, decidendo di formulare invece l'imputazione a carico di Salvini.
L'autorizzazione del Senato, il processo e la sfilza di ministri testimoni
Nel febbraio del 2020, da Palermo i giudici inviano a Roma gli atti, per chiedere al Senato - Camera nella quale Salvini è stato eletto - l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. In un caso analogo, riguardante la nave della Marina "Diciotti", l'assemblea di palazzo Madama non l'ha concessa, ma stavolta lo fa. Nell'aprile del 2021, il gup del tribunale palermitano Lorenzo Jannelli dispone il rinvio a giudizio e a settembre parte il processo di primo grado, che si protrarrà per 24 udienze e che ha visto sedersi al banco dei testimoni anche l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l'attuale titolare dell'Interno Matteo Piantedosi e l’ex ministro degli esteri Luigi Di Maio. Tre anni dopo, il 14 settembre scorso, si è arrivati alle battute finali, con la richiesta della Procura di Palermo - rappresentata nel dibattimento dai pm Gery Ferrara, Giorgia Righi e dall’aggiunta Marzia Sabella - di una condanna per Matteo Salvini a sei anni di detenzione in carcere, motivandola con «l’intenzionale e consapevole spregio delle regole e diniego consapevole e volontario verso la libertà personale di 147 persone».
La versione di Salvini
Dal canto suo, durante le udienze lo stesso leader leghista, in alcune dichiarazioni spontanee, ha affermato che «la politica del Governo era di contrasto al traffico degli esseri umani e di coinvolgimento dell’ Europa», asserendo che esistesse da principio una totale concordia da parte della maggioranza sulla gestione dei fenomeni migratori e che il premier Conte decise poi di cambiare posizione solo a metà agosto, quando era scoppiata la crisi di governo passate alle cronache come la crisi del "Papeete". E ancora stamani, in attesa della sentenza, fonti del Carroccio hanno diffuso una lunga nota sul "caso in pillole", che mantiene ferma quella lettura dei fatti. Nella nota si sostiene che "l’indicazione del Pos (place of safety) spettava alla Spagna o a Malta (e non certo all’Italia) e il comandante della nave ha deliberatamente rifiutato il Pos indicato successivamente da Madrid, perdendo tempo prezioso al solo scopo di far sbarcare gli immigrati in Sicilia come già aveva fatto nel marzo 2018 ricavandone un processo per violenza privata e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina". Inoltre, si afferma che "i primi Paesi contattati e informati da Open Arms dopo le operazioni di salvataggio erano stati la Spagna (Paese di bandiera della nave) e Malta (zona più vicina al punto dei salvataggi). L’Italia non aveva alcuna competenza e alcun obbligo con riferimento a tutti i salvataggi effettuati dalla nave spagnola Open Arms in quanto avvenuti del tutto al di fuori di aree di sua pertinenza". Lo dimostrerebbe, si legge nella nota, "lo scambio di corrispondenza tra La Valletta e Madrid nei primi giorni dell’agosto 2019 a proposito del Pos: c’è un reciproco palleggio di responsabilità, ma non viene mai citata Roma". Secondo la difesa dell'allora ministro dell'Interno, Open Arms avrebbe immediatamente dovuto "dirigersi verso Spagna, Malta o Tunisia". Invece, si legge nella ricostruzione di parte leghista, "il comandante ha deliberatamente scelto l’Italia quale luogo di attracco e sbarco", rifiutando "uno sbarco di un gruppo di migranti offerto da Malta, che poi accuserà Open Arms di “bighellonare” per il Mediterraneo" e dicendo "no anche al Pos concesso dalla Spagna il 18 agosto" e addirittura rifiutando "l’assistenza offerta dalla Capitaneria di Porto italiana che si era detta disponibile ad accompagnare la nave verso la Spagna, prendendo a bordo alcuni immigrati. In più, la stessa Spagna aveva inviato verso Lampedusa l’unità Audaz per dare assistenza alla Open Arms (18 agosto). È quindi paradossale affermare che, per il solo fatto di essere entrata in acque italiane senza aver ottenuto il Pos, possa configurarsi il reato di sequestro di persona". Infine, la nota precisa "che le persone a bordo sono state costantemente accudite e curate e che sono state fatte sbarcare tutte le persone con comprovate necessità mediche (scelta, peraltro, che non competeva al Viminale)".