martedì 27 aprile 2021
In 15 dovranno rispondere di avvelenamento delle acque, disastro innominato aggravato e inquinamento ambientale
Pfas, manager a processo ma bonifica al palo
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Tutti i quindici manager che in diverse fasi storiche hanno avuto un ruolo nella gestione di Miteni spa con sede a Trissino andranno a processo per l’enorme inquinamento da Pfas scoperto otto anni fa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La prima udienza è fissata per il primo luglio davanti alla corte d’assise di Vicenza. Lo ha stabilito ieri il giudice per l’udienza preliminare Roberto Venditti che ha pronunciato la sentenza alle 16.30 nelle aule del tribunale berico.

Sono tre i capi di imputazione che i quali i manager dovranno rispondere: avvelenamento delle acque e disastro innominato aggravato oltre che inquinamento ambientale. Dopo l’unificazione dei due filoni di indagine condotti dai pm Barbara De Munari e Hans Roderick Blattner, l’unico procedimento penale sarà chiamato a far chiarezza sulle azioni di dirigenti di diverse nazionalità sia prima del 2013, quando è stato scoperto l’inquinamento iniziato negli anni Sessanta (quando Miteni nacque come Rimar-Ricerche Marzotto), sia dal 2013 a oggi quando nelle acque della seconda falda europea per dimensioni sono finiti Pfas di nuova generazione, GenX e C6O4.

Il rinvio a giudizio è l’esito che le "mamme no Pfas", ma anche gli ex lavoratori dell’azienda chimica e le associazioni ambientaliste come Legambiente, Greenpeace e Medicina democratica, attendevano ormai da otto anni, quanto la Procura vicentina respinse i primi esposti per l’avvelenamento delle acque. Un’attesa scandita domenica 25 aprile dalla "Marcia delle acque infrante" che ha visto associazioni e cittadini marciare dal sito Miteni fino al tribunale per ben 35 chilometri. Un lungo cammino, secondo l’avvocato Edoardo Bortolotto, il quale sottolinea come «la forza stessa delle persone che si sono mobilitate negli anni abbiano reso efficaci le iniziative legali».

Il procedimento entra quindi nel vivo, ma l’esito sarà tutt’altro che scontato. «Ci attendiamo che all’accusa vengano contrapposte le argomentazioni tipiche dei processi per reati ambientali – spiega Matteo Ceruti, legale delle Mamme no Pfas –. Per esempio che gli imputati non sapessero della nocività delle molecole al momento dell’utilizzo. O che la lavorazione si basava su precise autorizzazioni ambientali rilasciate dalle autorità preposte, come fu per Vado Ligure o Porto Tolle. O ancora, che la nostra legislazione sia carente (non esistono infatti ancora limiti sui Pfas a livello nazionale) o che le autorità abbiano tollerato. Dalla nostra, tuttavia, abbiamo delle eccezionalità che non possono essere trascurate: le almeno 350mila persone coinvolte fanno di questo inquinamento forse il più vasto su scala planetaria e il biomonitoraggio regionale ha provato che questi veleni hanno raggiunto il loro sangue».

L’8 giugno, nel frattempo, scadrà il termine entro il quale la Regione Veneto dovrà rendere noti i tassi di contaminazione negli alimenti, in base ai luoghi di produzione. «Se la Regione ricorrerà al Consiglio di Stato – precisa Ceruti – sarà la sfida dell’istituzione alla cittadinanza. Sulla necessità di pubblicare queste analisi, il Tar è stato chiarissimo».

Tuttavia, nonostante la svolta a livello giudiziario, le grandi questioni legate alla vicenda dell’inquinamento da Pfas rimangono ancora irrisolte. Prima tra tutte, quella della bonifica del sito Miteni: da quei terreni continuano a fuoriuscire sostanze inquinanti, mentre la conferenza dei servizi ancora lavora al progetto per la messa in sicurezza del sito.

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