venerdì 11 dicembre 2020
L'intesa consente di procedere con il Recovery fund. Il veto di Polonia e Ungheria superato grazie al lavoro di Merkel. Von der Leyen: «L’Europa avanza»
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen - Lapresse

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«Accordo sul bilancio e sul Piano di rilancio. Ora possiamo iniziare ad attuarli e ricostruire le nostre economie». Sono le 18.58 quando il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel può finalmente dare la lieta novella dello sblocco finale, all’ultimo momento possibile, del bilancio 2021-27 e del Piano di Rilancio da 750 miliardi di euro (in totale un possente pacchetto da 1.800 miliardi), con il superamento del veto di Ungheria e Polonia che si opponevano alla normativa che lega i fondi Ue al rispetto dello Stato di diritto.

Un via libera arrivato ieri al primo giorno del Consiglio Europeo, dopo un difficile percorso iniziato con l’accordo di luglio scorso tra i Ventisette, che nei mesi successivi era sembrato in pericolo, prima per il lungo e faticoso negoziato con il Parlamento Europeo, poi per il veto di Varsavia e Budapest. Una indubbia vittoria per la cancelliera tedesca Angela Merkel, a coronamento del suo semestre di presidenza Ue. L’intesa, ha detto, è «un importante segno della capacità dell’Ue di agire».

«L’Europa avanza» ha commentato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Rimane a questo punto il voto (scontato), la settimana prossima, del Parlamento Europeo e poi, passaggio più delicato, il processo di ratifica da parte dei parlamenti dei 27 Stati membri. Visto il forte ritardo dell’accordo finale, la partenza in orario per il primo gennaio 2021 sarà ardua: le prime erogazioni dei fondi del Piano di rilancio sono attese ormai per la seconda metà del prossimo anno. Ma il peggio è stato evitato.

Decisivo per la svolta è stato il via libera degli altri 24 leader al pre-accordo di compromesso strappato dalla presidenza tedesca, mercoledì, con Ungheria e Polonia. Anche se non è mancata una piccola suspense per la posizione dell’Olanda: il premier Mark Rutte aveva avanzato alcune perplessità e richiesto garanzie giuridiche per iscritto, che hanno richiesto tempo.

Dopodiché, però, tutto è filato liscio, anche la bozza di compromesso illustrata mercoledì dalla presidenza tedesca gli ambasciatori è rimasta intatta. Tutti hanno compreso che un nuovo stallo sarebbe stato catastrofico per la credibilità stessa dell’Unione. Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che ha incontrato i leader all’inizio della riunione, parlava di «clima molto sereno». E intanto dallo stesso Parlamento giungevano commenti positivi. «Siamo molto soddisfatti - ha dichiarato il presidente del gruppo dei Popolari Manfred Weber - abbiano difeso la normativa». Sulla stessa linea Socialisti e Verdi.

La normativa prevede che la Commissione possa sospendere l’erogazione di fondi Ue in caso di violazione da parte di uno Stato dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Il compromesso della presidenza tedesca, di cui Avvenire ha già raccontato ieri (Leggi), è una dichiarazione aggiuntiva il cui punto più importante è la clausola secondo la quale, nel caso (molto probabile) in cui uno Stato membro (Ungheria e/o Polonia) faccia ricorso contro di essa davanti alla Corte di giustizia Ue, la Commissione dovrà sospendere la pubblicazione delle linee guida attuative del regolamento e dunque fermare anche l’eventuale stop ai fondi fino al verdetto della Corte.

Un modo per prendere tempo, prezioso soprattutto per il premier ungherese Viktor Orbán che nella primavera del 2022 deve affrontare le elezioni nazionali. Tra gli altri punti, la garanzia che sarà applicata in modo equo e senza discriminazioni, e solo al bilancio 2021-27 (non dunque ai fondi provenienti dal bilancio precedente), e infine che per uno stop vi debba essere un chiaro e comprovato nesso tra la violazione in questione e l’impatto sugli interessi finanziari dell’Ue.

Cosa essenziale: con buona pace di Budapest e Varsavia, che avevano chiesto di eliminarlo, rimane intatto il regolamento, su cui c’era già accordo tra il Parlamento Europeo e 25 Stati membri. I due Paesi si sono comunque mostrati soddisfatti, «è una vittoria - ha detto Orbán - per l’Ungheria, l’unità dell’Ue e il buon senso».

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