venerdì 21 marzo 2014
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*Generale della Guardia di Finanza in congedo, Umberto Rapetto si occupa di “computer crime” da oltre un quarto di secolo. Ha fondato e comandato per 11 anni il Gat, Nu­cleo Speciale Frodi Te­lematiche, catturando - tra l’altro - gli hacker penetrati nel sistyema informatico del Penta­gono e della NASA. Fu Rapetto a scoprire l’in­credibile storia delle slot machine non col­legate all’Anagrafe Tri­butaria con il conse­guente miliardario dan­no erariale. Chi si spaventa per gli orrori del web, pro­babilmente non ha mai visitato i sotterra­nei della Rete. Le cripte dell’universo tele­matico, dopo aver ospitato le comunità cyber­punk e i sodalizi underground in fuga dalla colo­nizzazione commerciale di Internet, hanno pre­stato gli spazi più profondi ai delinquenti inte­ressati ad essere irraggiungibili ed irriconoscibi­li. Botole invisibili, passaggi segreti, portelli ca­muffati e tombini nascosti permettono l’accesso virtuale ad un universo lontano da ogni regola, ad un mondo in cui è permesso tutto quel che altrove è severamente vietato. È il deep web , lo strato profondo cui si può giungere solo cono­scendone i tortuosi cu­nicoli e i relativi 'Apriti Sesamo' indispensabili per passare – come nei videogiochi – da un li­vello a quello successi­vo e più impenetrabile. Nelle cavità digitali oggi si annidano i trafficanti di esseri umani, i biechi speculatori su immagini e filmati con turpitudini sessuali e atti di violen­za inaudita, i broker di assassinii e di ogni altro reato cruento “ordinabi­le” alla tastiera al pari di una pizza da recapitare a domicilio, gli erogato­ri di servizi criminali di estorsione a distanza. Una popolazione etero­genea accomunata dall’esigenza di sfuggire ad ogni ipotesi di identificazione, di dribblare con­trolli di ogni genere, di uscire indenni da qualsi­voglia attività investigativa. Una platea differen­ziata che, soprattutto, sa di esser difficilmente contrastata. Mentre gli intraprendenti malvagi non perdono occasione per fare “comunella” e non disdegna­no di cimentarsi in nuove avventure, i 'buoni' si incagliano nei bassi fondali in cui si mescolano burocrazia, inettitudine, diffidenza, indifferen­za. Le Forze dell’ordine – già affannate per il so­vraccarico di lavoro tradizionale – non riescono a tener testa all’impetuoso propagarsi di con­dotte delittuose in Rete e non trovano solidarietà negli interlocutori governativi che testimoniano il proprio disinteresse al fronte digitale, restan­do impassibili dinanzi alla chiusura di 73 sezio­ni provinciali della Polizia postale. La decrescente disponibilità di risorse pregiate a contrasto dei reati digitali non ha prospettive di miglioramen­to: non esiste un centro per formare cyber-de­tective e nelle scuole non si insegna l’educazio­ne civica telematica. E senza la cultura l’orizzonte non può certo profilarsi sereno. Gli insegnanti e i genitori finiscono all’angolo, incapaci di star dietro all’evoluzione tecnologi­ca e al mutare dei comportamenti, consapevol­mente inadatti a svolgere la loro naturale mis­sione pedagogica, sprovvisti di qualunque appi­glio nella più sconfortante latitanza istituziona­le. Ci si lava la coscienza con l’Internet Safer Day e si accetta che gli altri 364 giorni dell’anno tra­scorrano all’insegna del bullismo 2.0, delle pre­varicazioni sui social network, della mercifica­zione delle carni di teen-ager pronte a barattare le foto del proprio corpo per una ricarica telefo­nica o un oggetto griffato, della prudente rinun­cia a voler cambiare le cose. Sporadiche iniziative in aula o ridicoli libercoli­guida non colmano certo le lacune: è indispen­sabile progettare ed attuare un rapido piano di a­zione concreto e determinato, è fondamentale capire che la situazione – già drammatica – può solo peggiorare, è importante cominciare subito. Qualunque fatto di cronaca mostra Internet, computer, tablet, smartphone e telefonini sulla scena del delitto e spesso ne fa riconoscere un ruolo non accessorio. Quanto dobbiamo ancora aspettare per voltare pagina?
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