giovedì 9 giugno 2022
Il nuovo rapporto dell'associazione "Ossigeno per l'Informazione" con l'Odg del Lazio
Andrea Rocchelli, l'inviato di guerra ucciso nel Donbass

Andrea Rocchelli, l'inviato di guerra ucciso nel Donbass - Ansa

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Produrre informazioni giornalistiche di qualità comporta rischi per i giornalisti, nelle zone di guerra come in quelle di pace. Dal 1993 ad oggi, infatti, si sono contati 1.400 cronisti uccisi nel mondo, 55 dall’inizio di quest’anno. Inoltre, anche in Paesi come l’Italia, per impedire la circolazione di informazioni sgradite, giornalisti vengono spesso minacciati e aggrediti. Crimini che, come denunciato più volte dall’associazione “Ossigeno per l’informazione”, restano in gran parte impuniti. Queste sono alcune delle riflessioni emerse, questa mattina, durante il convegno “Guerra , Pace e informazione”, organizzato dall’associazione in collaborazione con l’ordine dei giornalisti del Lazio.

Durante l’evento è stata letta la lettera inviata, per l’occasione, dalla commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, che ha voluto condividere alcuni spunti sul tema della protezione di chi svolge questo mestiere in situazioni di conflitto. Secondo la commissaria, i giornalisti svolgono una missione cruciale di interesse pubblico. Spesso, infatti, è proprio grazie a loro che gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e altre atrocità vengono portate all’attenzione dell’opinione pubblica e di chi prende decisioni politiche. «A volte i giornalisti che coprono i conflitti hanno anche aiutato i tribunali a ottenere prove cruciali per stabilire le responsabilità per i crimini di guerra – ha scritto Mijatovic - Il loro lavoro può aiutare a sostenere i diritti umani, stabilire le responsabilità e promuovere la solidarietà internazionale».

Per questo motivo, i giornalisti che coprono i conflitti sono protetti dal diritto internazionale umanitario. Ciò significa che tutte le parti in conflitto devono proteggere i cronisti, evitando attacchi deliberati contro di loro e sostenendo i loro diritti in caso di cattura. Inoltre, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale stabilisce che dirigere intenzionalmente attacchi contro i civili, e quindi anche contro i giornalisti che non partecipano alle ostilità, costituisce un crimine di guerra. Il Consiglio d’Europa e altre organizzazioni internazionali hanno fissato degli standard precisi per aiutare gli Stati membri a rispettare il loro obbligo di proteggere i professionisti dell’informazione. «Purtroppo – ha proseguito Mijatovic - la realtà sul campo si discosta molto da questi standard».

A questo proposito, è importante ricordare quanto accaduto al fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso nel 2014 durante la guerra del Donbass da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino. Delitto che non ha ancora ottenuto giustizia. «Andrea Rocchelli si trovava in Donbass per documentare quanto stava avvenendo – ha spiegato Alberto Spampinato, presidente di Ossigeno - noi pensiamo che fu ucciso perché era diventato testimone di un crimine di guerra. Per una certa prassi, quando qualcuno viene ucciso durante una guerra, non c’è un colpevole».

Per la morte di Rocchelli è stato processato un presunto colpevole, un militare della Guardia nazionale ucraina che «come noi abbiamo scritto nel nostro dossier - ha proseguito Spampinato- è stato condannato in Italia a 24 anni di reclusione. Ma dopo questa condanna il presidente Zelensky, che era appena stato eletto, rilasciò una dichiarazione dicendo che il verdetto era ingiusto e, quindi, avrebbero chiesto all’Italia di modificarlo». Un anno dopo, in appello, la sentenza fu ribaltata per un vizio di forma. «Noi raccontiamo questa storia – ha ribadito Spampinato – perché dimostra che bisognerebbe investire una corte autonoma indipendente per accertare la verità in casi come questo».

I problemi, come già detto, però esistono anche in Italia. Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio di Ossigeno, i cronisti che hanno subito intimidazioni, nel corso del 2021, sono stati 384. Spesso viene utilizzata anche l’arma della querela “pretestuosa” per far desistere i giornalisti dalle loro inchieste. In caso di querela, infatti, i cronisti, spesso freelance, non avendo copertura assicurativa o un editore alle spalle, non sono in grado di affrontare le spese dei processi. Il Lazio risulta essere la regione in cui si sono state denunciate più minacce ma, se non si considerano i numeri assoluti, Puglia, Abruzzo, Campania e Basilicata sono le regioni in cui la pressione intimidatoria è più alta.

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