giovedì 7 dicembre 2017
In duemila nel residence-ghetto di Porto Recanati. Acqua contaminata, sporcizia, il sistema antincendio fuori legge. Il sindaco Mozzi: se entro domani non verranno avviati i lavori partirà lo sgombero
I primi extracomunitari ad arrivare all’Hotel House sono stati gli albanesi ed i macedoni, ai primi anni Novanta. Poi i senegalesi. Dieci anni fa il terzo flusso, dal sud Asia. Il mega condominio di Porto Recanati è così divenuto un punto di riferimento fra le comunità migranti: ambiente multietnico, macellerie halal, agenzie di viaggio o per il rimpatrio delle salme, money transfert, persino una moschea. E poi sistemazioni economiche, affittate anche da un ex amministratore, proprietario di circa 30 immobili. Mentre i villeggianti italiani abbandonavano il grattacielo, gli stranieri erano attratti soprattutto dalle fabbriche di suole di gomma e radiatori, nell’entroterra. In molti hanno messo radici e comprato i mini appartamenti da 54mq. Ma poi, con la crisi, il lavoro se ne è andato. E con esso, negli ultimi anni, anche i migranti. Un centinaio di case sono state pignorate per insolvenza dei mutui. Un appartamento che già valeva appena 64mila euro, oggi lo si compra per 8mila.

I primi extracomunitari ad arrivare all’Hotel House sono stati gli albanesi ed i macedoni, ai primi anni Novanta. Poi i senegalesi. Dieci anni fa il terzo flusso, dal sud Asia. Il mega condominio di Porto Recanati è così divenuto un punto di riferimento fra le comunità migranti: ambiente multietnico, macellerie halal, agenzie di viaggio o per il rimpatrio delle salme, money transfert, persino una moschea. E poi sistemazioni economiche, affittate anche da un ex amministratore, proprietario di circa 30 immobili. Mentre i villeggianti italiani abbandonavano il grattacielo, gli stranieri erano attratti soprattutto dalle fabbriche di suole di gomma e radiatori, nell’entroterra. In molti hanno messo radici e comprato i mini appartamenti da 54mq. Ma poi, con la crisi, il lavoro se ne è andato. E con esso, negli ultimi anni, anche i migranti. Un centinaio di case sono state pignorate per insolvenza dei mutui. Un appartamento che già valeva appena 64mila euro, oggi lo si compra per 8mila.

Risalire i suoi diciassette piani, una rampa di scale dopo l’altra, è attraversare un luogo simbolo delle fallimentari politiche di integrazione italiana. L’Hotel House, a sud di Porto Recanati, è un caso unico in tutta la costa adriatica. Impossibile non notarlo, quando si percorre l’A14 ad altezza di Loreto, coi suoi balconi e le sue parabole, il suo colore rossiccio e smorto dopo decenni di incuria.

Un universo multietnico composto da trentadue etnie del sudest del mondo: 1.700 residenti ufficiali più un imprecisato numero di persone di passaggio, soprattutto d’estate, quando arrivano gli ambulanti da tutta Italia (fino a 2.500 persone). I pakistani sono i più numerosi, poi ci sono i senegalesi, i bengalesi, nigeriani e marocchini, anche nove famiglie italiane. E 700 minori. Un universo di 480 mini appartamenti privati, fragilissimo, dove storie di coraggio e dignità, di gente per bene, convivono con la microcriminalità legata soprattutto allo spaccio, che ha messo radici dopo decenni di isolamento architettonico e sociale.

Quello di un residence nato negli anni Sessanta come isola vacanziera a due passi dal mare, autosufficiente rispetto alla città, e che si è trasformato via via in un ghetto per migranti. Sempre più degradato, sempre più abitativamente impraticabile. Per le amministrazioni di Porto Recanati rappresenta da tempo un gigantesco problema, quasi impossibile da districare, al punto che si è arrivati a parlare ufficialmente di sgombero.

Con una data già fissata. Il sindaco Roberto Mozzicafreddo, eletto nel 2016 in una lista di centrodestra, ha indetto un’ordinanza. «Se entro l’8 dicembre non verranno avviati i lavori per la messa a norma del sistema antincendio, gli abitanti dell’Hotel House saranno chiamati ad andarsene. La Prefettura è stata allertata, anche la Protezione civile – spiega il Sindaco nel suo ufficio, affiancato dall’assessore ai servizi sociali Guido Cittadini –. Se non troviamo soluzioni a norma di legge, dovremo intervenire. L’Hotel House è oltre ogni limite di sicurezza, per la gente che ci vive dentro. Il ministro Minniti e il presidente del Consiglio sono stati informati».

Occorrono 300mila euro per risanare gli impianti. Soldi di cui l’amministrazione non dispone. La Regione, alla vigilia della scadenza, ha erogato con un decreto i primi 100mila euro per avviare i lavori. Una mossa con cui si prenderà del tempo, e che per l’opposizione M5S in Comune è, di fondo, irregolare: «Ingiusto investire fondi pubblici in un condominio privato».

La struttura ora è in mano all’amministratore giudiziario Gianluca Tomasino, nominato dal tribunale di Macerata, dopo che negli anni si sono susseguite una serie di aziende di gestione, che hanno retto solo pochi mesi per poi passare il testimone. In una escalation di complicazioni, e soprattutto debiti, accumulati per la morosità sulle rette condominiali, anche da parte dei proprietari italiani. «Quella dello sgombero è una soluzione che di certo non ci auguriamo. Si tratterebbe di allestire delle tendopoli nei campi intorno al grattacielo. Fra mille disagi, con un grave danno di immagine per Porto Recanati, località da 600mila visite turistiche annue. Ma se non partono i lavori, sarà inevitabile», ribadisce il sindaco. Il sistema antincendio non è l’unico problema. Stando alle stime, servirebbero 12 milioni di euro per ripristinare tutti i servizi. Di 8 ascensori ne funziona uno, malati e anziani devono risalire le scale a piedi. Il sisma del 2016 ha segnato di crepe i piani alti. Le vetrate sono rotte, c’è spazzatura in ogni ballatoio buio.

Non solo, l’acqua che arriva nelle case non è potabile. Astea, azienda di rifornitura idrica, ha accumulato 500mila euro di debito, e prima ha ridotto il rifornimento al minimo di legge, poi lo ha staccato. Scoli neri infiltrano le tubature marce, l’acqua da anni è pescata in un pozzo abusivo nei giardinetti, dove scorrazzano topi e nutrie. Per bere c’è l’autocisterna del Comune, nel cortile. Anche Enel ha debiti per 300mila euro. Prima di staccare la corrente si attende la decisione del Tribunale di Macerata sulle procedure di rateizzazione. Se mancasse l’energia, sarebbe impossibile pompare acqua negli appartamenti. Monia Sabbatini è fra chi conosce le dinamiche del palazzone nei suoi meandri. Operatrice con la cooperativa Il Faro, coordina insieme ai servizi sociali due stanze per il doposcuola di 70 ragazzi al piano terra, affianco alla moschea e ai negozi di alimentari sub asiatici.

«Il luogo è anche un incredibile laboratorio, con tante associazioni etniche. Ma occorrerebbe una presenza più stabile degli operatori. Invece dobbiamo andare avanti a singhiozzo, un bando di progetto dopo l’altro – spiega –. La situazione è visibilmente peggiorata. L’Hotel House, come dire, si sta lasciando andare. I proprietari sono molto attivi nella pulizia del palazzo e in regola sui pagamenti, ma poi ci sono tanti migranti di passaggio, in case condivise dove nessuno paga bollette. Soprattutto le donne se ne stanno andando. E in assenza di lavoro alcuni uomini si danno alla microcriminalità. Chi soffre di più sono i bambini».

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